LA GITA A MARCATOBIANCO

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 08/12/2005
<b> LA GITA A MARCATOBIANCO </b>

LA GITA A MARCATOBIANCO



tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.


Unica eccezione a quel mio fisiologico rigetto per la campagna era la gita annuale a Marcatobianco, nella ricorrenza della festa del Crocifisso, la terza domenica di maggio. Una festa che per me aveva un' attrattiva particolare e di cui serbo un bel ricordo.

Marcatobianco, antico feudo, è una zona agricola assai fertile; territorialmente non molto distante da Lalia, ma facente parte della giurisdizione del Comune di Castronovo. Aveva (e credo abbia ancora) un piccolo centro abitato, un villaggio, insomma; circostanza questa non molto frequente a trovarsi nella campagna siciliana, dove la campagna è nettamente separata dai centri abitati. Soprattutto le donne non amavano vivere in campagna.
I residenti di quel pittoresco villaggio erano chiamati «marcatubiancari» e si dedicavano interamente ed esclusivamente alla campagna; non solo nel senso che lavoravano la terra, ma che vivevano in permanenza dove lavoravano. Difficilmente si recavano nei centri abitati vicini: a meno di un avvenimento eccezionale, dovuto a motivi di un irrinunciabile impegno, come andare dal medico o al Municipio per il disbrigo di qualche pratica, o a pagare le tasse.

Alcune famiglie vivevano proprio nel villaggio, altre nelle case sparse qua e là nell'immensa campagna. Non tutti quelli che avevano proprietà o comunque interessi nella campagna di Marcatobianco vi risiedevano in permanenza. C'erano di quelli che vivevano nei paesi vicini e si recavano a Marcatobianco a seconda delle esigenze di lavoro e, se non avevano una casa, si avvalevano, per ripararsi dalla pioggia e dal freddo nell'inverno, o dal sole e dal caldo nei mesi estivi, del pagliaio: una vera capanna fatta di paglia; alcune addirittura col basamento di pietra. Abbastanza ampia, tanto da offrire ricettacolo agli uomini; e vi trovavano posto gli attrezzi da lavoro, e perfino gli animali riuscivano a starci dentro.

Ho ragione di credere che in quest' epoca moderna, i pagliai abbiano fatto il loro tempo e di essi non si abbia più neppure memoria.

Il villaggio, che chiamerei il «centro storico» dell'antico feudo, si trovava esposto in un ampio spiazzo sterrato, una piazza irregolare, ingobbita, con attorno le case e al centro il vuoto; appunto, la piazza. Erano case piccole, a un piano, per lo più, le cui facciate erano tinte alcune in bianco, altre con colori che un tempo potevano essere stati azzurro o giallo: colori ormai svaniti, resi irriconoscibili dall'usura del tempo, dalla pioggia e dal sole che avevano imperversato e travisato l'originalità. Alcune di quelle case mostravano all'esterno rinforzi di pietra e mattoni, posti a pendio che giungevano fino al tetto; forse per proteggerle da frane o da smottamenti. Tutte davano un senso d'angustia, quasi monotona, appena appena attenuata da alcune piante, fiori o anche semplice basilico, che offrivano un tono di quasi allegrezza; comunque di serenità, di vita tranquilla, in una parola. Quei fiori, quelle piante vivacizzavano, starei per dire umanizzavano quella piazza che nei mesi estivi era sempre assolata, sonnolenta e silenziosa, e nell'inverno sempre più deserta e smarrita, affondata nel fango.

L'immagine che mi è rimasta di quella piazza, di quelle case, è una luce bianca, di un bianco accecante, prodotto dal sole che cadeva a picco sulle rare pietre incavate nella terra di quello spiazzo irregolare. La luce di quel sole accecante, mi faceva apparire le case ancora più basse, come sprofondate, appiattite sulla piazza. Ecco, nella immaginazione impressasi nella mente, nei ricordi che ne rimangono oggi, mi pare di vedere quella piazza come un paese della Spagna; una piazza dove si affrontano toro e toreri: un'arena.
In un punto della piazza, staccata dalle case, una minuscola chiesa, dedicata al Crocifisso, regolarmente funzionante, dove, infatti, tutte le domeniche padre Cocchiara da Lalia si recava a cavallo a una mula, a celebrare la messa per quella piccola comunità.

Tutte le domeniche, dunque, dalle profondità della campagna di Marcatobianco veniva gente per ascoltare la messa; ed era festa! Giungevano a cavallo: l'uomo a cavalcioni dietro di lui la moglie, seduta in groppa che con una mano teneva lo scialle in testa, mentre con l'altra cingeva la vita del suo compagno il quale, a sua volta, teneva con una mano la redine, con 1'altra tratteneva per sicurezza seduto su una gamba, un figlioletto. Arrivati davanti alla chiesa, lui scendeva da cavallo per primo, tenendo in braccio il piccolo, poi aiutava la moglie a scendere, proprio come avrebbe fatto un cavaliere degli antichi tempi. E mentre la sua donna si aggiustava lo scialle che le era scivolato sulle spalle, e si assicurava che tutto in lei fosse in ordine, il marito legava la bestia a uno degli anelli infissi lungo il muro della chiesa, e poi, tutti insieme, con passo che aveva quasi del solenne, entravano. Lui si toglieva la coppola e lei introduceva leggera una mano dentro l'acquasantiera, sfiorando appena 1'acqua benedetta, quindi con quella sua mano bagnata d' acqua santa, toccava una mano del marito che si faceva il segno cristiano, e bagnava anche la fronte del piccino.

A vedere tutta quella gente vestita a festa, radunarsi la domenica nella piccola chiesa, dava un senso di letizia, di serenità, e di umana solidarietà.
Gli incontri con quelle genti erano vissuti con emozione, come se non si vedessero da chissà quanto tempo: si scambiavano saluti, notizie, informazioni; una raccolta di interessi reciproci, che andavano dalla vacca che aveva fatto un vitellino, allo sviluppo delle colture. Quegli incontri interrompevano la solitudine abituale, intrisa di fatiche, qualche volta anche di sofferenze. Era come se le distanze che generalmente le separavano si accorciassero, come se le vite si accostassero. Una vita stenta, si dirà, e certamente lo era, ciò non pertanto, una vita accettata e che quella gente non avrebbe preferito diversa e forse non ne immaginava una migliore. Erano nati lì, il loro primo vagito era stato raccolto dalla terra, dagli alberi e dagli uccelli; erano cresciuti nutriti da quella secolare civiltà che prima di loro avevano vissuto i loro avi.

Perché avrebbero dovuto desiderare una vita diversa? Che cosa di più, di meglio potevano volere i «marcatubiancari»? Come li ricordo, sereni... forse un po' riservati, specie al cospetto degli estranei, ma semplici nei loro modi, ospitali e i volti dei loro bambini non erano segnati da invidia per i coetanei che venivano dalla cosiddetta civiltà paesana o cittadina. E nel calendario della loro vita c'era pure per essi una data che segnava una festa, tutta per loro: il Crocifisso di Marcatobianco.

Era un evento vissuto con entusiasmo, una giornata di brio che si svolgeva in quel palcoscenico che era la piazza del villaggio, una piazza che per quel giorno si vivacizzava, si vestiva a festa, cambiava volto. La gente veniva da ogni parte della campagna e si riversava in quella piazza dove c'era la fiera, con le bancarelle che mettevano in mostra tante cose: dolci, stoffe, scarpe, incerate, cose come se ne vedono solo nel giorno della festa della Madonna a Lalia.

In mezzo a quelle bancarelle se la spassavano indisturbati, cheti e quasi sonnecchianti vacche e vitelli, muggendo e facendo i loro bisogni corporali lì, fra le bancarelle; e c'erano pure cavalli, muli e asini, capre e pecore, guardati e ammirati con interesse dai contadini, come fossero tante belle ragazze da desiderare e da conquistare.
Era un allegro movimento di donne, di uomini, tutti vestiti a festa, ragazzi vocianti e briosi che si rincorrevano l'un l'altro (un'occasione rara, trovarsi tutti insieme per giocare); e nella piazza, solitamente silenziosa e vuota, si levavano le voci dei venditori ambulanti che davanti alle bancarelle vantavano le loro merci, invitavano agli acquisti se appena qualcuno si soffermava, attratto magari solo dalla curiosità.

E la gente sceglieva con cura, rifletteva bene prima di acquistare, informandosi sui prezzi di questa e quella cosa, alquanto meravigliata a sentirne il costo; poi si appartava, contava nascostamente i soldi che aveva con sé e decideva di acquistare, non senza prima tirare a lungo sul prezzo. Si comprava e si vendeva, anche: muli, asini, cavalli e quanti altri animali; perfino galline e pulcini. E c'era tanta gente venuta da fuori, da molto lontano anche, per partecipare a quella fiera che era considerata fra le più importanti dell' annata.
C'erano persino sensali che contrattavano i futuri raccolti di grano e di mandorle, per accaparrarsi in tempo i prodotti che più interessavano il mercato.

Mi piaceva quello scenario festoso di uomini, di donne, di cavalli e muli e vacche che facevano, tutti insieme, per un giorno, di quel silenzioso villaggio un movimento di vita che rendeva più allegra la campagna attorno, solitamente spazzata solo dal vento. Ed era bello vedere quella gente che si incontrava e si chiamava amichevolmente, salutandosi con entusiasmo con effusione, scambiandosi esperienze, notizie, inviti, offrendosi reciproci doni. E i ragazzi scorrazzavano, fermandosi allocchiti davanti alle bancarelle, specie quelle coi dolciumi, o ammirati davanti al cavallino di cartone sopra una piccola asticella di legno sorretta da quattro piccole rotelline: era quello il giocattolo preferito dai maschietti, mentre le bambole di pezza erano le preferite dalle femminucce alle quali piaceva giocare a fare le mamme. E in quel giorno anche padre Cocchiara sembrava più felice di rappresentare la chiesa in mezzo a quella «folla» di contadini festanti. E padre Cocchiara in quella straordinaria occasione non si limitava a dire solo messa, ma faceva anche la predica, ascoltato a bocca aperta da tutti i fedeli che gremivano, come non mai, la chiesa che, essendo piccola, non poteva contenere tutti i credenti venuti da ogni parte.

Ecco, quel giorno mi sentivo anch'io «marcatubiancaru», mi concedevo la cittadinanza onoraria.

A un certo punto della giornata, sull'imbrunire, a poco a poco, 1'atmosfera della festa si stiepidisce, i rumori si attenuano... La festa è finita, lentamente tutto si ricompone come prima: le bancarelle con tutte le mercanzie sono state smontate, caricate sui carretti e portati via; le mucche hanno cessato di riempire l'aria della piazza coi loro muggiti, e anche il vocìo dei fanciulli in corsa a giocare, a nascondersi, si è fatto silenzio. La piazza è tornata vuota: ciascuno ha fatto ritorno nella propria casa. Domani riprenderà la vita di sempre, gli uomini torneranno a lavorare nei campi, qualcuno attenderà nella stalla che la mucca figli un vitello, meglio se una vitella: tutto tornerà nella normalità. Rimarrà nell' aria della piazza, nella campagna, mormorata dal soffio leggero del vento che accompagnerà il movimento delle foglie sugli alberi, l'eco profonda di quella giornata gioiosa, e nelle case e nei campi si continuerà a parlare della festa, di tutto quel giorno ricco di tanti eventi, degli incontri vissuti, di quella vacca che piaceva tanto a Turiddu, ma che per una ripicca sul prezzo non volle comprare, e ora se ne dispiace. E le donne a sera, stanche ma soddisfatte, rimettono nel canteràno il vestito bello, lo scialle ricamato.

Ho saputo che il lusso del progresso della vita moderna pare abbia raggiunto con i suoi tentacoli anche Marcatobianco. Non so immaginare la nuova civiltà e i suoi effetti sui marcatubiancari. Ma spero che gli ammalati non vengano più portati giacenti, agonizzanti sopra una scala coperti da una bisaccia, come la povera, Teresa!
La civiltà, il progresso sono come le medicine: se assunte in giuste proporzioni possono fare bene, ma se in porzioni sbagliate, possono uccidere. E in questi nostri tempi non di rado si riscontra che viene gabbato per civiltà e per progresso anche ciò che non serve a fare avanzare l'umanità.Terapie sbagliate che possono ridurre il mondo in un lazzaretto.


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