Donna Camilla

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LO BLUNDO CLAUDIA LO BLUNDO CLAUDIA Pubblicato il 17/11/2005
<b>Donna Camilla</b>

Donna Camilla

" Donna Camilla, Donna Camilla -tutti la vogliono, nessuno la piglia!- Don-na Camil-la, Don-na Camil-la…"
 
Il ritmo cadenzato del treno, in passato, aveva prodotto quasi sempre un effetto rilassante su Patrizia che anche adesso, poggiata la testa allo schienale dello scompartimento di prima classe, si lasciava cullare dal movimento regolare e bilanciato che le ruote ricevevano dalla motrice.
 Quando era piccola, seguiva il ritmo del treno e giocava con chi si trovava con lei per indovinare quale canzone richiamasse quel cadenzare; ora non le portava alla mente alcun ritmo, ma una breve filastrocca che la madre le aveva ripetuto, scherzosamente, ogni qualvolta le era sembrato di aver trovato l’uomo giusto:" Donna Camilla, Donna Camilla, tutti la vogliono e nessuno la piglia!"
 A trentasette anni Patrizia avrebbe potuto considerarsi una donna soddisfatta della vita: bella, istruita, un buon lavoro che le piaceva e la appagava.
 In effetti quel verbo "avrebbe" guastava in parte il termine "soddisfatta".
 Durante un viaggio si parla con i compagni di scompartimento, ci si racconta, coperti dall’anonimato e dal pensiero che al termine del viaggio sarà ben difficile incontrarsi ancora; Patrizia, invece, preferiva rimanere in silenzio, gli occhiali da sole la isolavano dal mondo, e stava immobile, le mani poggiate in grembo su un libro chiuso, sembrava volesse dormire.
 Nello scompartimento si trovavano altri due passeggeri: un giovane che viaggiava con la sola ventiquattro ore ed un uomo più anziano che dopo aver salutato figli e nipoti, alla stazione, aveva specificato ai compagni di scompartimento che stava facendo quel viaggio per incontrare tutti i nipotini, quattordici, che vivevano in città diverse.
 Patrizia aveva abbozzato un lieve sorriso, di cortesia, e dopo si era estraniata dalla conversazione.
 I compagni di viaggio fantasticavano, ciascuno mentalmente, su questa donna, giovane e piacente: indossava un tailleur pantalone, dal taglio classico ma moderno per via di quella zampa a forma di elefante, anche se non molto accentuata, l’abito era ben abbinato ad una camicetta in seta, a fantasia, dalle tinte delicate, un sottile collier d’oro, qualche anello alle dita ben curate, ma non la vera nuziale, i capelli bruni, inanellati e quegli occhiali da sole dalla montatura d’argento, che le davano l’aspetto di una persona "importante", come si vede in certe rèclame. Certamente non era una casalinga, forse era la segretaria, importante, di qualche uomo importante, o una giornalista; comunque doveva trattarsi di una donna colta ed impegnata; e sotto quegli occhiali, pensava il giovane, forse si trovavano due occhi dorati.
 Una signora seduta di fronte a lei aveva posto la propria attenzione sui diversi giornali che Patrizia aveva acquistato per tenersi occupata durante il viaggio. Certa che la giovane donna non fosse ancora addormentata le aveva domandato con molta cortesia: "Scusi se la disturbo, posso leggere uno dei suoi giornali? Ho fatto tardi e non ho avuto il tempo di comprarne uno".
 Infastidita non tanto per la richiesta, quanto perché i propri pensieri erano stati interrotti, Patrizia tentò di dare una risposta gentile accennando ai giornali: " Prego, prego! "
 Poi, di nuovo, silenzio!
 Silenzio, ma la mente di Patrizia era coinvolta in un vortice di pensieri scaturiti dal saluto che alla stazione le aveva rivolto, Marta, la sua più cara amica:
 " Divertiti, non pensare soltanto al corso, cerca di guardare attorno a te; se puoi, per una volta, rilassati, chissà, può darsi che questa volta torni a casa… diversa! "
 Marta era psicologa, riusciva a risolvere i problemi di tanta gente ma, purtroppo, si rendeva conto che non era mai stata capace di risolvere i problemi di Patrizia, forse perché erano molto amiche.
 Cresciute nello stesso quartiere di  Palermo, avevano condiviso sia gli anni di studio che le avevano portate alla maturità scientifica, sia le ansie e le speranze legate prima all’adolescenza e dopo alla giovinezza. La loro amicizia aveva subito una leggera incrinatura quando Marta aveva deciso di recarsi a Padova per studiare Psicologia. Patrizia invece, iscritta alla facoltà di Lettere, aveva scoperto l’arte del restauro e, tralasciando gli studi universitari, con molto disappunto da parte di sua madre, si era dedicata a queste attività, dopo aver frequentato corsi adeguati. Era diventata restauratrice, un lavoro, aveva pensato in seguito Patrizia, che in parte somigliava a quello di Marta, ma con una differenza: Marta restaurava materiale vivo, la psiche, e lei, Patrizia, restaurava… roba morta, corrosa dal tempo.
 Quando rientrava a  Palermo, durante gli anni di università, Marta raccontava a Patrizia le esperienze vissute al Nord: gli anni "settanta" erano agli inizi e non sembravano voler cessare le contestazioni giovanili, specialmente quelle tese alla tutela della donna.
 La giovane studentessa parlava degli studi che le facevano conoscere orizzonti nuovi, parlava delle amicizie eterogenee che non necessariamente finivano in un letto, come molti dubitavano, raccontava dei giovani compagni provenienti da diverse realtà sociali e culturali, ma uniti da un identico desiderio: conoscere per aiutare.
 Marta si lasciava andare a lunghe spiegazioni che avevano come punto di partenza e di arrivo la posizione della donna nella nuova realtà, spiegava all’amica come era avvenuto il cambiamento della condizione femminile ed avrebbe voluto trasmettere a Patrizia tutto ciò che lei sentiva intorno a sé, ciò che lei viveva e quello a cui aspirava.
 Marta era il movimento, il pulsare delle novità, la voglia di rinnovamento pur rimanendo con i "piedi" a terra; Patrizia, invece, nonostante le sollecitazioni dell’amica e pur senza volerlo, rimaneva legata all’immobilismo, tramandato, da generazioni di madri alle proprie figlie, quasi fosse ineluttabile volere del fato, e che invece era dettato dal timore delle conseguenze negative di eventuali deviazioni sessuali.
 Anche se giornali e TV sbandieravano quanto di più intimo appartiene alla donna, Patrizia non era riuscita ad acquistare, come le suggeriva Marta, una nuova visione riguardante la libertà di vivere la propria vita sessuale.
 Per Patrizia, pur se impegnata in un’attività soddisfacente che le dava modo di frequentare ambienti stimolanti ed eccitanti dal punto di vista culturale ed economico rispetto i soliti che vedono impiegati le donne, i canoni imprescindibili di ogni donna rimanevano sempre gli stessi: giungere vergine al matrimonio, sposarsi con l’abito bianco, lasciarsi guidare, dopo, dal marito per scoprire ciò che il sesso, come manifestazione affettuosa, comporta.
 La madre, vedova di un colonnello, si era occupata di Patrizia amandola, coccolandola, circondandola del suo affetto e delle sue premure e -aggiungeva ironica Marta- soffocandola.
 Per avvalorare quanto affermava, l’amica non si stancava di chiedere a Patrizia come fosse riuscita ad accettare il consiglio di programmare quel lungo viaggio da sola senza la compagnia vigile della madre:
 " Come mai sei riuscita ad avere il permesso per andare da sola a Rimini, senza tua madre? ".
 " Forse sarei stata più tranquilla: io allo stage di restauro e lei nel giardino dell’albergo. Invece, così, so che starà continuamente in pensiero e questo fa star male anche me!".
 Mentre il treno si allontanava da  Palermo, Patrizia provò un senso di colpa postumo, le sfuggì un sorrisetto a quel "postumo " perché in effetti Marta non aveva dovuto insistere molto per convincerla ad andare da sola, aveva trovato la leva giusta perché Patrizia riuscisse a sottrarsi al controllo della madre senza sentire rimorso, e così non solo era riuscita a non farsi accompagnare a Rimini, ma non aveva voluto che la madre la salutasse alla stazione, preferendole la compagnia di Marta.
 La signora aveva ceduto alle spiegazioni di Marta sulla tristezza dei saluti alla stazione ed ora, mentre il treno si allontanava, l’amica, senza dubbio, stava consolando la signora: non le sarebbe mancato il tatto ed il modo per farle accettare quel breve distacco.
 Patrizia osservava il paesaggio attraversato dal treno, dopo aver superato i diversi agglomerati urbani che facevano parte dell’estrema periferia della città, si vedevano i piccoli paesini che si affacciavano sul mare; ed ecco ora spiagge assolate ed affollate, ora rocce scoscese sul mare azzurro, limpido, attraverso il quale si intravedeva il fondale. Il treno andava verso spiagge isolate, appartate, che richiamavano alla mente di Patrizia quelle baie dei mari del Sud, viste in tanti films, luoghi incantevoli dove un’unica villa domina l’insenatura, adombrata da una folta e selvaggia vegetazione che sembra sorta lì non a caso, ma per scoraggiare eventuali intrusioni estranee in quell’oasi solitaria adatta solo per una coppia innamorata.
 Ed il treno attraversava zone brulle, e poi ecco le bianche case moresche. Patrizia aveva l’impressione di avventurarsi in un viaggio di non ritorno: "ma da che cosa", si domandava, "come sono stupida, una settimana a Rimini mi farà bene, senza mamma, da sola; già da sola, sono sempre sola ".
 Aveva avuto modo di frequentare diversi uomini, anche più maturi di lei, che avevano mostrato interesse per la sua persona, slanciata anche se non molto alta, tenuta bene in forma con una sapiente dieta dalla quale aveva bandito certe pastasciutte e i dolci, ricchi di tante calorie. Quegli uomini avevano mostrato interesse anche per la sua intelligenza, per il suo lavoro, ma dopo le avances iniziali, il corteggiatore si eclissava senza che la storia si concludesse come Patrizia sperava. Alla sua età pensava fosse sciocco illudersi di poter trovare l’AMORE, sì, quello tutto maiuscolo, quello che si sogna da ragazzina quando non si sa che cosa sia. Ormai lei non era più una ragazzina, ma in verità che cosa sapeva dell’amore? Per lei amore doveva coincidere con matrimonio e famiglia.
 Anni prima la sua amica Laura le aveva dato un consiglio: " Trovati un amante ricco; guarda me, sto molto meglio da quando mi sono separata da Andrea; ricorda che l’importante nella vita, è amare! "
 Patrizia non era stata d’accordo con quell’amica e non lo era nemmeno adesso. Non accettava l’idea di amare così, per un semplice gioco di sesso, anzi avere tante informazioni sessuali a volte la frustrava: immaginava le sue ave arabe, chiuse negli harem, alla mercè di uomini che chiedevano e davano loro soltanto libidine e poco o niente amore e così aveva deciso con se stessa che non avrebbe mai ceduto alle richieste d’amore di un uomo che prima non fosse stato suo marito.
 Per questo motivo aveva lasciato Marco!
 Giunse a Rimini a sera inoltrata.
 Dopo un bagno caldo e tonificante, aveva cenato in camera con yogurt e frutta lasciandosi andare subito dopo tra le braccia di Morfeo.
 La sala delle conferenze aveva ampie vetrate attraverso le quali si vedevano le cime degli alberi verdi del parco circostante e, più avanti, il mare lontano: il tutto sembrava sistemato ad arte per offrire, ai congressisti che si avvicendavano nella sala, una sensazione di raccoglimento e di serenità che, più facilmente, induceva allo studio.
 La sala, troppo grande per l’esiguo numero di partecipanti, non aveva nulla di diverso rispetto ad altre sale che Patrizia aveva frequentato in occasione di precedenti corsi di studi, eppure appena vi entrò Patrizia si sentì come inondata da una sferzata di energia, mentre i suoi occhi si poggiavano sugli alberi del parco e poi sulle diverse piante disseminate ai lati della sala.
 Patrizia aveva incontrato con molto piacere amici e colleghi con i quali, durante quella settimana avrebbe avuto interessanti scambi di opinione.
 Un piccolo colpo di gong dal tavolo dei relatori aveva richiamato i partecipanti all’attenzione:
 "Innanzi tutto diamo il nostro benvenuto a tutti voi; siete ammirevoli perché, nonostante il caldo ed il mare invitante, accettate di rimanere seduti su queste poltroncine per imparare nuove tecniche che vi consentano di restaurare…". Patrizia aveva preso appunti, decisa ad apprendere tutto quel che le veniva spiegato; le piaceva la propria attività e voleva migliorare il proprio metodo di lavoro, voleva diventare più brava.
 Durante il pranzo, seduta ad un tavolo vicino alla finestra, nella sala dell’albergo dove alloggiava, osservava la spiaggia; era serena, rilassata, cercava di immaginare come avrebbe trascorso il tempo libero in compagnia degli amici ritrovati.
 Una lieve carezza sulla guancia la fece trasalire.
 " Patrizia , anche tu qui? ".
 " Marco! ".
 Si sentì stupida. "Mi alzo", si chiedeva, "no, rimango seduta ".
 "Siedi, Marco".
 Le tremavano le gambe, aveva l’impressione che le orecchie le ronzassero. Marco sedette prontamente avvolgendola con uno sguardo caldo, tenero.
 Le solite parole titubanti dopo un lungo periodo di lontananza per riallacciare ricordi comuni mentre lo sguardo di lei si poggia sulla mano sinistra di lui.
 " No, non sono sposato e, vedo, neanche tu, o sbaglio? ".
 " No, non sbagli! ".
 Aveva trascorso con Marco il periodo più bello della sua vita. All’inizio aveva pensato che anche lei stesse vivendo una di quelle storie dove il lieto fine è quasi scontato.
 Aveva conosciuto Marco a scuola, poi si erano perduti di vista e si erano ritrovati insieme, diversi anni dopo, in un palazzo principesco situato nel cuore di Sicilia e così o perché erano soli, lontani dalla loro città, o perché avevano in comune i ricordi dell’età giovanile o perché Patrizia adorava lo sguardo di Marco, ne aveva notato l’animo gentile, così come erano gentili le mani del giovane mentre lavorava, insomma, forse per tutto questo Patrizia si era innamorata di Marco; lui invece si era innamorato di lei senza un perché e quando Patrizia gli chiedeva cosa gli piacesse di lei, lui le rispondeva deciso: tutto!
 L’amore di Marco per Patrizia era un amore focoso, sottilmente geloso, ma poiché si riteneva un uomo moderno reputava inutile persistere in questo atteggiamento: se avesse potuto, avrebbe chiuso Patrizia in una nicchia, solo per sé, ma capiva bene che Patrizia non era il tipo di donna che si può relegare in casa, sapeva che lei amava il proprio lavoro e purtroppo questo dava modo alla ragazza di avvicinare altri uomini ed allora, combattuto intimamente da queste due circostanze che riguardavano la fidanzata, Marco pensava che, sì, il proprio modo di vedere era, senza dubbio retrogrado, ma in effetti lui era così: geloso!
 Poi il loro rapporto terminò, dopo circa tre anni, terminò in maniera diversa da come Patrizia lo aveva sognato. Marco aveva intrapreso da poco la nuova attività di antiquario-restauratore ed aveva iniziato a temporeggiare sulla decisione di un matrimonio che Patrizia, al contrario, voleva affrettare per rispondere alle sue richieste d’amore di lui e perché anche lei voleva colmare il desiderio di amarlo tranquillamente. Così Patrizia, ferma nei propri principi, l’aveva lasciato.
 "Stupida", si diceva adesso, " come sono stata stupida, ma come ho potuto? ".
 Patrizia, ora, in quella sala da pranzo che poco prima le era sembrato un luogo di gioia, serenità, non riusciva a scorgere lo sguardo felice del giovane, perché le tornava alla mente lo sguardo di Marco, tanti anni prima, quando lei gli aveva gridato che anche lui era come gli altri uomini: " Non vuoi sposarmi perché pensi soltanto al sesso! ".
 Quello era lo sguardo di un uomo ferito, incredulo che la propria fidanzata, per timore di cedere alle sue offerte amorose, decidesse di lasciarlo definitivamente: " Patrizia, ragiona, cerca di avere ancora un poco di pazienza, non puoi volere che il nostro amore finisca così! ".
 Tra loro due c’era stata sempre un’intesa chiara e perfetta: uguali interessi, uguali desideri ed anche uguale desiderio di fare l’amore. Eppure Marco la rimproverava, dolcemente, ogni qualvolta si scambiavano effusioni perché per lei fare l’amore consisteva nel fare una serie di carezze che servivano soltanto per appagare lui mentre lei era rimaneva come una spettatrice; in lei il timore di essere non amata, ma usata e poi… niente matrimonio, era più forte dell’amore che provava e che voleva da Marco.
 Ma adesso Patrizia si rendeva conto solo di un fatto: Marco era lì, felice per averla incontrata ed anche lei era così felice da non comprendere quasi più nulla.
 Quel pomeriggio le lezioni del corso persero il proprio fascino; Patrizia si sorprendeva a controllare di frequente l’orologio, ansiosa di incontrare di nuovo Marco, da sola, lontano da altri amici.
 Fu piacevole per entrambi rivedersi. Da soli cenarono e poi fecero una passeggiata sul lungomare, camminarono come due vecchi amici che si sono ritrovati, in un discorso che si riallacciava a colloqui lontani, dove, però, l’amore non trova posto. Più tardi, nel suo letto d’albergo, Patrizia si addormentò cullandosi in mille fantasie che coinvolgevano anche Marco.
 Il mattino successivo la giovane donna quasi non si riconosceva: non sapeva decidere quale abito indossare, pur essendo consapevole di saper vestire nella maniera adatta alle circostanze, con gusto. Ora ogni vestito le sembrava scialbo ed inadatto ed invece lei voleva essere bella per Marco, per poter rivedere il suo sguardo sorpreso, quando si sarebbero rincontrati: lui le aveva promesso che alle otto e trenta sarebbe andato a prenderla in albergo ed insieme avrebbero raggiunto la sede dove si svolgevano le lezioni. Infine Patrizia decise di indossare un tailleur rosa, di lino: togliendo la giacchina a maniche corte sarebbe rimasta con indosso una camicetta in organza a pois bianchi e neri, un completo che si armonizzava col viso leggermente abbronzato e col trucco color rosa degli occhi.
 Quella sera, camminando sul lungomare illuminato a festa, Marco le offrì un bocciolo di rosa:
 " Bello ed inaccessibile come te! ", le disse.
 Durante le lezioni o chiusa nella camera d’albergo, Patrizia cercava di analizzare il momento che stava vivendo, finalmente veramente felice, mentre i giorni trascorrevano senza che lei potesse far nulla per fermare il tempo.
 Durante i loro incontri, al contrario di lei, Marco qualche volta ricordava il passato: gli anni della scuola, l’incontro alla villa principesca. Una volta accennò anche alla loro relazione: una sera, mentre guardavano il rientro a riva di alcune barche da pesca Marco le domandò:
 " Ti ricordi, quando eravamo insieme, quella sera che a Mondello siamo andati a pescare anche noi? Quante risate e come ci siamo bagnati! ".
 Patrizia ebbe l’impressione che un brivido, come una punta di coltello, serpeggiasse nella sua schiena e rispose:" Sì, lo ricordo! ". E fu tutto.
 Sperò che Marco riprendesse il discorso di ciò che lei considerava una ferita, ma Marco non andò oltre e cambiò discorso temendo che Patrizia non volesse ricordare.
 Patrizia, da parte sua, si domandò con onestà: che cosa pretendeva? Che Marco le gettasse le braccia al collo dopo essere stato lasciato da lei?.
 Le sembrava di capire che Marco le voleva ancora bene:
 "E se invece " si chiedeva " trascorre il suo tempo libero con me solo per avere una compagnia durante questi giorni? ".
 Immaginava un colloquio con Marta che le domandava:
 " E tu come vivi questa situazione?".
 "Io non so" si rispondeva "ma vorrei che Marco mi abbracciasse, mi carezzasse. Sì, ho sempre detto che si comincia così e poi non si sa dove si finisce! Ma è proprio il "dove" che io vorrei vivere con Marco"." Perché hai trentasette anni, forse ti senti già vecchia e perciò decidi di dare un addio ai tuoi principi? " incalzava la voce dell’amica.
 " No, nulla di tutto questo, ma io amo Marco e, riflettendo bene, gli sono rimasta fedele durante tutti questi anni, anche se non me ne sono resa conto. No, non posso vivere soltanto di inutili sogni, ho bisogno anche del suo amore! ".
 Passeggiavano ancora una volta in riva al mare. Le onde erano musica e la luna rifletteva su tutto una luce che il tepore della sera rendeva calda.
 All’improvviso Marco le cinse le spalle col suo braccio, poi l’abbracciò teneramente: " Questa sera stiamo insieme per l’ultima volta!".
 Un improvviso nodo di pianto serrò la gola di Patrizia che seppe soltanto dire: " Sì, Marco! ".
 " Voglio che tu sappia che sono stata molto felice di averti incontrato, dopo tanti anni!"." Anch’io, Marco! ".
 Patrizia non osava guardarlo in viso, temeva di piangere.
 " Sai, vorrei che questo corso, questa settimana, non avesse mai fine!".
 Marco notò la voce commossa di Patrizia e si accorse che gli occhi di lei si riempivano di lacrime; sollevò il suo viso e la baciò sulle labbra, un bacio caldo, prolungato. Patrizia si abbandonò all’abbraccio e Marco riuscì a percepire attraverso gli abiti leggeri il desiderio che sprigionava dal corpo di Patrizia.
 Per lui fu come una felice scoperta che lo indusse a proseguire:" Ti amo, Patrizia, ti ho sempre amata, lo sai e ti desidero! ".
 " Anche io ti ho sempre amato, Marco, e… voglio essere tua, non mi importa se sarà soltanto per questa notte!".
 "Ma come, mia cara", domandò Marco, mentre il suo abbraccio che si faceva più forte, esprimeva quanta gioia gli procurava quella confessione, " per te è importante, innanzi tutto il matrimonio con l’abito bianco! ".
 " Anche se è importante, penso che adesso tu sia più importante, per me. Ti amo, Marco, e devi sapere che ora solo questo ha importanza, per me! "." Cara, ti amo tanto, anch’io, ma dopo… vorrai sposarmi?

Claudia Lo Blundo


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