Ricordo ancora, con un nodo alla gola, la partenza per l’America
nelle prime ore del mattino. Attraversai la soglia tante volte
e tante volte ritornai indietro come se avessi dimenticato
qualcosa o avessi mancato di dare a qualcuno il mio ultimo
saluto. Nel mio cuore, mi sentii come Ovidio quando descrisse,
con animo straziato, i suoi sentimenti nel famoso poema La
mia ultima notte a Roma, prima di essere esiliato per
sempre in Bitinia.
Tristissima
noctis imago qua mihi supremum tempus in Urbe fuit…Ter limina
tetigi, tersum revocatus.
(Ricordo
il penosissimo pensiero di quella notte in cui passai le mie
ultime ore a Roma. Tre volte toccai la soglia; tre volte ritornai
indietro.)
Avevo solamente diciotto anni quando, alle quattro del mattino,
attraversai per sempre la soglia del mio “caldo rifugio”.
Il ricordo rattrista il mio cuore ancora oggi dopo cinquant’anni.
Lasciavo tutto per emigrare in America, terra di speranze
e di sogni, alla ricerca di un futuro migliore.
Mia madre e mia sorella venivano pure con me e in loro trovai
l’incoraggiamento e la forza di affrontare una vita nuova
in un altro paese che sarebbe stato differente dal nostro
per lingua, leggi e costumi.
Prendemmo una macchina a noleggio per portarci a Palermo,
capitale della Sicilia, che aprì gli occhi a questo studente
unversitario che non aveva mai lasciato il paese prima d’allora
per mancanza di denaro.
Iniziammo il viaggio su un piccolo aereo che ci portò a Roma.
Quello fu per noi il nostro primo volo e segnò il momento
del nostro più coraggioso passo verso un altro paese. Lasciavamo
una società e la sua cultura per trovarci scioccati dall’incontro
di un’altra che era più complessa e cosmopolita. A Roma, la
nostra partenza per New York avvenne con ritardo. Mentre aspettavamo
il momento d’imbarcarci, un rappresentante della TWA ci diede
dei buoni per prendere qualcosa. Visto un ristorante là vicino,
ci sedemmo a un tavolo vuoto con una certa trepidazione. Credendomi
il più esperto conoscitore di noi tre, presi un menù e cominciai
a leggerlo varie volte come se avessi seguito un libro di
preghiere, scrutando sù e giù e da destra a sinistra. Alla
fine, di comune accordo, decidemmo di ordinare il pasto più
economico che appariva sulla lista. Presi una matita - cosa
incredibile, ma vera - e feci la scelta apponendo grossi asteristichi
accanto alle voci: uova sode, pane e vino. Che ignoranti viaggiatori
di villaggio! Che scena! Cercavamo ancora di risparmiare quei
pochi soldi che ci restavano in tasca, inconsapevoli che la
compagnia aerea avrebbe pagato i nostri pasti!
Mi domando ancora oggi quale sarà stata la reazione del cameriere
alla presenza di questi “viaggiatori” provinciali, sempliciotti
e inesperienti!
Il nostro volo su terra e mare fu un esperienza straordinaria
per me e mia sorella, ma non per mia madre che era preoccupata
di una possible avarìa dell’aereo e che si chiedeva innocentemente
come avrebbe potuto fare a vivere senza di noi, dimenticando
che anche lei volava con noi.
Ricorderò per sempre il mio primo volo transatlantico; il
primo di tanti altri voli che sarebbero seguiti negli anni
avvenire. Provai il gran piacere di volare su vasti campi
di nuvole come se fossero stati campi di cotone, consumando
il primo pasto in aereo, e rasandomi - Chi ci crede? - con
un rasoio elettrico che l’attendente al volo mi aveva generosamente
prestato dopo avermi spiegato come usarlo, superando la barriera
linguistica con gesti e sorrisi. Atterrammo all’Aeroporto
Idlewild (oggi Aeroporto John F. Kennedy) nel pomeriggio del
21 giugno 1958 dopo un viaggio spossante che ci aveva trasportato,
facendo rifornimento, da Roma a Parigi, poi a Shannon in Irlanda
e finalmente a New York. Pioveva quando l’aereo atterrò. Sbarcammo
e procedemmo rapidamente sulla pista verso l’edifizio d’arrivo
che non era tanto lontano. Ricordo ancora vivamente il grosso
ombrello che l’attendente al volo ci teneva sopra la testa
per proteggerci dalla pioggia. Che scena affascinante! Quel
trattamento speciale ci fece sentire importanti durante il
nostro tragitto verso la stazione d’arrivo dove qualcosa di
molto straordinario ci aspettava nel nostro primo incontro
con l’America.
Quando arrivammo all’entrata del “terminal,” io stesi la mano
per spingere le porte di vetro. Quello che successe poco dopo
non lo dimenticherò mai in vita mia. Mentre stavo per raggiungere
la sbarra per spingere la doppia porta, questa si aprì improvvisamente
da tutti e due i lati. Per pochissimi secondi rimasi li’,
stupito e a bocca aperta. Non avevo mai sentito parlare d’
occhio automatico prima di allora, e non sapevo che quell’occhio
nascodesse tanta potenza magica. Che momento indimenticabile
per me e che passo significante in avanti fu per noi che venivamo
da un piccolo paese di montagna con i suoi ficodindia e oleandri!
Dopo tanti anni, quelle porte miracolose le ho ancora vivamente
presenti come una grande espressione simbolica di amore. Quelle
porte erano le braccia dell’America che ci dava il suo benvenuto
con un abbraccio materno in quell’umido e afoso pomeriggio
del 21 giugno 1958. Non dimenticherò mai quel momento sacro
e straordinario quando i miei piedi toccarono il suolo americano.
Dal mio arrivo in questo paese sino al giorno d’oggi, continuo
a celebrare il 21 giugno come il mio compleanno americano
in commemorazione di questo evento così significante nella
mia vita personale. In questa data, con profonda gratitudine
e ringraziamento, isso la bandiera americana nell’aiuola davanti
alla mia casa per commemorare l’inizio del mio attaccamento
romantico a questo grande paese. Membri della famiglia vennero
ad incontrarci all’aereoporto e insieme ci diriggemmo a Brooklyn
dove esisteva una comunita’ italiana molto fiorente. Là, incominciai
a frequentare la messa nella chiesa cattolica di San Giuseppe
e a passare il tempo a Bushwick Park dove, seduto su un banco
di legno, iniziai l’arduo cammino di rieducare l’orecchio
alla cacofonìa degli strani suoni linguistici di Brooklyn
che la gente chiamava Inglese.
Dall’opera
originale inglese
Prickly
Pears and Oleanders
-Memoir of an Italian American-
di Mario Macaluso, nella traduzione
italiana dello stesso autore, in occasione del 50° anniversario
del suo arrivo in America il 21 Giugno1958.