La vita sociale - VI^ Parte -

Radici & Civiltà

Nuovo Regolamento Europeo per la protezione dei dati personali: aggiornamento informativa. Leggi Regolamento Utilizzando il nostro sito Web, si acconsente all`impiego di cookie in conformità alla nostra Politica sui cookie  Accetta i cookie da questo sito
Pubblicato il 28/11/2005
<b> La vita sociale</b> - VI^ Parte -

La vita sociale - VI^ Parte -




Lo stato delle attività agricole e artigianali

tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40 . Si ringraziano, per la gentile concessione, gli Eredi e l’Amministrazione comunale di Alia che nel 1997 ha curato la pubblicazione del libro.

" In sul finire degli anni '20, il regime dell' epoca diede la stura, sospinto da certe esigenze dello stato dell'economia nazionale, ad una politica che doveva essere di "rinnovamento", una politica che, insomma, sembrava dovesse condurre il paese verso un incremento delle sue risorse, del suo sviluppo industriale da una parte e della primaria economia, quella agricola, essendo l'Italia un paese agricolo-industriale. A tal fine, il regime puntò la sua attenzione su un nuovo filone industriale che in Europa e nel Mondo economicamente avanzati si stava affermando largamente: l'industria chimica e segnatamente quella di impiego nell' agricoltura; in funzione di un sostanziale incremento della produttività, in senso quantitativo e qualitativo.

L'iniziativa era tanto più valevole e starei per dire provvidenziale per il settore agricolo meridionale che era il più arretrato e il più povero, rispetto anche a quello, non poi tanto brillante, del resto d'Italia. Allo scopo, il Ministero dell' Agricoltura organizzò 'le cosiddette "cattedre ambulanti", costituite da furgoncini attrezzati,con apparecchiature tecniche, campionature di concimi chimici e altro; il tutto supportato da adattati esperti tecnici del ramo chimico e agricolo che avevano il compito di persuadere e di illustrare ai contadini i benefici dei nuovi ritrovati della scienza chimica se applicati all'agricoltura, ai fini di un arricchimento delle capacità produttive della terra.
Naturalmente le autorità locali diedero il loro contributo, organizzando assemblee di contadini che a Lalia furono tenute - se non ricordo male - alla "Società Grande", che era una specie di associazione dei contadini, soprattutto burgisi e affittuari. I tecnici spiegarono a profusione l'importanza dell'uso dei concimi chimici in agricoltura, ne esaltarono l'efficienza ai fini di un arricchimento della produzione. Ma il solo risultato che ne venne fuori fu una sommossa popolare che portò disordini e perfino all'incendio dell'esattoria e all'assalto al Municipio, contenuto a stento dall'intervento dei pochi carabinieri presenti nel paese; nonché la frettolosa fuga dei tecnici con i loro mezzi, verso altri lidi. Ma per quel che mi ricordo disordini e sommosse si ebbero in altri paesi, come accadde, per esempio, a  Roccapalumba  dove si distinsero particolarmente le donne.

I contadini si erano ribellati contro quella "diabolica" novità che voleva sovvertire gli usi abituali, come l'impiego, per esempio, della "grassura" (lo stallatico) per ingrassare il terreno, o come il criterio dei cicli produttivi: un' annata a grano, un' altra a fave e poi sulla e così via riciclando; metodi che per secoli avevano dato buoni risultati, non essendone stati sperimentati di nuovi.

Sì, ma perché incendiare l'esattoria, assaltare il Comune?
Passi per il Comune, resosi complice di quella "trappola" del concime chimico, ma l'esattoria? Il fatto è che il popolo ogni tanto ha bisogno di sfogarsi, di vomitare il suo malessere represso, e allora lo riversa contro l'Esattoria che è il simbolo dello Stato vessatore, quindi nemico. Per dirla col Carducci: " Ma il popolo è, ben lo sapete / un cane, i sassi addenta che non può scagliar".
Così finì il tentativo di portare il progresso nelle campagne siciliane.

Qualcuno si domanderà: ma la proposta doveva interessare molto più i grossi agrari: c'erano anche loro in piazza a protestare? No, non c'erano, però se fossero stati d'accordo per l'uso dei concimi chimici, non sarebbero andati in piazza a dare il loro consenso, ma avrebbero saputo come impedire ai villani di scendere in piazza a bruciare l'esattoria. VuoI dire che per i possidenti, anche i più addottorati, l'impiego dei concimi chimici era considerato una trappola.

Dopo qualche anno i concimi chimici cominciarono a fare la loro comparsa e furono visti alcuni burgisi caricare sui muli i sacchi con la scritta "Montecatini". Ricordo che il primo a recarsi da Giallombardo, (il rappresentante locale della Montecatini), fu Castrense Runfola, un uomo aperto, disposto alle innovazioni, come per altri versi poi dimostrò sapientemente. Egli e pochi altri dimostrarono, per esempio, che il metodo di seminagione a "spagghiu" rendeva meno. che quello a solco: il solco imbrigliava, conservava il seme, risparmiandolo dalle acque piovane, mentre col sistema a "spagghiu" non trovava difesa e veniva travolto, perduto.

Ho voluto citare questo episodio per dimostrare quanto fosse arretrata la nostra agricoltura e come il mondo contadino, in ogni sua istanza, fosse caparbiamente avverso a ogni spinta di progresso e come questa sua resistenza trovasse la complicità dell'intera società.

Trascorreranno ancora molti anni prima di vedere qualche trattore, qualche trebbiatrice (accadrà oltre gli anni '50) sostituire l'aratro a chiodo e i muli sulle aie. Sebbene anche le innovazioni tecnologiche intervenute in questi ultimi decenni, come del resto la stessa cosiddetta "riforma agraria", ho ragione di credere che non abbiano dato maggiore impulso e più respiro all' agricoltura siciliana.

Appare evidente che in una agricoltura così arretrata e in una società così ottusa, il contadino vivesse una vita magra, sacrificata. L'esistenza del contadino si reggeva su pochi elementi, ma tutti importanti: la terra che, come ho detto, era in larga misura in possesso di pochi agrari, e per ottenere la concessione di un appezzamento di terreno, il contadino doveva penare assai; le sementi, che spesso il piccolo affittuario e il metatiere dovevano chiedere in prestito al proprietario, che le concedeva ad usura; il mulo per tirare l'aratro a chiodo; il buon Dio a cui si affidava perché mandasse una buona stagione.

E sì, le buone stagioni erano importanti, quasi quanto la terra stessa, perché da esse dipendeva largamente il buon raccolto. Così il contadino invocava la pioggia quando doveva arare la terra, la temeva quando doveva spargere il seme, pel timore che glielo portasse via che era appena interrato.
E poi veniva il tempo del sole e del vento che erano determinanti, a seconda delle esigenze del frutto atteso. Ansie, speranze, timori dall'inizio dell'anno agricolo, sino alla fine, sino cioè al completamento dei raccolti: dal grano, all'uva, alle olive...
Ecco perché la vita del contadino è sempre stata considerata una costrizione, una vita maledetta, subìta obtorto collo; mai come una scelta libera e felice. Il contadino non si è mai sentito un protagonista della terra, ma un forzato. Egli doveva solo lavorare, condizionato dagli elementi della natura, e attendere, sperare, affidandosi alla grazia dei santi del paradiso. Sì, il contadino passava da un' attesa trepidante all' altra, da una speranza a una delusione, in una girandola continua e tormentosa.
frutti dipendeva non soltanto la vita del contadino, ma di tutta la società.
Ne consegue che tutti erano parimenti coinvolti dal vortice delle speranze come dei timori. Era, dunque, una vita di duro lavoro per il contadino e una vita di stentate speranze, di incertezze anche per chi viveva nel paese, per i vecchi, le donne, i bambini per i quali la vita, specie nei mesi invernali, si appiattiva vieppiù, si rimpiccioliva. La pioggia e la neve erano il tormento per grandi e piccini. Le strade sconnesse, quando pioveva divenivano veri e propri torrenti che strappavano le pietre malferme, trasportandole lungo le ripide discese delle vie deserte; nelle giornate nevose, poi, circolare per le strade era pericoloso perché non si riusciva a vedere le buche che numerose insidiavano il cammino. E di neve, come ho già avuto occasione di dire, a Lalia ne veniva abbondante, essendo il paese collocato a circa settecento metri sopra il livello del mare, e il freddo, nonostante la vicina Africa, era pungente.

Per i ragazzi poi, i mesi invernali erano una vera iattura perché, come già accennato, a scuola non c'era riscaldamento e si battevano perciò i denti: i ragazzi non vedevano l'ora di tornare a casa, dove almeno c'era di sicuro un braciere di rame, ardente di fuoco
che li scaldava, in qualche modo.

Non so dire da quale linea "ereditaria" discenda l’uso del braciere di rame, chi avesse introdotto tale uso. Ciò che però rifletto è che il camino non era conosciuto nelle case siciliane; eppure sarebbe stato più conveniente, avrebbe reso più calore che il braciere. E invece no; il forno sì, anzi non c'era casa che non l'avesse.
Certo, il camino va alimentato con la legna grossa e non con il carbone..
E forse qui possiamo trovare un neo: la legna.
Intanto il contadino siciliano non è mai stato incline all' arte del boscaiolo; tutt'al più a casa poteva portare qualche fascina di sarmenti, su ripetute sollecitazioni delle proprie donne che altrimenti erano costrette a scaldare il forno e ad alimentare i fornelli con la paglia. In ogni modo mai legna grossa, come quella che, appunto, serve per alimentare il camino. Il contadino siciliano era programmato, per atavica discendenza:
arare, zappare la terra, seminarla, attendere il tempo del raccolto, mietere, "pisare" e portare il frumento al mulino.
E poi, diciamola com'è: dove la trovava la legna grossa?
Nei boschi, si dirà. E la Sicilia, in verità, fu, un tempo assai lontano, terra anche di ricchi e folti boschi, di grossi e robusti fusti d'alberi, donati dalla magnanimità della natura. Ma poi l'Isola fu ripetutamente soggetta a invasioni di tante razze. E ogni invasore, sostava quel tempo che riteneva necessario per depredarla, poi la lasciava ad altro invasore.
E fra le ricchezze sottratte alla Sicilia, ci furono anche i boschi dove ognuno tagliava e coglieva a proprio profitto. Così faceva ogni dominatore di turno: disboscava e portava via il prezioso legname. Ma nessuno si preoccupava poi di rimboscare. Non se ne preoccupavano i padroni temporanei, ma, ahimé, non se ne preoccupavano neppure i siciliani che assistevano impotenti e forse anche incuranti a quello scempio delle loro ricchezze, delle loro risorse naturali. E così per secoli, là dove un tempo c'erano stati i boschi, man mano la terra rimaneva spoglia, senza più un arbusto, e i monti divennero brulli. Con conseguenze che andavano oltre il problema del patrimonio boschivo, delle risorse del legname, perché il disboscamento comportò altresì mutamenti ecologici come la diminuzione delle risorse acquifere, da cui la diceria che dura da secoli, secondo cui la Sicilia è terra scarsa d'acqua per castigo di Dio! Laddove è testimoniato dalla storia che la Sicilia fu un tempo ricca di fiumi e quindi ricca di falde imbrifere. Ma una risorsa fondamentale delle falde imbrifere è costituita proprio dai boschi. Mancando questo ambiente naturale si assottigliano le falde imbrifere.
Pare che in questi ultimi decenni le istituzioni si siano sensibilizzate e abbiano dato vita a una politica di rimboscamento. Ma pare anche che tale impegno abbia generato la fantasia dei piromani (fantasia galoppante ormai in tutta Italia) che ogni anno fanno
scempio di quegli alberi, tanto faticosamente e costosamente piantati lì.
Perché lo fanno? Ah, è semplice: per poi rifare il rimboscamento, che diamine! Come la Penelope: il giorno tesseva e la notte disfaceva. "


Viste 3726 - Commenti 0
Iscriviti
ed inizia a pubblicare i tuoi contributi culturali