LE TRADIZIONI - IV^ Parte –

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 02/12/2005
<b>LE TRADIZIONI</b>  - IV^ Parte –

LE TRADIZIONI - IV^ Parte –




tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.

S.Giuseppe e li virginieddi

" C'era una tradizione nel mio paese, una tradizione dedicata tutta ai poveri. Ecco, un'altra distinzione nella componente umana. I poveri erano (o sono) una cosa diversa; non dico dai ricchi che questo è ovvio, ma diversa persino da quella larga porzione della società che viveva modestamente, sino a toccare gli estremi degli stenti, la miseria, in una parola. I poveri erano una scaglia schizzata via dalla società. Tra un "iurnataru" e diciamo un piccolo metatiere, un contadino senza terra che vive stentatamente, e uno che invece vive di elemosina, c'è differenza! I primi possono vivere malamente, subire la miseria, ma non chiedono mai 1'elemosina, come fa il povero. La povertà è l'ultimo stadio a cui può giungere un uomo il quale rinuncia persino alla sua dignità. La povertà è come avere la gobba: chi ce l'ha non se la nasconde, ma chi la vede fa gli scongiuri.
La data dedicata alla povertà era il 19 marzo, festa di S. Giuseppe che diventava, pertanto, la festa di "li puvireddi". Era quello il giorno in cui i poveri dovevano dimenticare la loro sorte, e i ricchi, i benestanti dovevano ricordarsi che i poveri sono parte dell'umanità; che pertanto, almeno una volta all'anno, dovevano essere l'oggetto di .impegno e di interessamento della società.
E quale migliore ricorrenza di. quella simboleggiata dalla festa di S.Giuseppe, quale altro santo, fra tutti i santi, avrebbe potuto rappresentare meglio la povertà?!
Ecco, dunque, che il 19 marzo, l'attenzione della comunità era tutta per "li virginieddi", così erano chiamati i poveri in quella festosa ricorrenza, che per quel giorno potevano godere di un pasto abbondante, del riconoscimento ufficiale della società, della sua pietà e del suo sapere essere generosa.
Certo, sarebbe stato meglio se non ci fossero stati i poveri, ma allora la festa di S. Giuseppe sarebbe stata festa senza simbologia sociale; ognuno avrebbe festeggiato S. Giuseppe, ma non "lu santu di li puvireddi", e sarebbe stata festa, riconosciuta solo per l'odore delle "sfinci". Così, invece, la festa era per tutti in cucina, e in piazza una tavola addobbata per l'occasione, accoglieva i poveri del paese e tutti gli abitanti accorrevano per vedere come mangiano i poveri quando hanno l'opportunità di farlo. E credo che anche S. Giuseppe quel giorno si sentisse più soddisfatto, più fiero dell' omaggio che gli tributava la gente, per essere stato collocato nel mondo dei poveri.
Oggi si dice che non ci sono più poveri e, quindi, non ci sono più "Li virginieddi" e per questo S. Giuseppe è sempre più solo.
Della sua festa sono rimaste solo "li sfinci", le frittelle il cui odore non ci giunge più dalle,case, ma dalle pasticcerie. Anche "li sfinci" hanno cambiato odore!
Il mio ricordo di quel giorno è pieno di commozione, perché anche allora avevo coscienza di ciò che rappresentava magistralmente, suonare) e si trascorrevano lietamente le ore delle notti di carnevale. Gli invitati, vestiti con gli abiti migliori, seduti nella stanza della festa, lungo i muri come fossero incollati alle pareti, venivano intrattenuti con offerte di buon vino e, ogni tanto, tra una mazurca e una polka, mentre i suonatori si riposavano, i padroni di casa passavano con le guantiere piene di dolci e, soprattutto, di ceci, fave e mandorle "caliati". Sorridenti e spensierati, si scambiavano allegramente risate e lazzi. Sì, erano meno fastose quelle serate dei contadini, ma la gente si divertiva con generosità, pari alla loro semplicità. Le note aleggiate dagli strumenti si spegnevano più presto che nelle dimore dei benestanti; non duravano sino all' alba: a quell' ora i contadini erano già sui campi a lavorare.

Ricchezza e miseria convivevano senza sfidarsi: ciascuno si muoveva nel proprio ambito, secondo le proprie tradizioni, secondo i propri costumi e, naturalmente, secondo i propri mezzi.

La miseria e la ricchezza ci sono sempre state, hanno sempre distinto gli uomini facendone come due categorie, componenti entrambe dello stesso genere umano, ma con ruoli, diritti e doveri diversi, distinti.
Si è persino tentato di teorizzare che ciò fosse nel disposto della creazione. Ci sono sempre state queste differenze fra gli uomini! Segno che così deve essere e non altrimenti..Mah!

C'era una tradizione nel mio paese, una tradizione dedicata tutta ai poveri. Ecco, un'altra distinzione nella componente umana. I poveri erano (o sono) una cosa diversa; non dico dai ricchi che questo è ovvio, ma diversa persino da quella larga porzione della società che viveva modestamente, sino a toccare gli estremi degli stenti, la miseria, in una parola. I poveri erano una scaglia schizzata via dalla società. Tra un "iurnataru" e diciamo un piccolo metatiere, un contadino senza terra che vive stentatamente, e uno che invece vive di elemosina, c'è differenza! I primi possono vivere malamente, subire la miseria, ma non chiedono mai 1'elemosina, come fa il povero. La povertà è l'ultimo stadio a cui può giungere un uomo il quale rinuncia persino alla sua dignità. La povertà è come avere la gobba: chi ce l'ha non se la nasconde, ma chi la vede fa gli scongiuri.

La data dedicata alla povertà era il 19 marzo, festa di S. Giuseppe che diventava, pertanto, la festa di "li puvireddi". Era quello il giorno in cui i poveri dovevano dimenticare la loro sorte, e i ricchi, i benestanti dovevano ricordarsi che i poveri sono parte dell'umanità; che pertanto, almeno una volta all'anno, dovevano essere l'oggetto di .impegno e di interessamento della società.

E quale migliore ricorrenza di. quella simboleggiata dalla festa di S.Giuseppe, quale altro santo, fra tutti i santi, avrebbe potuto rappresentare meglio la povertà?!
Ecco, dunque, che il 19 marzo, l'attenzione della comunità era tutta per "li virginieddi", così erano chiamati i poveri in quella festosa ricorrenza, che per quel giorno potevano godere di un pasto abbondante, del riconoscimento ufficiale della società, della sua pietà e del suo sapere essere generosa.
Certo, sarebbe stato meglio se non ci fossero stati i poveri, ma allora la festa di S. Giuseppe sarebbe stata festa senza simbologia sociale; ognuno avrebbe festeggiato S. Giuseppe, ma non "lu santu di li puvireddi", e sarebbe stata festa, riconosciuta solo per l'odore delle "sfinci". Così, invece, la festa era per tutti in cucina, e in piazza una tavola addobbata per l'occasione, accoglieva i poveri del paese e tutti gli abitanti accorrevano per vedere come mangiano i poveri quando hanno l'opportunità di farlo. E credo che anche S. Giuseppe quel giorno si sentisse più soddisfatto, più fiero dell' omaggio che gli tributava la gente, per essere stato collocato nel mondo dei poveri.
Oggi si dice che non ci sono più poveri e, quindi, non ci sono più "Li virginieddi" e per questo S. Giuseppe è sempre più solo.
Della sua festa sono rimaste solo "li sfinci", le frittelle il cui odore non ci giunge più dalle,case, ma dalle pasticcerie. Anche "li sfinci" hanno cambiato odore!
Il mio ricordo di quel giorno è pieno di commozione, perché anche allora avevo coscienza di ciò che rappresentava per i poveri, e mi piaceva vederli sorridere, seduti lungo quella tavola, ad attendere con gioiosa ansia la sorpresa del piatto colmo di cibarie: pasta con le sarde e finocchietti.
Sì, era bella la festa di "li virginieddi" ! Oggi non ci sono più "li virginieddi" . Ma siamo tutti un po' più poveri! “


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