Le Nozze: clandestine e regolari

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Pubblicato il 06/12/2005
<b> Le Nozze:  clandestine e regolari </b>

Le Nozze: clandestine e regolari



tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.


Fu proprio in una sera di quelle dedicate all' Assunta che fui testimone di un fatto che gettò allarme e generò confusione fra la gente, ma anche qualche risata. Nel bel mezzo del canto, seguito con rispettoso silenzio dagli astanti, una voce straziata si levò dal gruppo cantante: «Assunta!», chiamò forte una donna, alzandosi di scatto dalla sedia. Tutti a guardare quella donna che con gli occhi sbarrati li girava da un punto all'altro come se cercasse disperatamente qualcuno o qualcosa. Si pensò che, colta da un raptus religioso, dal fervore della preghiera, dal misticismo, invocasse la Madonna. Invece no, come fu subito appurato da tutti: era una madre che accortasi che dal gruppo canterino mancava la figlia che, per 1'appunto, si chiamava Assunta, aveva gridato il suo nome, nel sospetto (risultato poi fondato) che la scomparsa della ragazza avesse il sapore di una fuga d'amore: la classica «fuitina», di cui le feste erano occasioni propizie che si prestavano per sfuggire alla rigorosa vigilanza dei genitori.

Successe un parapiglia, che mandò all'aria altarino, piante, candele e sedie; una confusione aggravata anche dal buio e dal fuggi fuggi generale e da un urlare scomposto e disordinato. A cui fece eccezione qualche sonora risata dei giovanotti scanzonati che, manco a dirlo, parteggiavano per i ragazzi innamorati, datisi alla latitanza, e alla cui realizzazione forse avevano in qualche modo contribuito.

Assunta tornò dopo pochi giorni con il capo coperto per la vergogna, l'espressione triste e contrita, accompagnata dal suo spasimante, anch'egli apparentemente mortificato, scortati però da uno zio del giovanotto che aveva fatto da paciere e aveva, pertanto, preparato l'incontro della pace, dopo faticose trattative. E tutto finì, come suol dirsi, a tarallucci e vino. E poiché 1'amore si era realizzato nel giorno dell' Assunta, alla figlia degli sposi che non tardò a giungere al mondo, diedero il nome della Santa, ma la chiamarono col diminutivo di Tina.

L'abbiamo detto: non era facile sposarsi, c'erano troppi ostacoli, quelli di natura economica, quelli riguardanti la dote... E poi c'era da vincere la resistenza dei parenti dell'una e dell'altra sponda dei ragazzi, divisi da simpatie e antipatie. Perché non era sufficiente che si volessero bene i ragazzi, promessi o candidati, tali: dovevano piacere anche al parentado; ed ognuno aveva da dire la sua, ora sulla ragazza, ora sul giovane; e metterli d'accordo era un'impresa ardua.

E, raggiunto ogni accordo, sanati tutti i diverbi, c'era da scegliere la data del matrimonio: dovevano scegliere una data che non fosse troppo accostata agli impegni nella campagna: nel tempo delle semine non se ne parli, del raccolto manco a pensarci. Ecco, la stagione più conciliante poteva essere la primavera. Sì, quello era proprio il tempo giusto! Per le “fuitine” invece tutte le stagioni andavano bene.

Ma mentre i matrimoni regolari, vale a dire quelli concordati secondo il vivere civile, con la benedizione di parenti e compari, si celebravano con riti festosi; i matrimoni forzati, quelli riparatori della “fitina”, venivano celebrati, forse è una parola grossa «celebrati», diciamo «eseguiti», sì, eseguiti quasi in clandestinità, alla chetichella e niente suoni e balli e invitati, e niente regali dai parenti e dagli amici: niente di niente.

Una semplice cerimonia in chiesa alla quale qualche volta partecipavano i genitori degli sposi, ma il più delle volte solo i testimoni: un colloquio riservato tra i due sposi e Dio, tramite il sacerdote che, senza tanti fronzoli li univa in sacro vincolo; e qui finiva tutto. Ah, un particolare da non trascurare: i matrimoni alla chetichella, venivano solitamente celebrati o di mattina presto, o nel tardo pomeriggio sempre però di un giorno feriale, e insomma lontano dagli orari delle cerimonie religiose di rito, per evitare la gente.

Che dire, invece, dei matrimoni fatti con «giudizio», con assenso e consenso? La festa cominciava molto tempo prima della data fissata per il sacro rito. Almeno un mese prima, parenti e amici cominciavano a portare i regali nuziali nelle case della promessa o del promesso e ognuno che «donava» si occupava subito di ammirare o criticare (quest'ultimo giudizio, naturalmente in separata sede perché «all' affacciu» erano elogiati tutti) i regali esposti come fossero in vendita.

Alla cerimonia religiosa, che si svolgeva di domenica, partecipavano in tanti, fra cui i parenti e gli invitati, ed anche molti curiosi, ma al pranzo nuziale e al ballo che si svolgevano in casa dello sposo o della sposa, vi partecipavano i parenti più stretti e qualche amico e compare di riguardo, ai quali venivano offerti durante il ballo,
dolciumi, «ciciri e miennuli caliati». Poi tra un ballo e l'altro, la coppia passava davanti agli invitati, tutti schierati, seduti lungo le pareti della stanza, e con un cucchiaio distribuivano (ma con parsimonia) i confetti che ciascuno invitato riceveva nelle proprie sudate mani.

Un matrimonio senza confetti non era tale! Ancora qualche giro di valzer e infine la festa si concludeva con il ballo collettivo e brioso della contradanza (originaria danza campagnola in Inghilterra, country-dance), guidata e chiamata in un francese un po' arrangiato, da uno dei presenti che se ne intendeva di dame e cavalieri. Poi tutti a casa, recando ciascuno la «tazza» in mano, donata dagli sposi e che consisteva in un po' di dolci, qualche confetto, un po' di ceci, di fave e un pugno di mandorle; il tutto avvolto in una salvietta (che poi veniva restituita).





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