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Raccolta di proverbi siciliani
Alla ricerca di una vita migliore
Storie di emigrati e di emigrazione. Per pubblicare un articolo in questa rubrica inviatelo al seguente indirizzo : enrico_ticli@tiscali.it allegando una più foto


Mario da piccolo

 

Mario da giovane

 

Mario ai giorni nostri

 

 

La torta del 50° anniversario

 

Il party del 50° anniversario

Emigrante
di Mario Macaluso - Translate to ENGLISH

Fredde ed opache dietro un fil di nebbia

Piansero per me le stelle.

In quella sera.

Partenza

Lasciare la casa e Polizzi Generosa per sempre fu per me un’esperienza molto dolorosa. Appollaiato sul pizzo di uno strapiombo solitario, il paese e le sue stradine erano state per me centro d’esperienze, nido sicuro e caloroso, e luogo di amicizie e di meravigliose memorie di bambino.

 

Ricordo ancora, con un nodo alla gola, la partenza per l’America nelle prime ore del mattino. Attraversai la soglia tante volte e tante volte ritornai indietro come se avessi dimenticato qualcosa o avessi mancato di dare a qualcuno il mio ultimo saluto. Nel mio cuore, mi sentii come Ovidio quando descrisse, con animo straziato, i suoi sentimenti nel famoso poema La mia ultima notte a Roma, prima di essere esiliato per sempre in Bitinia.

Tristissima noctis imago qua mihi supremum tempus in Urbe fuit…Ter limina tetigi, tersum revocatus.

(Ricordo il penosissimo pensiero di quella notte in cui passai le mie ultime ore a Roma. Tre volte toccai la soglia; tre volte ritornai indietro.)

Avevo solamente diciotto anni quando, alle quattro del mattino, attraversai per sempre la soglia del mio “caldo rifugio”. Il ricordo rattrista il mio cuore ancora oggi dopo cinquant’anni. Lasciavo tutto per emigrare in America, terra di speranze e di sogni, alla ricerca di un futuro migliore.

Mia madre e mia sorella venivano pure con me e in loro trovai l’incoraggiamento e la forza di affrontare una vita nuova in un altro paese che sarebbe stato differente dal nostro per lingua, leggi e costumi.

Prendemmo una macchina a noleggio per portarci a Palermo, capitale della Sicilia, che aprì gli occhi a questo studente unversitario che non aveva mai lasciato il paese prima d’allora per mancanza di denaro.

Iniziammo il viaggio su un piccolo aereo che ci portò a Roma. Quello fu per noi il nostro primo volo e segnò il momento del nostro più coraggioso passo verso un altro paese. Lasciavamo una società e la sua cultura per trovarci scioccati dall’incontro di un’altra che era più complessa e cosmopolita. A Roma, la nostra partenza per New York avvenne con ritardo. Mentre aspettavamo il momento d’imbarcarci, un rappresentante della TWA ci diede dei buoni per prendere qualcosa. Visto un ristorante là vicino, ci sedemmo a un tavolo vuoto con una certa trepidazione. Credendomi il più esperto conoscitore di noi tre, presi un menù e cominciai a leggerlo varie volte come se avessi seguito un libro di preghiere, scrutando sù e giù e da destra a sinistra. Alla fine, di comune accordo, decidemmo di ordinare il pasto più economico che appariva sulla lista. Presi una matita - cosa incredibile, ma vera - e feci la scelta apponendo grossi asteristichi accanto alle voci: uova sode, pane e vino. Che ignoranti viaggiatori di villaggio! Che scena! Cercavamo ancora di risparmiare quei pochi soldi che ci restavano in tasca, inconsapevoli che la compagnia aerea avrebbe pagato i nostri pasti!

Mi domando ancora oggi quale sarà stata la reazione del cameriere alla presenza di questi “viaggiatori” provinciali, sempliciotti e inesperienti!

Il nostro volo su terra e mare fu un esperienza straordinaria per me e mia sorella, ma non per mia madre che era preoccupata di una possible avarìa dell’aereo e che si chiedeva innocentemente come avrebbe potuto fare a vivere senza di noi, dimenticando che anche lei volava con noi.

Ricorderò per sempre il mio primo volo transatlantico; il primo di tanti altri voli che sarebbero seguiti negli anni avvenire. Provai il gran piacere di volare su vasti campi di nuvole come se fossero stati campi di cotone, consumando il primo pasto in aereo, e rasandomi - Chi ci crede? - con un rasoio elettrico che l’attendente al volo mi aveva generosamente prestato dopo avermi spiegato come usarlo, superando la barriera linguistica con gesti e sorrisi. Atterrammo all’Aeroporto Idlewild (oggi Aeroporto John F. Kennedy) nel pomeriggio del 21 giugno 1958 dopo un viaggio spossante che ci aveva trasportato, facendo rifornimento, da Roma a Parigi, poi a Shannon in Irlanda e finalmente a New York. Pioveva quando l’aereo atterrò. Sbarcammo e procedemmo rapidamente sulla pista verso l’edifizio d’arrivo che non era tanto lontano. Ricordo ancora vivamente il grosso ombrello che l’attendente al volo ci teneva sopra la testa per proteggerci dalla pioggia. Che scena affascinante! Quel trattamento speciale ci fece sentire importanti durante il nostro tragitto verso la stazione d’arrivo dove qualcosa di molto straordinario ci aspettava nel nostro primo incontro con l’America.

Quando arrivammo all’entrata del “terminal,” io stesi la mano per spingere le porte di vetro. Quello che successe poco dopo non lo dimenticherò mai in vita mia. Mentre stavo per raggiungere la sbarra per spingere la doppia porta, questa si aprì improvvisamente da tutti e due i lati. Per pochissimi secondi rimasi li’, stupito e a bocca aperta. Non avevo mai sentito parlare d’ occhio automatico prima di allora, e non sapevo che quell’occhio nascodesse tanta potenza magica. Che momento indimenticabile per me e che passo significante in avanti fu per noi che venivamo da un piccolo paese di montagna con i suoi ficodindia e oleandri!

Dopo tanti anni, quelle porte miracolose le ho ancora vivamente presenti come una grande espressione simbolica di amore. Quelle porte erano le braccia dell’America che ci dava il suo benvenuto con un abbraccio materno in quell’umido e afoso pomeriggio del 21 giugno 1958. Non dimenticherò mai quel momento sacro e straordinario quando i miei piedi toccarono il suolo americano.

Dal mio arrivo in questo paese sino al giorno d’oggi, continuo a celebrare il 21 giugno come il mio compleanno americano in commemorazione di questo evento così significante nella mia vita personale. In questa data, con profonda gratitudine e ringraziamento, isso la bandiera americana nell’aiuola davanti alla mia casa per commemorare l’inizio del mio attaccamento romantico a questo grande paese. Membri della famiglia vennero ad incontrarci all’aereoporto e insieme ci diriggemmo a Brooklyn dove esisteva una comunita’ italiana molto fiorente. Là, incominciai a frequentare la messa nella chiesa cattolica di San Giuseppe e a passare il tempo a Bushwick Park dove, seduto su un banco di legno, iniziai l’arduo cammino di rieducare l’orecchio alla cacofonìa degli strani suoni linguistici di Brooklyn che la gente chiamava Inglese.

 

Dall’opera originale inglese

Prickly Pears and Oleanders

-Memoir of an Italian American-

di Mario Macaluso, nella traduzione italiana dello stesso autore, in occasione del 50° anniversario del suo arrivo in America il 21 Giugno1958.

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