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Infezione in sala operatoria e il suicidio: l'Ausl deve versare un milione agli eredi

Notizia Sicilia del 01/08/2006

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Un anno e mezzo senza lavoro, un figlio in arrivo e altri tre da sfamare, un’infezione alla gamba che peggiorava giorno dopo giorno. Fino a far temere anche un’amputazione. E tutto per uno dei tanti - o forse è più giusto dire troppi —casi di malasanità. Culminato con un suicidio (nel 1999) e una sentenza (di questi giorni) che condanna l’Ausl a risarcire un milione e 87 mila euro agli eredi della vittima.Dopo otto lunghissimi anni i giudici della prima sezione civile del tribunale hanno messo la parola fine alla tragica vicenda che ha coinvolto un fabbro di Alia, cinquantaduenne all’epoca dei fatti, e la sua famiglia. Il loro destino imboccò il vicolo cieco l’8 gennaio del 1998. L’uomo stava effettuando un lavoro quando cadde da una scala. Si ruppe una gamba. E i familiari decisero di ricoverarlo all’ospedale Enrico Albanese. Una banale frattura, come tante.E un banale intervento. Anche questo come tanti. Routine. Ma nel corso dell’operazione qualcosa non andòper il verso giusto. L’uomo infatti contrasse un’infezione da «stafilococco aureus». Comuni batteri, che si trovano di frequente sulle pelle o sulle unghie di ogni persona sana, ma che possonodiventare micidiali a contatto con sangue o ferite. Subito dopo l’intervento i sanitari registrarono le prime complicanze.Il fabbro fu sottoposto a cure lunghissime. Troppo costose per una famiglia monoreddito. Tentarono la carta del Nord. Ma invano: non riusciva a guarire. E in più, col passare del tempo si cominciò a paventare anche il rischio di un’amputazione. I familiari decisero così di affidarsi a un legale, l’avvocato Tommaso Raimondo, e il 10 marzo del 1999 partì la prima causa civile. Speravano quantomeno di riuscire a dimostrare la responsabilità dell’ospedale e di ottenere un riconoscimento per le cure.Ma col passare dei mesi la situazione si aggravò. Il fabbro fu colpito da una forma di depressione. Temeva di non guarire, di non potere più mantenere la famiglia. E il 18 luglio del 1999 decise di farla finita. Di liberare la sua famiglia da quel peso ingombrante. Al momento del suicidio la moglie era incinta di tre mesi. E avevano già tre bocche da sfamare. La causa andò avanti. E con la prima sentenza, nel 2002, il tribunale riconobbe il danno da invalidità permanente condannando l’allora Usl a liquidare quasi 50 mila euro di danni. Quando la sentenza passò in giudicato partì un nuovo procedimento, stavolta con gli eredi sul banco della parte civile. Avendo accertato i fatti, ai giudici non è rimasto che acquisire tutti gli atti del precedente processo.E quindi testimonianze, perizie e documenti che attestavano le condizioni di salute della vittima. Così come evidenziato dai periti nominati dall’accusa( Paolo Procaccianti e Saverio Stassi), il tribunale stabilì che all’origine di tutto c’era un’infezione da sala operatoria.Un batterio contratto non per responsabilità dei medici (che secondo il tribunale si sono attenuti alla prassi, «avendo essi operato in modo ineccepibile»), ma della struttura ospedaliera («che al momento dell’accettazione del paziente - scrivono i giudici nella sentenza - si impegna a non arrecare danno»). Un batterio contratto probabilmente per via di qualche svista nellepulizie. O per carenza di cura delle sale operatorie del nosocomio.Una volta individuate le responsabilità, la prima sezione del tribunale civile ha anche stabilito il nesso tra l’infezione e il suicidio. La sentenza, di questi giorni, ha condannato l’Ausl 6 (che è assistita dagli avvocati Giuseppe Giardina e Maria Luisa Massei ) a un risarcimento di un milione e 87 mila euro, così suddiviso: 288 mila ciascuno in favore della moglie e del figlio nato dopo la morte, 215 mila euro in favore del terzo bimbo, ancora oggi minorenne, e 148 mila euro a ciascuna delle due figlie maggiorenni. In più l’azienda sanitaria - che ha preferito non commentare la sentenza («Sono fatti troppo lontani dalla mia gestione», ha affermato il manager Salvatore Iacolino, che si èInsediato poco più di un anno fa) – dovrà pagare le spese legali.

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