LE TRADIZIONI - I^ PARTE -

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Radici & Civiltà

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GUCCIONE ROMUALDO GUCCIONE ROMUALDO Pubblicato il 02/12/2005
LE TRADIZIONI</b>   -  I^ PARTE  -

LE TRADIZIONI - I^ PARTE -

tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40. Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.


Le festività natalizie


- li urciddati -


" Le vacanze natalizie erano vissute dai ragazzi piuttosto pigramente, senza molto entusiasmo, a cagione della inclemenza della stagione che non consentiva loro neppure di uscire fuori a giocare. Ma via via che si avvicinavano i giorni di Natale e Capodanno si accendeva nei grandi e nei piccini una elettrizzante atmosfera che era già una festa. Per i ragazzi l`attesa più febbrile era quella dei regali che, si badi bene, non venivano dati, come si usa ora anche in Sicilia, per Natale, ma nel giorno di Capodanno. Il giorno di Natale era soltanto la natività di Gesù.
 

Un`usanza tipicamente sicula era anche (e credo sia ancora oggi) quella di fare regali ai bimbi nel giorno dedicato ai morti, il 2 novembre; mentre la Befana, nei paesi almeno, non aveva alcuna particolare attrazione per i bambini: non era giorno di regali, anzi era considerata una festa "babba". Per il resto dell` anno niente più regali, salvo la "fera" che veniva data in occasione delle feste locali.
 


È ben noto che la Sicilia, terra dolce e zuccherata, ha molta fantasia e finezza in fatto di dolciumi: ogni festa, in Sicilia, ha il suo dolce tradizionale, e nei paesi, i dolci era usanza farli in casa; naturalmente ove ne sussistessero le possibilità economiche. Ma in generale, dove con più ricchezza, dove con ristrettezza, i dolci nei giorni di feste solenni non mancavano. E Natale e Capodanno erano feste che davano la stura al "loro" dolce. E per i ragazzi quel gran daffare che mobilitava le loro famiglie nella preparazione dei dolci, era motivo di allegria, un`allegria che interrompeva la malinconia prodotta dalla pioggia e dalla neve. Le prime feste dell` anno erano accolte con solennità, non solo per il loro significato religioso e civile, ma anche perché venivano considerate quasi come il preludio, la vigilia della fine dell`inverno: ancora un paio di mesi e sarebbe arrivata la primavera.


 


Erano feste intime, raccolte in seno alla famiglia: la sera di Natale, alla mezzanotte, tutti a messa, e il giorno appresso la festa, soprattutto in cucina. Le tavole imbandite con semplicità, ma con un tocco particolare quale segno di festa e allegramente tutti a mangiare un buon piatto di pasta con ragù, seguito da salsiccia o cotolette e, per dolce, "urciddata", il vero dolce natalizio. "Lu urciddatu" era una specie di biscotto che all`interno conteneva conserva di fichi secchi o anche conserva di mandorle, con zuccata e cioccolata a pezzi (ma l`uso della conserva di mandorle era piuttosto riservato a poche famiglie, quelle benestanti, insomma). "Lu urciddatu" veniva "allustratu", ossia dipinto con una sostanza bianca, dolce, naturalmente, fatta con zucchero a velo e albume d`uovo, e per rendere la coreografia più bella, si aggiungeva un po` di pistacchio macinato (ma solo per i dolci con la conserva di mandorle).


 

Una vera leccornia di cui potevi godere solo per Natale e Capodanno. Per riguastarli, dovevi aspettare una annata intera!
 

Ricordo che a mia sorella Mary piacevano "li urciddati" di Savanieddu, una famiglia di contadini che abitava nella nostra stessa strada: li facevano con i fichi e ci mettevano anche il pepe a chicchi. Era l`unico neo che non apprezzava mia sorella: avrebbe preferito meno pepe e più zucchero. Mia madre non voleva che ne mangiasse, ma lei se li faceva dare furtivamente da Anna, una delle figlie di Savanieddu. "
 







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