LA SCUOLA - II^ Parte -

Radici & Civiltà

Utilizzando il nostro sito Web, si acconsente all`impiego di cookie in conformià alla nostra Politica sui cookie  Accetta i cookie da questo sito
Pubblicato il 27/11/2005
<b> LA SCUOLA </b>  - II^ Parte -

LA SCUOLA - II^ Parte -



Il maestro Macaluso

" Il maestro Macaluso era la colonna portante della scuola di Lalia, ma era anche il timore, la soggezione per i ragazzi, a cagione della.:sua severità, del suo rigore. Egli era un uomo corpulento, atletico, testa rasata, passo marziale, portamento militaresco, silenzioso e cupo. Insegnava soltanto nelle classi quarta e quinta, le classi più impegnative; non insegnò mai nella prima, seconda e terza classe. C'erano due insegnanti che curavano le classi quarta e quinta: il maestro Macaluso, appunto, e la maestra Sesti-Guccione, una brava e apprezzata insegnante.

All’inizio di ogni anno scolastico si diffondeva una certa ansia tra i ragazzi promossi in quarta e in quinta: ognuno sperava di non essere iscritto nel libro «nero» del maestro Macaluso. Erano giorni angosciosi quelli vissuti in quel periodo, un incubo che spesso diventava esasperazione. Ricordo di avere visto piangere molti bambini per avere avuto la spiacevole sorte di essere compresi nella temuta classe del maestro Macaluso. E non erano solo i ragazzi a soffrirne, ché anche le famiglie non vivevano quei giorni con minor timore. Ormai il maestro Macaluso si era creata questa nomea di «maestro terribile»! La sua spiccata personalità era riconosciuta da tutti gli altri .insegnanti: al cospetto della sua autorità morale e culturale rimpiccioliva persino «l'autorità» di cui era investito il tenente della milizia, maestro La Quaglia, il quale, per altro, odiava cordialmente il Macaluso, "testa a cuzzuluni " ; come lo chiamavano i ragazzi, per via che portava i capelli rasati a zero. Ma anche il Macaluso non degnava di un saluto il La Quaglia. Il maestro Macaluso non era il Direttore anche se la sua autorità lo faceva apparire come se lo fosse. Il Direttore era il maestro Pietro Cardinale, bravo insegnante, ma non aveva il prestigio, la personalità, la grinta (come si dice oggi) il carisma, insomma, del Macaluso il quale aveva a suo favore, oltre alla personalità, alla severità, che incidevano sul buon funzionamento della scuola, anche una preparazione culturale di tutto rispetto: era uno studioso impegnato, che lo faceva diverso, in meglio si intende, rispetto alla mediocrità dei suoi paesani. Ma i ragazzi non sapevano e non gliene importava della sua cultura: sapevano della sua severità e tremavano al pensiero di andare a finire sotto il rigore della sua "bacchetta".

Dagli scolari egli pretendeva impegno, serietà, disciplina; e per chi non avesse avuto tali tendenze, il maestro Macaluso teneva in classe una bacchetta, che faceva bella mostra di sé sulla cattedra, pronta a calare sulle mani di chi non studiava o era indisciplinato. Quando il maestro chiamava l'appello, era fatto obbligo ai ragazzi di presentarsi davanti alla cattedra e mostrare le mani che dovevano risultare pulite e le unghie in ispecie non dovevano essere, come diceva lui, «listate a lutto»: guai! L'indagine igienica non si fermava solo alle mani, ma al collo e sopratutto agli orecchi. Se risultavano sporchi, allora il maestro con la sua voce robusta, quasi baritonale, e lo sguardo severo, apostrofava il malcapitato con queste parole che raggelavano: " negli orecchi che ci pianti il prezzemolo o il basilico? " E il ragazzo arrossiva per la vergogna (sì, perché a quei tempi i ragazzi sapevano vergognarsi!) e tremava per le bacchettate sulle mani che seguivano i rimproveri. C'era poi una pena ancora più severa:

castigava i ragazzi dietro la lavagna, facendoli inginocchiare su un pugnetto di ceci. Una vera tortura. Insomma era un educatore severo e temuto; ma un educatore, un insegnante completo. Quando un ragazzo conseguiva la licenza elementare dal maestro Macaluso, voleva dire che sapeva veramente; e i ragazzi ne andavano fieri. Del resto la severità non era rivolta solo verso i ragazzi, era severo anche con se stesso:
il suo costume di vita era rigoroso. Nei mesi invernali, quando c'era la neve (e al mio paese la neve non mancava mai) non di rado si poteva scorgere il maestro Macaluso sul balcone di casa sua, a torso nudo, prendere manate di neve e stropicciarsela sul petto, sul viso e sulla testa pelata. Dormiva con le finestre aperte, d'estate e d'inverno, si alzava presto al mattino, faceva ginnastica. Così cominciava la sua giornata il maestro Macaluso, ed era sempre puntuale a scuola; mai un giorno di assenza. Usciva di casa, sigaro in bocca, saliva compassato la strada dritta verso la chiesa di S. Giuseppe, camminando come un soldato e si infilava nella scuola. La sua imponenza fisica, quel suo camminare con passo militaresco, col suo sigaro in bocca gli creavano un alone che incuteva rispetto, se non proprio timidezza.
Non fu mai visto fermarsi per la strada a conversare con qualcuno; la sua fu sempre una vita ritirata, discreta: scuola e casa dove, rigorosamente, si rintanava fra i suoi libri. Egli è rimasto un mito per le nostre generazioni; una favola probabilmente per chi vive la scuola oggi. Erano tempi quelli in cui la scuola finiva alla licenza elementare; erano rari i ragazzi che frequentassero poi gli studi superiori, giacché tali corsi bisognava seguirli a  Termini Imerese o a  Palermo, ed è inutile dire che ciò era riservato ai figli dei danarosi. Così anche le intelligenze più valide e più promettenti, ma non ben fornite economicamente, si spegnevano e finivano dietro l'aratro a chiodo o dietro alle pecore o alle vacche. I più fortunati potevano tentare un mestiere, che sò io, imparare a fare il sarto, il calzolaio, il barbiere, il fabbro o il falegname: era tutto qui l'artigianato (la Sicilia non ha mai avuto un artigianato ricco, fiorente, tale da costituire un angolo prestigioso della sua economia), ma quei mestieri che ho enumerato erano considerati i mestieri più puliti, rispetto alla zappa; i più gentili, insomma. Pochi volenterosi tentavano di allargare l'orizzonte della loro cultura e, non potendo adire agli studi superiori, trovavano rifugio in un corso di studio, la sesta elementare che era stata istituita per iniziativa del Professore Ciro Leone, uomo di vasta cultura, umanista, e di una bontà infinita; un vero gentiluomo.

Il professore Leone radunava quei giovani smaniosi di sapere e offriva loro con dei corsi serali, una messe abbondante di conoscenze che ingentilivano la mente e l'animo.

Bisognò arrivare agli anni trentanove-quaranta per vedere qualche figlio di «burgisi», di artigiano o di commerciante, lasciare trionfante il paese per andare a Termini o a  Palermo per accostarsi agli studi ginnasiali. Negli anni poi che seguirono la seconda guerra mondiale, ci fu un vero e proprio assalto ai diplomi e alle lauree, un assalto a vasto raggio popolare. Fu un salto qualitativo (oltre che quantitativo) che ha favorito l'ulteriore processo di crescita . della società siciliana.
La fine degli eventi bellici aveva dato origine a una esplosione della società che fino allora aveva creduto di non avere diritto ad entrare nel tempio della cultura, riservato solo ai ricchi. Ci fu qualcosa che diede origine ad eventi fino allora impensabili, qualcosa al quale non fu estraneo certo il fattore economico, fenomeno connesso con gli eventi bellici; ma non fu certamente estraneo anche il nuovo fattore politico che aveva visto la vittoria della libertà, della democrazia che aprirono nuove speranze verso future aperture sociali.
Certo è che ci fu un risveglio di coscienza sociale che fece cadere molti tabù. La società contadina, per esempio, si appropriò di diritti che per secoli le erano stati negati, anzi era stata persuasa che così doveva essere e non altrimenti. Molti altri tabù crollarono negli anni successivi. Ma l'avere dato la scalata ai Licei e alle Università fu certamente la più incisiva, la più rivoluzionaria per nuovi salti di qualità nella conquista di altri valori sociali. Fu importante per il mondo contadino avere scoperto il suo diritto alla cultura, e fu importante per il mondo della cultura scoprire e accogliere nel suo seno il mondo contadino.

Quell' avanzata rivoluzionaria della società siciliana aveva fatto sperare che avrebbe dato origine negli anni successivi a un risveglio più ampio per il futuro della Sicilia, per il suo inserimento nel mondo economico sviluppato. Ma la rivoluzione, ora lo possiamo dire, è rimasta in sospeso; si sono registrate alcune aperture, sì, piccoli spiragli all'orizzonte siciliano... Ma ci sono state poi deviazioni, abbandoni, rinunce, impedimenti anche, che hanno, quanto meno, rallentato il riscatto sociale e di conseguenza il processo di crescita dell' economia isolana. Molte di quelle energie scaturite da quell' assalto popolare alla collina della cultura, sono andate disperse o perché non valorizzate nella giusta misura, o perché non hanno trovato il conforto, l'aiuto necessario per affermarsi nella propria terra. Da qui la fuga: molti hanno abbandonato la loro terra, espatriando verso terre lontane, nel Continente Europeo, quando non anche nelle Americhe. Sono forze sottratte alla Sicilia, per difetto di una classe dirigente, troppo chiusa in sé stessa, dimentica degli interessi dell'Isola. La stessa economia agricola, un tempo pilastro della Sicilia, ora ha perso il suo ruolo, mentre non è avanzata certamente l'industrializzazione che pareva a portata di mano.

Oggi la Sicilia ha certamente più laureati e più diplomati di quanti ce ne fossero stati nei miei giorni, ma molti di quei laureati o diplomati sono disoccupati. "




Viste 3257 - Commenti 0
Iscriviti
ed inizia a pubblicare i tuoi contributi culturali