L’ASINA E LA MULA

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 08/12/2005
<b> L’ASINA E  LA MULA </b>

L’ASINA E LA MULA



tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.

I nostri incontri avvenivano specialmente nel pomeriggio, dopo le ore 16. Era quella l'ora in cui mio fratello e io assolvevamo a un compito ufficiale: portavamo l'asina del nonno e la mula dello zio Paolo a dissetarsi a la brivatura a "lu vuoscu".

Per avere questo privilegio dovevamo però accollarci l'onere di stare in compagnia dei nonni e delle zie che tutti i giorni nelle ore pomeridiane, si radunavano sotto l'albero di fico che troneggiava sulla strada, vicino alla casa di nonno Gioacchino, sorbendoci i loro discorsi che a noi non interessavano affatto, ma dovevamo
dar segno di apprezzare la loro compagnia. Ogni tanto Giulio ed io domandavamo al nonno: possiamo andare ad abbeverare l'asina? " E che furia avete, picciotti? C'è troppo caldo ora, aspettate! "
E noi, pazienti, ad aspettare l'ora di libertà. Finalmente il nonno con l'aria di chi concede chissà quale favore, diceva: " itivinni, picciotti! "

Da tempo il nonno aveva smesso di cavalcare la giumenta, accontentandosi di un' asina, più adatta alla sua tarda età, che lo portava lemme lemme in giro per la campagna. Lo stesso servizio dovevamo fare per la mula di zio Paolo, anch'egli ridotto maluccio dagli acciacchi. La mula, oltre ad essere vecchia quanto il padrone, era anche malandata perché il padrone le dava poco da mangiare. Ma ormai la povera bestia si era abituata a tal punto che se le fosse capitato di mangiare di più, sarebbe morta per avere mangiato troppo.

Mio fratello e io eravamo lieti di fare da «garzoni» al nonno e allo zio Paolo perché ciò ci consentiva di allontanarci dalla compagnia dei nostri simpatici ma vecchi parenti e di andare a trovare Aldo e Dora. Avuto, dunque, il via, uno prendeva l'asina, l'altro la mula, montavamo a cavallo e partivamo alla volta del bevaio del bosco. Sino a quando eravamo a portata d'occhio del nonno e della parentela vigilante, procedevamo a passo d'uomo, che era poi il solo passo che sapessero tenere quelle malconce bestie, ma appena fuori dal paese, tiravamo dalle tasche un legnetto appuntito, una specie di punteruolo, con il quale le punzecchiavamo per sollecitarle a correre, come fossero puledri. Pretendere di trasformare un'asina e una vecchia mula in cavalli da corsa era veramente una pretesa impossibile. Ma noi pensavamo che il punteruolo avrebbe fatto mettere le ali a quei due ronzini i quali, tutt’al più, sotto l'effetto del dolore, accennavano qualche piccolo saltello che però si esauriva dopo pochi passi. Proprio non ce la facevano!
Passavamo da Aldo e Dora, li facevamo montare in groppa (con gran gioia d'essi che non avevano dimestichezza con le bestie da soma) e, dopo avere fatto abbeverare le bestie, ci si spostava in direzione di Tirdinari, una meravigliosa campagna raccolta in una vallata silenziosa e piena di colori.

Era un luogo popolato di alberi di ogni specie, dove il solo rumore era lo scorrere leggero e musicale di un ruscello d'acqua fresca e chiara che solcava con andamento sinuoso e irregolare la vallata: un mormorio soffice al quale si accompagnava il canto intermittente degli uccelli. Ce ne stavamo in religioso silenzio perché quell' atmosfera aveva una tale solennità, incuteva un tal rispetto che quasi si aveva timore di parlare a voce alta. Era riposante, e qualche volta ci si sdraiava sull' erba, all' ombra degli alberi, a guardare le cime alte dei rami, ad allungare lo sguardo fra gli spazi che intercorrevano tra un ramo e l'altro e osservare i giochi dei raggi del sole filtrati attraverso quelle strisce di cielo azzurro. Ci piaceva poi ammirare il movimento cadenzato delle foglie degli alberi che, sospinte dal soffio leggero, delicato della tramontana, producevano nell' aria un suono come se quelle foglie fossero tanti piccoli campanelli d'argento. Un suono armonioso, distensivo, come se vento e foglie e rami per un tacito accordo si muovessero obbedendo ad una bacchetta guidata sapientemente dalla mano di un maestro d'orchestra.

Qualche volta il vento si incapricciava. Allora si infuriava, diventava violento, scuotendo fortemente le chiome degli alberi che, sorprese dall'inaspettato assalto, impazzivano, muovendosi scompostamente. Vento e chiome degli alberi si fondevano come in un amplesso d'amore. Poi, l'uno e le altre si placavano, la convulsione si affievoliva e vento e cime lentamente si scioglievano, come per esaurimento, e si assopivano. Il vento tornava a levarsi alto fra le nuvole.

Salendo la vallata, verso la collina, c'era un campo recintato da muri: due lati erano fatti di pietre di colore grigio coperte di muschio, gli altri due lati avevano, invece, un colore rosso-scuro con qualche chiazza giallastra. Quel che ci attirava maggiormente erano i colori di questi due lati che contrastavano con gli altri due grigi. I colori non erano stati dati dagli uomini, erano colori spontanei della natura: i colori rosso-giallastro erano dati certi fiorellini minuti che crescevano fra gli interstizi delle pietre e che, chissà per quale fenomeno, sotto i raggi del sole, assumevano quella varietà di colori cangianti, a, seconda delle ore della giornata. Giochi di luci, produzioni dell' arte della natura.

Un giorno, passando davanti a quel campo recintato di muri, udimmo uno strano fruscio che scatenò nella nostra fantasia l'idea di chissà quali animali si muovessero dietro quel muro, fra le frasche arse dal sole.
La nostra curiosità si fece così viva che, facendo acrobazie, insospettabili per quell' età, riuscimmo a ergerci sopra la schiena di quelle povere bestie e a sporgerci con la testa oltre il limite d'altezza del muro, alla ricerca di quel fantasioso animale strisciante che credevamo di dovere scorgere fra le frasche. Vedemmo, invece, un contadino, dall'aspetto giovanile, robusto, che trascinava una lunga scala: era quella che provocava il fruscio, passando sopra l'erba secca, e che, aveva fatto accendere la nostra fantasia. Si fermò davanti a un grosso albero di fichi, appoggiò,la scala e salì in alto fra i rami, iniziando a cogliere i dolci frutti. Ma, dopo un po', osservammo che, sebbene tenesse agganciato a un braccio un paniere, evidentemente portato con l'intento di riempirlo di fichi, egli ne metteva uno nel paniere e tre in bocca. Ci venne spontaneo rilevare a voce alta: «ma se fa così a casa non ce ne porta di fichi!» Il contadino si volse di scatto e rimase alquanto sconcertato di scoprire le nostre quattro testoline che spuntavano da oltre il muretto.

Ci colse il timore di incorrere in una sua reazione alla nostra sfrontatezza, ed invece no: egli fu anzi ben disposto; ci sorrise: «Aiutatemi pure voi a finire questi fichi», ci disse. Noi scendemmo da quell'incomoda posizione e svoltando un angolo vicino ci trovammo davanti a un cancello di legno che dava accesso al quadrilatero, dove scoprimmo un paradiso di frutteto, che quello della zia Maria Teresa impallidiva. In fondo al quadrilatero, oltre una fila di alberi di vari frutti, proprio a ridosso di un lato delle quattro mura di cinta, c'era, quasi nascosta, avvolta, starei per dire, da una pianta di rampicante, una casetta, composta forse di una sola stanza; sopra la porta faceva capolino una minuscola finestra incorniciata da tante roselline che si inerpicavano da un roseto dal basso lungo il muro della casetta. Una visione incantevole, che solo un amatore della natura aveva potuto immaginare e realizzare. E quel contadino bonario, doveva essere certamente un amatore della campagna e della natura tutta; del bello, insomma. Non ricordo come si chiamasse quel contadino, ma ricordo con quanto amore ei parlava di quel suo giardino di meraviglie, come se egli volesse trasmettere a noi ragazzi il suo stesso entusiasmo, la sua stessa passione. Dentro quel recinto di muri c'era una quiete che induceva a muoverei con passo felpato, con rispetto, fra una pianta e l'altra. Si aveva la sensazione che quel quadrato di terra ornato di piante, di colori, di profumo, fosse collocato chissà quanto distante da tutto il resto: un angolo di terra privilegiato. Noi vivevamo un sogno.

Dall' alto della vallata di Tirdinari si scorgeva netto il monte di Raciura, sempre uguale, sbiadito, uniforme che mostrava al cielo le sue croste di pietra. Confesso che quell'angolo che ci offriva la panoramica non era fra i più esaltanti. Allargando poi la proiezione dello sguardo, i nostri occhi si incontravano con una strada che interrompeva la vallata la quale riprendeva subito appresso, scivolando verso le pendici del monte di Raciura. Una strada sinuosa, come un serpente, che procedendo a zig-zag conduceva da Lalia sino al vicino paese di Montemaggiore: una strada polverosa ai cui lati si stagliavano i campi bruciati dal sole.

Attorno a noi c'era un' atmosfera di poesia che affascinava a tal punto che anche gli angoli meno accoglienti si facevano pure essi accettare: non vedevi, infatti, con gli occhi, ma con l'animo. Il particolare abbaglia, l'insieme illumina!

Da mastru Turiddu ormai stavamo lontani: non ci divertiva più. Del resto, tutto di quelle vacanze estive, prodighe di spensieratezza, era sufficiente per farci felici: un mastru Turiddu con le sue stravaganze, un contadino appollaiato su una scala a cogliere fichi, il silenzio di una radura verde, l'ombra conquistata sotto un albero, una passeggiata... o magari osservare le donne che lavavano la biancheria alla «brivatura a lu vuoscu», mentre i loro figlioli giocavano a schizzarsi l'acqua addosso.

Tutto era sufficiente per scrivere il nostro romanzo di vita vissuta.

E noi avevamo un'età da vivere il capitolo più bello del romanzo della nostra incipiente esistenza. Ora le pagine di quel romanzo sono ingiallite; non si leggono più. Sono divenute desideri sognati. Fu, dunque, soltanto un sogno quella nostra età? !

Quando si tornava dalla passeggiata, avevamo il compito di riportare le bestie nelle loro rispettive stalle: la mula dello zio Paolo nella stalla «supra u cuozzo», l'asina di nonno Gioacchino nella sua: poi si riprendeva il nostro posto sotto il fico ad ascoltare i discorsi dei grandi, senza poterei allontanare; salvo che non ci chiamasse la «zia» Vastiana (suppongo che tale nome corrisponda a Sebastiana), che abitava poco distante dalla casa di mio nonno. Ci chiamava forse perché si rendeva conto che eravamo un po' sacrificati a stare in compagnia degli anziani.


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