IL PROF. FILIPPO GUCCIONE

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 08/12/2005
<b> IL PROF. FILIPPO GUCCIONE </b>

IL PROF. FILIPPO GUCCIONE



tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.


Non posso chiudere questo capitolo dedicato ai ricordi di personaggi, ambienti e situazioni che nei particolari e nell'insieme, scorrendoli ora con la penna, mi riempiono ancora l'animo di tenerezza e di voglia di rivivere quel tempo che sembra così tanto lontano, senza ricordare una figura che onora la storia di Lalia e la sua comunità. Parlo del professore Filippo Guccione, emerito ed insigne docente dell'Università di  Palermo, dove insegnò Anatomia Patologica. Fu studioso di risonanza nazionale e internazionale. Le sue benemerenze scientifiche, il suo patrimonio culturale nel campo della ricerca medica ancor oggi costituiscono fonti di apprendimento. Mi auguro che gli aliesi abbiano saputo onorarne la memoria, additandolo alle presenti e future generazioni, come uomo che seppe onorare il suo paese. Io lo ricordo a me stesso, ma in queste pagine ho voluto ricordarlo anche per tutti a tutti.

Egli viveva a  Palermo, ma tutti i sabati tornava al suo paese: in treno da  Palermo giungeva sino alla stazione ferroviaria di  Roccapalumba  e poi la corriera lo portava a Lalia. Attraversava le strade che da S. Rosalia conducevano alla sua abitazione, portando con sé una borsa, uguale a quella che a quei tempi soleano portare i barbieri con dentro i loro attrezzi del mestiere, quando andavano a servire i clienti a domicilio. Lungo il cammino la gente incontrandolo si levava la "cuòppula", salutando con rispetto il professore, ed egli rispondeva a tutti, sempre con lo stesso saluto: «salutàmu!».

Veniva in paese perché era legato ad esso da affetto e perché vi vivevano le sue quattro sorelle, tutte zitelle, che trascorrevano la loro vita nel chiuso della loro bella casa che si trovava proprio di rimpetto alla mia dimora. Era raro vederle, semmai si poteva intravederle quando alla Domenica uscivano per andare a messa: percorrevano la strada che dalla loro casa costeggiava il «cozzo», sino ai piedi della monumentale Matrice; entravano e uscivano dalla «porta fausa», quasi inosservate.

Il professore, durante i due giorni che trascorreva in paese, usciva raramente, solo per andare alla Tabaccheria di Catalano a comprarsi le sigarette (era un accanito fumatore!); non aveva molti contatti con la gente, anzi era piuttosto burbero, ma sapeva essere anche spontaneo e alla mano, come suol dirsi, quando gli si presentava l'occasione. E non di rado se qualcuno bussava alla sua porta e chiedeva un consulto medico per i suoi malanni o per quelli di un proprio congiunto, il professore non si rifiutava. E del suo parere scientifico i medici del paese, naturalmente, tenevano un gran conto.

Come professore aveva fama di essere severo, sino ad essere perfino temuto dagli studenti. Ci fu qualche caso di aspirante medico che non riuscendo a superare l'esame di Anatomia Patologica col professore Guccione, (un esame, per sé stesso, assai difficile, quanto fondamentale per l'apprendimento della scienza medica), preferì cambiare facoltà o, addirittura, Università, piuttosto che trovarsi a cospetto del severo docente. Ma di questa sua severità, di questo suo rigore morale e culturale si sono avvalsi tanti medici della Sicilia per essere poi affidabili professionisti.

Una volta azzardai a domandargli perché fosse così severo coi suoi studenti, ed egli, dopo avere lungamente aspirato una boccata di fumo dalla sua immancabile sigaretta Nazionale, mi disse con la sua voce cavernosa: «perché io preparo medici, non macellai. «Il medico» - mi disse - «può operare con coscienza solo se ha sufficiente scienza. Gli viene affidata la vita degli uomini». «Ecco» - concluse- «perché sono, anzi, dicono che sia rigoroso». Lo rammento con riverenza e affetto.



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