LE TRADIZIONI - VII^ Parte –

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 02/12/2005
<b>LE TRADIZIONI</b>  - VII^ Parte –

LE TRADIZIONI - VII^ Parte –



tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.

La festa della Madonna

la processione e lu iuocu di fuocu

" Tornando, per concludere, alla festa della Madonna, dirò che essa raggiungeva il suo punto più significativo sull'imbrunire, con la solenne processione che partiva dalla Madre Chiesa, scendeva lungo la strada dritta, passando su un tappeto di fiori (più tardi in Toscana avrò occasione di ammirare i tappeti fioriti, artisticamente realizzati in occasioni uguali), composti di petali di rose, di ginestre e di tanti altri fiori, raccolti nei campi o nella villa Guccione "a lu Burduni", vicino al paese.
Era bella la fiorita della Madonna, che serviva, oltre tutto, a rendere odorosa l'aria.
Alla processione partecipava tutto il popolo di Lalia e tutte le confraternite, anche delle chiese di S. Anna e di S. Giuseppe, che indossavano una specie di lunga camicia bianca con cappuccio che alcuni portavano calato sul volto, altri tirato sulla testa, e tutti con una candela o una torcia accesa in mano. La banda musicale avanzava davanti ai portatori della Madonna, suonando inni sacri o altra musica adatta alla solennità della cerimonia, dando così un tocco di commozione, ma anche di allegria alla processione; al cui passaggio uomini e donne si inginocchiavano e si segnavano.

Era già quasi buio quando la processione terminava e ognuno si affrettava a rientrare a casa perché i contadini dovevano apprestare il necessario per essere pronti a partire il mattino appresso di buon'ora per la campagna e dare inizio alla mietitura. Le donne si adopravano per riempire le bisacce e "li viertuli" di pane, pasta, vino, biancheria e quant' altro necessario per i loro uomini che sarebbero stati per molti giorni fuori.

Dopo cena il paese veniva scosso dai botti dei fuochi pirotecnici "lu iuocu di fuocu" che riempivano il cielo di scintille e per una notte almeno illuminavano il paese, altrimenti sempre al buio. E la gente accorreva fuori dalle proprie case a guardare in aria per vedere lo scintillare delle luci che scoppiavano nello spazio.

Molta gente, per vedere meglio lo spettacolo fantasmagorico dei fuochi d'artificio, saliva di corsa verso "u cuozzu" e magari sul Calvario e tutti con gli occhi fissi e a bocca aperta, a seguire con emozione l'intrecciarsi nel cielo delle scintille che squarciavano le tenebre e poi scendevano lentamente per spegnersi nell' aria.

E ogni volta che scoppiava un «botto», l'aria si riempiva di voci meravigliate, stupite: "talìa... talìa...Quantu è bellu!...".
I bambini poi erano i più affascinati, abbagliati dalle luci, guardavano incantati. Ma quando udivano lo scoppio dei petardi allora si rannicchiavano fra le gonne delle mamme le quali cercavano di rassicurarli: " nca picchì ti scanti?! Talìa quantu è bellu! ". Poi i botti cessavano, le luci nel cielo si spegnevano. Restavano solo le stelle a illuminare la notte. E tutti, mogi mogi, se ne tornavano alle proprie case e, ben presto, il silenzio copriva tutte le emozioni vissute da un popolo in allegria, felice delle sue gioie semplici. "


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