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ALBERGAMO FRANCESCA ALBERGAMO FRANCESCA Pubblicato il 26/04/2014
 IO, LAICA, E PAPA FRANCESCO

IO, LAICA, E PAPA FRANCESCO

IO, LAICA, E PAPA FRANCESCO. La prima cosa che mi è arrivata subito da Papa Francesco è stata la sensazione della discontinuità dal suo predecessore. Papa Ratzinger esordì con un discorso forte contro il relativismo e quindi a favore della verità assoluta. Francesco in pratica ci dice: “Io non ho la verità assoluta, quella ce l’ha Dio. Chi sono per giudicare se io stesso sono un peccatore”. E non si tratta di affermare o giustificare il relativismo materialista, di cui parlava il teologo Ratzinger, seppure opinabile da una visione puramente laica, ma di comprendere quel relativismo di valori e principi che, seppure non seguono canoni puramente o più dichiaratamente dettati da una certo cattolicesimo di maniera, sono anch’essi segnali tesi all’affermazione di una cristianità più vicina alla croce di cristo che non ai dogmi della chiesa. Egli sa che esiste un’altra chiesa che non sta chiusa nelle cattedrali, frequentate anche da idolatri. La tocca con le mani, ne carpisce l’essenza, ne sente la sofferenza, il dolore, ed è possibilista sulla necessità di dover accettare il fatto che esista una verità anche in una umanità altra, relativamente a fattori che hanno a che fare con una convinzione diversa della vita. E se esiste deve per forza essere opera di Dio, deve essere amata da Dio; e se è amata da Dio non può essere ignorata. “In ciascun essere umano c’è una verità della vita… e Gesù è tutto questo in pienezza!” Con questa sua affermazione cade ogni pregiudizio e ogni intolleranza verso l’altro, altro da noi, diverso. Poiché egli è, nella sua verità, complemento della pienezza di Gesù. Papa Francesco arriva in modo dirompente nei cuori di tutti e scardina, piccona le certezze di una chiesa degli annunci, dei compromessi, delle alleanze di potere, della dimenticanza del ruolo unico e incomparabile di testimonianza concreta. Fatta di verità, di cuore e di giustizia e non di etichetta, di conformismo. Lo fa cambiando style, usa un linguaggio diretto, estemporaneo, semplice, laddove semplice sta nella purezza d’intenti e nella fermezza dell’affermazione del pensiero del suo apostolato: autentico, vero, rivoluzionario. Ed è proprio questa la sua forza, la forza di chi non si serve di auto di lusso, né di croci d’oro, o altri simboli di potere. Non è attento alla forma, ma alla sostanza dei contenuti e va dritto allo scopo, scuotendo le coscienze assopite e oramai rassegnate e disarmate. Ecco, questo fa Papa Francesco: ci stana, per farci uscire dal recinto dei propri convincimenti, considerati inamovibili, dalla nostra rassegnazione. Ci arma di strumenti, che poi sono le sue parole. Traccia sentieri, per farci rinascere, per consentirci di divenire un’umanità nuova. Lo fa con umiltà, con condivisione, con amore infinito. Semina e semina le parole, spesso come pietre, le parole agognate da tempo, e la sua voce potente diventa voce degli ultimi, ma non solo: si spinge oltre, scuote le fondamenta di un potere arrogante che si autocelebra e si autoassolve, sempre più distante dal significato profondo, salvifico per l’umanità, che quel Cristo della croce ci aveva consegnato. Basta analizzare soltanto il suo anatema il suo “ Je accuse” contro i cristiani dalla doppia vita, i cristiani corrotti, ipocriti, di chi “ ruba allo stato, di chi mette la mano in tasca e dona alla chiesa, ma con l’altra ruba allo stato, ai poveri”. Parole forti, dirompenti, su cose note, ma spesso giustificate, come ineluttabili fatti della vita. Francesco, invece, denuncia e condanna invocando per loro la pena più grande: “ che gli mettano una macina da mulino e si getti al mare”, parola di Gesù”, ci dice. Ma affronta anche temi intoccabili e ancora una volta svela il pregiudizio, l’ipocrisia, la presunzione e l’arroganza di considerare l’uomo secondo canoni stabiliti e schemi precostituiti. Le sue 38 domande, inviate ai vescovi delle chiese di tutto il mondo, sulla famiglia, sulle coppie di fatto, sui divorziati, sulla contraccezione, sono uno straordinario intento rivoluzionario che dovrebbe fare riflettere ogni cattolico che si definisca veramente cristiano e ogni laico umanista. Dovrebbe essere compreso, in considerazione di un “Dio che è tutte le creature del mondo, Tutti vasi d’argilla, fragili e poveri, ma nei quali c’è il tesoro immenso che portiamo”. Mi è stato chiesto se mi piace questo Papa, ho risposto: “ Amo Francesco, perché ogni giorno ci indica la strada senza tentennamenti, senza equivoci”. Ogni giorno il suo pensiero mi arriva forte e chiaro, mi arriva il suo amore per gli ultimi. La sua lotta contro lo spreco, il dominio, il denaro, l’ingiustizia, la corruzione, il potere; contro le mani sporche, l’indifferenza, la disuguaglianza. Mi arriva chiaro e forte l’appello ai giovani a reagire, a non mollare, a non piegarsi; schiacciati come sono in un presente che non ha memoria del passato e neppure coltiva e nutre la speranza di un futuro. Mi arriva l’appello al rispetto dei vecchi che sempre più spesso vengono dimenticati, e l’invocazione ad amare la madre terra e tutte le sue creature. Mi arriva la sua umiltà, la sua grandezza, il suo essere normale e il suo stare fra tutta l’umanità in modo semplice, spontaneo, quel suo abbraccio d’amore e di compassione infinita. Penso anche che il lavoro straordinario del grande teologo Ratzinger, e il suo stesso sacrificio, fosse contemplato dal fatto che egli avesse compreso che il suo tempo potesse considerarsi concluso e che questa chiesa avesse bisogno proprio di Papa Francesco per rigenerarsi e per ritrovare la strada deviata, perduta. Credo che la sua scelta, seppure dolorosa, fosse strettamente connessa con l’avvento di Francesco, il quale ci dice: “ Gesù non ci ha salvato con un’idea. Si è fatto uomo. La parola si è fatta carne”. Ecco, da laica, penso che Francesco sia l’operaio giusto per la ricostruzione di una chiesa di cristo! Francesca Albergamo

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