Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. - Fotoracconto di Centanni Giuseppe

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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Fotoracconto di Centanni Giuseppe - Alia Pubblicato il 23/05/2017
   
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due giudici siciliani che hanno dedicato la loro vita alla lotta contro la mafia.
Di loro si racconta infatti che quando erano ancora adolescenti giocavano a pallone nei quartieri popolari di  Palermo e che fra i loro compagni di gioco c`erano probabilmente anche alcuni ragazzi che in futuro dovevano diventare uomini di Cosa Nostra.


E forse proprio il fatto di essere siciliani, nati e cresciuti a contatto diretto con la realtà di quella regione, era la loro forza: Falcone e Borsellino infatti capivano perfettamente il mondo mafioso, capivano il senso dell`onore siciliano e capivano il linguaggio dei boss e dei malavitosi con cui dovevano parlare. Per questo sapevano dialogare con i pentiti di mafia, sapevano guadagnarsi la loro fiducia e perfino il loro rispetto.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano coetanei: il primo è nato a  Palermo nel 1939, il secondo nel 1940.
Durante l`università - alla fine degli anni Cinquanta - Paolo Borsellino si iscrive al FUAN, un`organizzazione politica di estrema destra. Č molto bello pensare che nessuno avrà mai il coraggio di rinfacciargli questa scelta: il suo comportamento è sempre stato così onesto e pulito che sia da destra che da sinistra si doveva necessariamente rispettarlo.
Nel 1963 entra in Magistratura: lavora in diversi tribunali e nel 1975 è trasferito al tribunale di  Palermo, dove entra all`Ufficio istruzione processi penali sotto la guida di Rocco Chinnici.

Lavora con il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile alla sua prima indagine sulla mafia e nel 1980 fa arrestare un primo gruppo di sei mafiosi. Nello stesso anno il capitano Basile viene assassinato.

Per la famiglia Borsellino la vita cambia e da quel momento in poi tutti vivranno blindati e continuamente protetti da una scorta.
Continua a lavorare senza tregua nel pool anti-mafia guidato da Rocco Chinnici, a stretto contatto anche con il suo amico Giovanni Falcone che nel 1979 era entrato anche lui all`Ufficio istruzione processi penali. Ma nel 1983 anche Rocco Chinnici viene assassinato dai mafiosi. Sembra la fine di un`esperienza che stava dando qualche risulta

A  Palermo, al posto di Chinnici, arriva Antonino Caponnetto che è assolutamente deciso a portare avanti il lavoro del suo predecessore. Con Falcone e Borsellino e altri bravi magistrati comincia allora l`avventura del pool anti-mafia.
In pratica i magistrati di  Palermo cercano di combattere la mafia così come negli anni precedenti si era combattuto - e vinto - il terrorismo.
Nel 1983 altri due funzionari di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà - stretti collaboratori di Falcone e Borsellino - sono uccisi dalla mafia
Ma grazie alla capacità dei magistrati di indagare e all`intelligenza di Falcone nel ricostruire la geografia mafiosa di quel periodo, un gran numero di mafiosi finisce in galera.

E finalmente Falcone e Borsellino riescono a mettere in piedi il famoso maxi-processo, un processo in cui sul banco degli imputati siedono ben 475 mafiosi che nel 1987 saranno condannati.

In realtà questa grande, grandissima vittoria è anche il principio della fine per i due magistrati e forse è anche la loro condanna a morte.
Antonino Caponnetto deve lasciare il pool per motivi di salute. Al suo posto, invece di Giovanni Falcone che ne era il naturale erede, va a finire un altro magistrato che in breve tempo scioglie il famoso pool antimafia. Comincia una stagione di veleni (Falcone è accusato di protagonismo e alla fine chiederà il trasferimento a Roma; a Borsellino vengono tolte le indagini sulla mafia a  Palermo e gli vengono assegnate quelle di Agrigento e Trapani). L`unità delle indagini che aveva dato grandi risultati è così definitivamente distrutta.
Ma i due magistrati non abbandonarono la lotta: Falcone dopo il
1988 collabora ancora con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, e riesce a colpire le famiglie mafiose dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di eroina. E
quando è trasferito a Roma progetta la creazione di una Direzione Nazionale Antimafia per coordinare tutta la lotta alla mafia che si svolge in Italia. Falcone doveva esserne il Direttore.




Ma il 23 maggio 1992 - con un attentato spettacolare - la macchina di Falcone viene fatta esplodere sull`autostrada che collega  Palermo e Trapani: 500 chili di tritolo che tolgono la vita a Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo e a tre agenti di scorta.
Quando Falcone salta in aria, Paolo Borsellino capisce che non gli resterà troppo tempo. Lo dice chiaro: “Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me”. Il 19 luglio dello stesso anno un`autobomba esplode sotto casa di sua madre mentre Paolo Borsellino sta andandola a trovare. Il magistrato muore con tutti gli uomini della scorta. Pochi giorni prima aveva dichiarato:

Non sono né un eroe né un Kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell`aldilà. Ma l`importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento... Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno.

 


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