Nata per nulla .
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Radici & Civiltà

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LO BLUNDO CLAUDIA LO BLUNDO CLAUDIA Pubblicato il 17/11/2005
<b> Nata per nulla </b>

Nata per nulla




    La notizia della sua morte si sparse per il paese e destò in tutti sentimenti di commozione e di compassione." Murìu a immiruta, murìu a immirutaa! ".
    L’avevano chiamata così per anni, ma adesso nessuno sapeva dire per quale motivo le fosse stato affibbiato quel soprannome.
    In verità, anche se non aveva una vera gobba, non era mai stata molto "ritta", o forse no, a ben pensare, dopo la nascita dei due gemelli si era rinsecchita più di quanto non fosse prima e si era incurvata sempre di più.
    Alla nascita, aveva ricevuto un bel nome: Clara!
    La madre glielo aveva posto in segno di augurio, ma in realtà quell’augurio non era servito a nulla.

    La madre di Clara, Nannina Zito, in gioventù era stata una bella contadina. La sua famiglia era povera ma lei, avendo come dote la bellezza, avrebbe potuto sposare, senza dubbio, un artigiano o un piccolo commerciante al quale avrebbe fatto comodo esibire al proprio fianco una bella moglie.
    Tutti pronosticavano per la giovane un salto di qualità economico e sociale. Ed invece Nannina si era lasciata sedurre dal giovane Giovanni, figlio di Don Gaetano Passalacqua, proprietario terriero e padrone di una piccola fabbrica per la conservazione di prodotti agricoli.
    "Si era lasciata sedurre".

    Con questa definizione i compaesani intendevano dire, pur se in maniera velata, che Nannina aveva, forse, preteso molto dalla propria bellezza.
    I genitori del giovane rampollo non vollero accettare l’amore tra i due giovani e così Nannina si trovò in attesa di un figlio mentre "l’incauto, inesperto, povero giovane" fu mandato al Nord, presso alcuni zii che vivevano a Milano;

    "Deve terminare gli studi di giurisprudenza! ".
    Nannina trascorse nove mesi di angoscia, maltrattata principalmente dalla propria madre che, con quella inopportuna gravidanza, vedeva svanire i sogni che aveva costruito attorno alla figlia.

    Nannina era maltrattata anche dai "puri", i benpensanti del paese, che consideravano immorali e gravi situazioni simili, anche se poi non manifestavano apertamente il loro disprezzo nei confronti della giovane per rispetto a Don Gaetano, che non aveva manifestato chiaramente quali decisioni avrebbe adottato quando sarebbe nato il bambino.
    Intanto il paese aveva trovato un argomento di conversazione che si prospettava non solo piccante, per le conseguenze della relazione, ma anche duraturo nel tempo perché si prestava alla formulazione di infinite congetture su quanto sarebbe potuto accadere in un futuro immediato e lontano.
    Clara nacque in una fredda nottata di marzo; la levatrice si occupò della giovane puerpera con lo stesso impegno col quale avrebbe accudito alla nuora "legale" di Don Gaetano ma non volle alcuna ricompensa perché capiva che anche una sola lira, sarebbe stata più utile in tasca ai Zito che non nella propria.
    Con la nascita di Clara, Nannina sperò di rivedere Giovanni.
    La madre e il padre di Nannina indossarono i loro vestiti "buoni" e si recarono da Don Gaetano, nella speranza di riuscire a commuoverlo per la sorte "…di sta picciridda …che è pure sangue vostro! ", dissero.

    " Che sangue e sangue! ", sbottò Don Gaetano, che dietro consiglio della moglie, si era preparato all’evenienza di quella visita.
    " Che sangue e sangue! Tutti sanno che vostra figlia non è mai stata una ragazza seria; ed ora voi venite a dirmi che questa che è nata è figlia di quel povero figlio mio, che - aggiunse lacrimevole - ho dovuto allontanare da casa affinché studiasse sereno! ".
    I poveri Zito provavano ancora il rispetto servile dovuto a chi è più ricco e quindi più potente; per questo motivo e per la mortificazione subita nel sentirsi dire che la loro figlia era conosciuta come una poco di buono, non riuscirono a reagire, o forse non vollero, nella speranza che con il loro silenzio, quelle ultime mortificanti parole contro la moralità della figlia restassero sospese lì dentro, nell’aria, solo tra loro tre e non fossero riportate fuori perché si sa bene come sono i pettegolezzi: quando una calunnia ha preso il volo è molto difficile fermarla.

    Quando fu chiara la decisione presa da Don Gaetano, il paese si divise di nuovo in due: vi era chi si diceva pronto a mettere la propria mano sul fuoco per assicurare che Nannina era stata sempre una brava ragazza, onesta, il cui solo sbaglio era stato quello di illudersi che Don Gaetano le avrebbe consentito di sposare suo figlio; si mormorava che quelli che parlavano così erano i soliti poveracci, sì, perché i poveri, tra loro, si aiutano.
    Per contro vi erano altri pronti a dire che Don Gaetano aveva ragione ad opporsi al matrimonio: non sarebbe stata una colpa, per Nannina, l’essere povera, se fosse stata onesta, si diceva che era stata vista da qualcuno andare al fiume da sola e …non per lavare i panni! Da una parte e dall’altra vi era poi chi diceva semplicemente: " Mah! ".

    Trascorse qualche anno.
    Nannina non rivide più il suo Giovanni; poi suo padre morì per infarto, ma dissero, per il disonore.
    Infine, Nannina sposò Vicienzu, un contadino, di quelli che lavorano a giornata.
    Vicienzu pensava di essere molto povero per potersi permettere di creare una famiglia; sposando Nannina, invece, non si sarebbe sentito in dovere di offrirle alcunché, invece Nannina gli sarebbe stata continuamente, sempre, grata perché lui le offriva un matrimonio riparatore che la riabilitava agli occhi del paese.
    Mentre Clara cresceva nacquero altri figli che, oltre che del pane, si nutrivano anche delle parole che ascoltavano e poiché Vicienzu usava chiamare Clara: "quella bastarda", anche loro, fratellastri la chiamavano " bastarda! ", mentre la loro voce si gonfiava di immenso disprezzo. L’unico amore che Clara sentiva su di sé era quello della madre che nelle rare occasioni in cui le stava vicina si crucciava e diceva carezzandola: " Povira figghia mia! ".
    Poiché la gente non ama dimenticare le disgrazie altrui e questo si manifesta con più frequenza nei paesi dove, spesso non si ha molto da fare ma si ama molto parlare, la disgrazia di essere nata senza un padre legittimo non fu mai dimenticata.
    Così vi era chi commiserava la povera ragazzina che, destinata a diventare bella come la madre, avrebbe avuto anche lei un destino infelice; vi era, poi, chi la commiserava perché avrebbe potuto avere una vita migliore se il padre, al quale somigliava tanto, si fosse ricordato di lei e della madre alla quale aveva rovinato la vita.
    Quasi tutti avevano finito col chiamare Clara "la bastarda" , velatamente, si capisce, solo nei discorsi privati, a tu per tu; ma i ragazzini che ascoltavano i discorsi degli adulti poi le gridavano " bastarda! " e ridevano come se avessero avuto dinanzi un essere insensibile, incapace di capire e, quindi, di soffrire: e tutto accadeva perché la bambina non aveva un padre pronto a difenderla né una madre in grado di agguerrirla.
    Quando Clara giungeva in paese - la casa di Vicienzu era fuori dall’abitato - non osava guardarsi intorno; camminava vicino i muri delle case, sugli stretti marciapiedi, senza alzare lo sguardo in viso ad alcuno. Andava dove doveva, per le commissioni da fare, cercando di farsi piccola, nella segreta speranza di non essere vista dai suoi compagni e di riuscire così a sfuggire ai loro attacchi.
    Era andata a scuola, ma senza alcun risultato perché, con meraviglia degli insegnanti, non aveva imparato né a leggere, né a scrivere.
    Per fare andare a scuola la figlia, Nannina si era imposta al marito: forse era stata l’unica volta in cui aveva osato chiedere qualcosa di importante per la figlia. Nannina non sapeva né leggere né scrivere ma pensava che l’istruzione dovesse essere come una chiave magica in grado di far aprire ogni porta, il mezzo per essere libera spiritualmente, indipendente, in grado di potersi difendere da tutti:
    "Una persona che sappia leggere" - pensava – " non può essere presa in giro! ".
    Clara frequentò per tre anni la scuola elementare: tre anni, tre volte la prima classe! Non si capiva se Clara fosse scema o se preferisse fare la scema: qualche paesano, tuttavia, aveva pensato questo: " Clara si vergogna di stare al mondo!"
    Clara sapeva che Vicienzu non era suo padre, ma ignorò di essere la nipote di Don Gaetano sino a quando alcune compagne, con molta cattiveria, le dissero che faceva bene suo nonno, Don Gaetano, a non occuparsi di una ragazzina stupida come lei.
    Così Clara aumentò il proprio senso di vergogna e quando, raramente, giungeva in paese camminava sempre più curva quasi volesse chiedere scusa, agli altri, per la propria presenza lì.
    In questo modo, però, Clara che sarebbe potuta diventare una graziosa fanciulla, si rannicchiava sempre di più su se stessa: il viso pallido, nonostante il lavoro nei campi, le braccia magre, nonostante l’allenamento alla fatica, alta ma non snella piuttosto allampanata e poi sempre curva su se stessa: quell’atteggiamento addolorava la madre, infastidiva Vicienzu e rendeva cattivi fratellastri e compagni.
    Anche Clara, crescendo, faceva sogni di matrimonio, ma la madre, invariabilmente, le diceva tristemente: " Chi vuoi che ti prenda, povira figghia mia!"
    Il compare di cresima di Vicienzu aveva un figlio, Antonio; anche lui lavorava a giornata nei campi.
    Antonio aveva messo gli occhi "addosso" a Clara e si affannava a spiegare ai propri genitori che Clara sarebbe stata una bella ragazza se avesse smesso di lavorare la terra come un uomo, "anzi", diceva, " come un animale da soma!", e dopo aggiungeva: " Clara è umile, gentile, riservata! ".
    Infine i genitori, sapendo bene di chi era figlia la ragazza, diedero il loro consenso al fidanzamento e Antonio iniziò a frequentare la casa di Clara, con grande gioia di Vicienzu che, finalmente, poteva togliersi da dinanzi agli occhi quella che lui considerava la figlia del proprio rivale, rivale, sì, perché Vicienzu era convinto che la moglie lo avesse sposato solo per opportunismo, per necessità, e fantasticava che nonostante la nascita dei tre figli maschi, senza dubbio Nannina doveva essere ancora innamorata di quel Giovanni Passalacqua del quale nessuno aveva avuto più notizie.
    Il periodo del corteggiamento e del fidanzamento fu, per Clara, un periodo magico: finalmente si sentiva qualcuno; ascoltava, beata ì, i sogni e le speranze di Antonio ed in quei sogni, in quelle speranze, c’era anche lei!
    Antonio aveva fatto il servizio militare ed era stato in Piemonte. Alcuni commilitoni con i quali aveva stretto amicizia lo avevano convinto a trasferirsi al Nord: avrebbe trovato lavoro ed avrebbe fatto il "signore" invece di continuare a fare il pezzente lì al Sud.
    Poiché, come dicevano i vecchi del paese, "a pagghia vicinu u fuocu abbrucia", e poiché è difficile far tacere l’impulso dei sensi quando ci si ama, prima della partenza Clara dette ad Antonio la sua grande prova d’amore in una splendida giornata di aprile, mentre il sole rideva tra le prime foglie che arricchivano gli alberi ancora spogli per il trascorso inverno e mentre le rondini volteggiavano su, nel cielo sereno.
    Antonio la prese così, delicatamente, perché lui era un giovane delicato, sensibile, dolce: per questo si era innamorato di Clara e non di un’altra ragazza.
    Antonio prese la prova d’amore di Clara e dopo, piangendo più lui che lei, partì per il Nord dove avrebbe lavorato in una grande fabbrica: " Tra due o tre mesi torno e ti porto un bel regalo e appena avremo un po’ di soldi ci sposeremo! "
    Poi, un giorno il finimondo!
    " Disgraziata, incinta! Anche tu come tua madre: c’è cascata tua madre e ci sei caduta anche tu! Ah! Ma i tempi sono cambiati e, se Antonio non ti sposa, sta’ sicura che difficilmente troverai un cretino che ti sposa, come io ho sposato tua madre! " Invece, Antonio, saputa la notizia, ne fu felice. Forse troppo felice!
    Rideva con i compagni, raccontava della sua futura paternità, diceva che un figlio porta ricchezza in casa, è una benedizione. Poi volle festeggiare anzitempo: mangiò troppo con gli amici, o forse bevve troppo, e fuori c’era tanto freddo; poi… fu condotto in corsa rabbiosa all’ospedale, dove giunse morto!
    Clara, che aveva amato Antonio come un cane ama il proprio padrone, si vestì di nero ed attese la nascita del figlio che portava in grembo.
    In una mattina di gennaio, stranamente tiepida, nacquero un maschietto ed una femminuccia: troppi da sfamare, per la famiglia di Vicienzu.
    Le buone donne della Parrocchia si rivolsero al Comune: giunse l’ostetrica e portò - solo temporaneamente si badi - i due bei gemelli in brefotrofio.

    "Sì" - assicurò l’ostetrica - " almeno per un anno, quando saranno in grado di mangiare quello che mangiate voi! "
    Eh sì, perché Vicienzu dove avrebbe preso i soldi per mantenere i due nipoti? Nipoti, poi via! Comunque, nipoti!

    I genitori di Antonio, ancora disperati per la morte del figlio e col dente avvelenato contro Clara, unica causa di tale morte, furono d’accordo sulla saggia decisione che i bambini andassero in brefotrofio per qualche anno e così Clara avrebbe potuto lavorare per sé e per i figli.
    Clara diede ai figli i nomi a lei più cari: li chiamò Antonio e Nannina, li tenne in braccio per un lungo attimo e poi non li vide più!

    Ormai più nessuno chiamava Clara " bastarda!"
    Le madri avevano paura delle tante sventure che avevano colpito prima la madre e dopo la figlia; le coetanee di Clara, immerse nei propri romanzi d’amore, occupate a preparare corredi ed abiti da sposa, provavano pietà per quella compagna sventurata così, un po’ anche per scaramanzia, le auguravano un avvenire migliore!
    Clara non recriminava contro il proprio destino, anche se a volte, però, se ne lamentava con la madre: questa cercava di confortarla, ma non vi riusciva. Il suo cuore era lacerato da tanti profondi dolori e riusciva a dire soltanto: " Povira figghia mia sbienturata!"
    Clara di giorno lavorava nei campi e a sera la si vedeva aggirarsi nei pressi del cimitero, ormai chiuso.
    Un giorno in paese si disse che i due gemellini non si trovavano più in brefotrofio: nessuno seppe mai dove fossero stati portati: " Certamente saranno stati adottati da gente ricca; buon per loro, almeno non dovranno stentare la vita! "
    "Arriva la jmmiruta!", mormoravano gli adulti seri.
    " Jmmiruta, porti fortuna o sfortuna se ti tocco? " ridevano i ragazzacci ignari che quell’essere umano aveva un’anima.
    E Clara camminava con passi sempre più incerti!
    Trascorsi gli anni, morta la povera madre, Clara continuava ad abitare in quella misera casa che prima del matrimonio di Vicienzu era stata una stalla, lì fuori dal paese.
    I fratellastri di Clara si erano sposati ed erano emigrati al Nord o avevano preferito la Germania, seguiti da Vicienzu, il loro padre.
    Clara si aggirava per le strade, ormai senza una meta, biascicando, a volte , parole senza senso contro i ragazzi insolenti, vivendo del pane che le davano, della pasta ormai fredda, degli avanzi.
    Un mattino Clara scagliò una pietra contro un ragazzino che l’aveva beffeggiata; dalla ferita uscì parecchio sangue; i genitori protestarono per la presenza di Clara in paese:
    " E’ un pericolo pubblico, è uno scandalo! " dissero.
    Così venne rinchiusa in un ospedale psichiatrico, in un reparto dove si trovavano già altre donne rinsecchite, ripiegate su se stesse, dallo sguardo perduto nel vuoto di una sofferenza senza confini.
    Un giorno Clara chiese un quaderno ed una matita all’infermiera che, ancora meravigliata, riferì al medico del reparto quella richiesta così strana. Il medico, sorpreso anche lui, disse all’infermiera di accontentare la paziente e aggiunse: "Lasciatela libera di scarabocchiare e datele altri quaderni, se ne chiede!"
    Una sera, seduta in un angolo della stanza dove normalmente trascorreva con le altre ricoverate il suo tempo inutile e vuoto, Clara iniziò a scrivere.
    Le infermiere che la osservavano, mentre trascorrevano i giorni, avrebbero voluto curiosare su quello che la donna scriveva, ma il medico era stato molto deciso: " Lasciatela in pace, non deve sentirsi osservata o non sapremo mai cosa vuol fare ".
    In una mattina di aprile, mentre il sole faceva capolino attraverso le prime foglie che spuntavano sui rami spogli degli alberi e mentre le rondini volavano in alto, nel cielo sereno, Clara chiamò: " Antonio! " e poi, reclinata ancora di più su se stessa, si spense come una candelina, nonostante non avesse ancora quarant’anni.
    Medici ed infermieri, superato il primo momento di dispiacere - perché anche i medici hanno un cuore- si ricordarono con giusta curiosità, dei quaderni scritti da Clara mentre si chiedevano cosa avesse potuto scrivere quella che, - diciamo la verità - non era stata una persona ma una nullità, quella che era venuta al mondo per sbaglio e non aveva concluso nulla che valesse la pena di essere ricordata. Era nata ed era morta ed in quell’arco che intercorre tra le due parole non aveva concluso nulla. Ah già! Quei due figli! Nati veramente per caso!
    " Mi chiamo Clara Zito, sono nata …! "
    Così si leggeva nella prima pagina del primo quaderno; seguiva una storia di malinconica rassegnazione; qualche " perché? " posto qua e là.
    Alla fine del terzo quaderno, quando stava per concludere la propria storia, Clara aveva scritto: " Mi domando cosa sia venuta a fare su questa terra; i miei dolori, le mie sofferenze a cosa sono serviti. La mia vita non mi ha dato nulla, anzi mi ha tolto ciò che avevo. Io non ho potuto dare nulla ai miei amati figli; se potesse servire alla loro felicità, darei volentieri la mia vita! "
    Clara aveva riempito tre quaderni con grafia minuta, quasi avesse voluto risparmiare spazio perché le cose che voleva scrivere, e che aveva scritto, erano tante.
    Ormai vecchio, era morto anche Don Gaetano; i paesani dicevano che i cattivi muoiono tardi perché Dio non li vuole!.
    Dopo la sua morte i balconi del grande palazzo in cui aveva abitato erano rimasti chiusi per anni. Quando la gente aveva voglia di ricordare, passando davanti al palazzo, scuoteva il capo e diceva: " Che fine! "
    Non servivano lunghi discorsi, anzi, ogni volta, quelle poche parole sembravano l’epilogo di un discorso che, in verità, era iniziato tanti, tanti anni prima.
    Un mattino i paesani videro, con loro grande sorpresa, che le finestre del vecchio palazzo erano state aperte; poi, sul balcone videro affacciarsi un giovane ed una giovane dai delicati lineamenti. Sembravano venuti dal nulla! Sui loro volti, nei loro sguardi, si leggeva una pacata curiosità che, tuttavia, non si fermava alle cose ed alle persone attorno a loro, ma sembrava voler spaziare lontano, oltre ciò che è visibile e reale.
    Ad un tratto il giovane volse il capo verso l’interno della stanza, quindi poggiò la mano sul braccio della ragazza e disse in un triste sussurro: " Nannina, guarda il nonno piange ancora! "
    La ragazza guardò il fratello, poi, mentre gli occhi le si velavano di pianto, guardò anche lei dentro la stanza.
    In quella stanza, dove il tempo sembrava essersi fermato, un uomo ormai anziano, visibilmente commosso, cercava di sistemare in una bacheca di vetro, tre quaderni consunti, più che dal tempo, dalle tante volte in cui erano stati sfogliati e letti.
    L’uomo aveva aperto la prima pagina del primo quaderno e l’ultima pagina del terzo quaderno: lì, nel mezzo, la storia di una donna!

    CLAUDIA LO BLUNDO








































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