LE TRADIZIONI - IX^ Parte –

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 02/12/2005
<b>LE TRADIZIONI</b>  - IX^ Parte –

LE TRADIZIONI - IX^ Parte –



tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.

Il tempo del raccolto

- la trebbiatura -

" All' alba riprendeva la febbrile fatica nel punto in cui era stata sospesa la sera avanti. I mietitori tornavano a falciare il grano, mentre altri uomini sull' aia davano inizio alla seconda fase dell' opera della raccolta. Uno di essi, tenendo saldamente in mano le redini di due muli appaiati (qualche volta una giumenta e una mula o mulo) entrava nell' aia, in mezzo ai covoni ammucchiati, si faceva il segno cristiano, come il sacerdote quando si accosta all' altare per celebrare la messa, e gridando al vento "pi la bedda matri di tutti li grazi", faceva muovere i muli che, a testa alta, come fossero anch' essi compresi dell'importanza e della solennità del loro impegno, iniziavano il carosello. Si muovevano con grazia a passo cadenzato, calpestando i covoni che sotto i colpi degli zoccoli ferrati si contorcevano e poi man mano, come vinti, sconfitti, si afflosciavano senza più resistenza. Le spighe, a poco a poco, si spogliavano dei chicchi di grano che rimanevano nascosti sul fondo dell' aia, coperti da un tappeto di paglia che li proteggeva, in attesa di essere scoperti dall'uomo e restituiti alla luce.

Sotto il sole bruciante e mentre continuava quella processione di uomini e muli che dalla profondità dei campi trasportavano ancora covoni, il contadino che guidava gli animali nel carosello sull'aia, innalzava al cielo invocazioni ai santi del paradiso perché lo compensassero con un abbondante raccolto, e non trascurava di lodare il buon lavoro che stavano facendo le sue bestie che egli chiamava con voce carezzevole per nome, come fossero persone a lui care, come se quelle povere, sudate bestie potessero capirlo e sentirsi appagate dagli elogi che egli tesseva a loro merito.

Io da bambino osservavo con curiosità quello strano rapporto tra il contadino e le bestie che lui guidava, e credevo che veramente quei muli lo ascoltassero, perché vedevo che essi a sentirsi chiamati alzavano la testa, quasi orgogliosi, acceleravano il passo; mi pareva, insomma, che accogliessero gli appelli del padrone.

E mentre i muli continuavano a girare sulle spighe macinandole, gruppi d'uomini posti a circolo, infilzavano coi tridenti i covoni e li lanciavano in mezzo all' aia, fra i piedi dei muli.
Era un via vai, un andirivieni di uomini, di muli, di covoni; una gara fra uomini, impegnati a terminare presto il lavoro: impegno commovente che ognuno viveva con una spiritualità quasi sacerdotale. E le donne non erano da meno con la loro opera d'assistenza, d'ausilio: sempre, attente, pronte, puntuali ad intervenire. Sapevano quando dovevano portare i "bummari" con l'acqua fresca che avevano avuto cura di tenere all’ombra, o quando dovevano portare la fiasca col vino. Perché quegli uomini erano sempre assetati, per via del copioso sudore che si impastava con la polvere prodotta dalla paglia; e quel sole implacabile non cessava sino a sera.
L'aria era irrespirabile, nonostante ogni tanto una leggera brezzolina scendesse ad attenuare quell'afa soffocante. Campi infiniti di terra, ammantati di spighe e tanti uomini silenziosi, chini a mietere.
Voci lontane echeggiavano di tanto in tanto, nell'aria: erano i contadini che dalle aie urlavano al vento le loro speranze, innalzavano le loro preghiere al cielo, esortavano le bestie a "pisàri" i covoni. A quelle voci lontane si univano le cicale e i grilli coi loro canti soffocati che empivano l'atmosfera. L'aria ferma e le foglie sugli alberi immobili. I bambini, esausti per il caldo, si gettavano all'ombra degli alberi e si addormentavano.
Era quella la stagione dei braccianti, "iurnatari", che si spostavano da una masseria all'altra, percorrendo a volte decine di chilometri a piedi. Quando finivano di mietere, infilavano la falce fra la cintola dei calzoni, e partivano alla volta di altri campi, a prestare la loro opera: una vita insicura; ora qua ora là. Andavano dove c'era da guadagnare un tozzo di pane.
A sera gli animali venivano lasciati liberi per i campi; liberi poi non proprio perché, per impedire loro di allontanarsi troppo e sfuggire al controllo, venivano "impastoiati", sicché dovevano spostarsi da un punto all' altro dei campi per brucare l'erba o la restuccia a piccoli passi, saltellando in modo buffo. I padroni così potevano controllare i loro movimenti, una precauzione indispensabile, ma una vera tortura per le povere bestie.
Terminata la mietitura e la "pisatura", l'opera poteva dirsi a metà cammino. Bisognava ora separare il grano dalla paglia che lo ricopriva.
Aveva così inizio la "spagghiata", un lavoro che richiedeva la partecipazione di più contadini, ma che voleva anche il concorso indispensabile della tramontana. Quello della "spagghiata" era uno dei momenti più belli di tutta quella complessa e faticosa opera.Tutti gli uomini che prima erano stati impegnati nella mietitura e nel trasporto dei covoni, si trovavano attorno all' aia e partecipavano, chi in un modo chi in un altro, alla nuova fase del lavoro.
Tutto intorno testimoniava un'atmosfera nuova, c'era più movimento, più vita in quella minuscola aggregazione; la stessa caratteristica del nuovo lavoro creava un momento di allegria. I primi ad avvertire quell'atmosfera erano i bambini che in tutti quei giorni erano rimasti soli, trascurati dai grandi che erano impegnati nei campi, lontani dalla masseria. Ora saltellavano allegramente attorno all'aia, giocavano a rincorrersi fra le stoppie, andando a caccia di"serpi" che essi acchiappavano servendosi di un lungo filo d'erba alla cui cima facevano una specie di nodo scorsoio, una trappola per quelle povere lucertole. Non era un gioco edificante, ma non avevano altro modo per divertirsi, oltre a quello di rincorrersi, o di andare a cercare i nidi di uccelli sugli alberi.
I contadini, dunque, tutti insieme, entravano nel cerchio dell'aia, affondando le gambe nella massa di paglia e, armati di tridenti, cominciavano a sollevarla nell' aria, con gesto lento, composto e solenne. La paglia leggera volava via volteggiando e, trasportata dal vento, andava a posarsi, soffice come fiocchi di neve su un lato dell'aia dove si andava a formare un cumulo che, man mano, si ingrossava, assumendo via via la forma di una mezza luna di paglia, fitta e compatta. Misteriosa e sapiente arte della natura! E mentre la paglia volava via, i chicchi di grano cadevano pesantemente sul fondo dell'aia, provocando un tintinnio allegro e armonioso, come se quei chicchi fossero tante monetine d'oro.
Ho già detto che senza la collaborazione spontanea del vento di tramontana, non era possibile "spagghiari"; ed accadeva, infatti, che in certe ore della giornata, improvvisamente la tramontana voltasse le spalle e i contadini fossero così costretti a sospendere il lavoro. Nell'attesa che tornasse il tanto benefico vento, gli uomini si riposavano o si dedicavano ad altri lavori che, come si sa, nelle campagne non mancano mai; anzi non si giunge mai a tutto.
Ma una volta che il grano era liberato dalla paglia e mostrava tutto il suo splendore dorato alla luce del sole e agli occhi dei contadini che brillavano d'allegrezza e di soddisfazione, bisognava procedere anche alla sua pulizia, a setacciarlo per liberarlo dalle tante impurità che la "spagghiata" non aveva portato via: pezzettini di spighe, sassolini, legnetti e quant'altro corpo risultasse estraneo alla purezza del grano. Era questa l'ultima opera che restava da compiere prima di scrivere la parola fine a quella complessa fatica, durata tanti giorni. Le impurità venivano espulse cernendo il grano con un grosso crivello "u crivu" di forte cuoio, ricamato di buchi, dai quali, grazie al movimento di quattro robuste braccia, ("u crivu" era talmente grosso e pesante che due braccia non bastavano a reggerlo) uscivano i dorati chicchi che andavano a cadere su di un telo. Era assai interessante assistere a quell' operazione, soprattutto per quel movimento armonioso che gli uomini compivano (ma qualche volta vi prendevano parte anche le donne), imprimendo al crivello un girotondo quasi sempre uguale, elegante perfino, come fosse una danza, mosse agili: ora in avanti, ora indietro e poi a cerchio, in modo che il grano uscisse da quel ricamo di buchi, lasciando dentro il crivello solo le impurità che venivano poi gettate su un lato dell' aia.

La sera il grano sull' aia veniva coperto, per proteggerlo dall'umidità della notte, con bisacce e larghe stuoie di forte tela che le donne dei contadini nei mesi invernali solevano tessere col telaio; come quello di cui si era servita Penelope per ingannare i Proci, nell' attesa del ritorno di Ulisse.

Gli uomini, dopo aver cenato, rotti dalle fatiche del giorno, andavano a dormire. Il letto era la paglia della mezza luna allestita dal laborioso vento di tramontana, durante la "spagghiata". Ora il grano, netto dei corpi estranei, era pronto per essere trasportato nel magazzino.
Si procedeva intanto alla misurazione del prodotto conseguito, servendosi di una speciale unità di misura, chiamata "tumminu", che era un cilindro di legno che poteva contenere esattamente quattordici chilogrammi di grano; sedici "tummina" formavano una "sarma", ossia duecentoventiquattro chilogrammi. Dunque si vendeva a "tummina" e a "sarma".
La misurazione del nuovo raccolto avveniva sull' aia; ed era importante, sia per conoscere la produzione complessiva dell' annata agraria, sia per poter procedere alla suddivisione del prodotto tra il proprietario e il metatiere, per esempio; il fittavolo, infatti, teneva per sé tutta la produzione, pagando, a seconda del contratto, al padrone una quota fissa annuale, in natura o in danaro. Stesso criterio era fissato per il gabelloto, i cui rapporti economici però, erano diversi, in proporzione, cioè, alla quantità del terreno dato in gabella, proporzione che era assai cospicua, rispetto al piccolo fittavolo.

Dicevo della misurazione del grano sull'aia... Sì: dunque, affinché il contenuto dell'unità di misura, risultasse sempre uguale, "u tumminu" doveva essere "pieno raso".

Per ottenere questo risultato, l'addetto alla misurazione (spesso sotto il severo controllo del padrone o del "campiere" , uomo di fiducia del padrone) teneva in mano una mazzetta di legno arrotondata e liscia che serviva, appunto, per fare raso "u tumminu": la mazzetta, in sostanza, livellava il grano contenuto nell'unità di misura che veniva così a risultare sempre di quattordici chili. "



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