L’illuminazione elettrica - I^ Parte -

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 09/12/2005
<b>L’illuminazione elettrica</b>  -   I^ Parte   -

L’illuminazione elettrica - I^ Parte -



tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.


Tra la fine degli anni '20 e l'inizio degli anni '30 a Lalia ci fu un avvenimento che diede una svolta nuova alla vita della popolazione, una svolta che rappresentò uno strappo netto dal passato, che impresse alla vita secolare degli aliesi un salto qualitativo. Segnò una data storica quell' annuncio lanciato da mastru Turiddu «l'uorvu», «u tammurinaru», ossia il banditore ufficiale, colui che aveva il compito di tenere informati i paesani delle notizie di comune interesse: una specie di «giornale parlato», come si direbbe oggi. Io ho conosciuto due «tammurinari»: Ninu Vicari, alla cui morte subentrò Turiddu «l'uorvu», appunto. E credo che con lui si sia chiusa la storia dei banditori, sostituiti dai più moderni mezzi di comunicazione.

Compito dei «tammurinari» era quello di dare le notizie ufficiali del Comune, dell'Esattoria, o di informare, che so io, del ritrovamento di una bisaccia smarrita, o dell' arrivo del pesce fresco da mastru Michele, e di ogni altra notizia che avesse un certo interesse per la collettività.

Quel giorno «storico» fu udita la voce di Turiddu l'uorvu, preceduta dal solito rullo di tamburo col quale si annunciava, attirando così l'attenzione della gente: «sintìti... sintìti», si udì forte la sua voce, e giù un' altra scarica di rullo di tamburo che egli teneva messo a tracolla. Come di consueto la sua voce robusta, con qualche venatura canzonatoria, e il frenetico rullìo, fecero affacciare alle finestre e davanti alle porte le donne, curiose di conoscere le ulti me novità della vita del paese; e i ragazzi all'erta anch'essi, si raccolsero vocianti e allegri attorno al «tammurinaru», incuriositi e divertiti a un tempo. Cessato il tambureggiamento, mastro Turiddu riprese 1'annuncio: «Signori miei» - così cominciava gli annunci, come se stesse per dare inizio a un' arringa in Tribunale - «è tiempu di furmientu e di pagghia, e la pagghia fa presto a pigghiari fuocu: stati attenti, perciò! Il podestà raccumanna a tutti ca davanti a li pagghieri s'avi a puliziari;- e stamu attenti a li cirina e li muzzicuna di sicarri ma sinnò tutti in fumu finiemu».

E mentre già le donne commentavano la notizia, Turiddu fece seguire un altro rullìo di tamburo, che solitamente era il segnale che erano finite le comunicazioni. Così intesero le donne che stavano infatti per ritirarsi in casa. E l'uorvu, intuì, tanto che le richiamò:«Unni iti;fimmini; aspittati!» Si fece di nuovo silenzio. «E ora viene il bello» - riprese il banditore - «'Sta sira, dopu l'Ave Maria s'adduma la luce elettrica nelle strade del paese, e tutti ni putiemu vìdiri in faccia. Nun pirditivi lu spettaculu!».

L'annuncio fu accolto con un «oh!» di sorpresa generale e mastru Turiddu, passandosi il tamburo su un fianco, si incamminò, aiutandosi con il solito bastone che portava in mano, e che faceva le funzioni degli occhi che non aveva più. I ragazzi gli fecero ala, seguendolo nella successiva strada dove avrebbe ripetuto l'annuncio.
Turiddu «l'uorvu» nel suo peregrinare per il paese non era mai solo: sempre accompagnato da un codazzo di ragazzi, schiamazzanti e allegri.

La notizia che quella stessa sera il paese sarebbe stato illuminato dalla luce elettrica era stata la più... elettrizzante per la gente e, naturalmente, fu oggetto di commenti, di interesse, di immaginazione.

Dunque, «u tammurinaru» aveva annunciato che finalmente il progresso, la civiltà tecnologica erano giunti a Lalia. Non più tenebre, non più lanterne a candela o a petrolio, tenuti in mano, quando si era costretti a uscire per andare a chiamare il dottore Sireci o il dottore Runfola, in soccorso di un malato, o a chiamare il prete per dare l'olio santo a un morente, o a chiamare un parente per farsi dare una mano a fare partorire la giumenta.

Per secoli gli abitanti di Lalia avevano vissuto la notte nella persuasione che essa non avesse altre alternative che il buio, come figlio legittimo della luce del giorno, entrambi parte del creato; e che così dovesse essere e non altrimenti. Nessuna altra luce avrebbe potuto illuminare la notte, tranne la luna e le stelle e i lampi.

Raramente la gente usciva dopo che era scesa la sera, e solo, come già detto, se vi era costretta da impellenti necessità. Allora la lanterna a candela, a petrolio o ad acetilene consentiva di camminare per le strade buie; ma bisognava procedere con prudenza, e per sicurezza si camminava rasente i muri delle case.

I contadini, generalmente, tornavano dalla campagna prima che facesse notte. E così dopo l'Ave Maria il solo segno che nelle case la vita della gente continuava a scorrere, erano quei lumi a petrolio che illuminavano pigramente, portati a spasso da una stanza all' altra, a seconda delle necessità.

La notte era stata vissuta sempre con ansia, con incertezza.
Quando gli abitanti avevano chiuso le imposte e le porte, il buio restava fuori, senza altri testimoni che i gatti e i cani. La notte veniva solo percepita, soffice, silenziosa. Si sapeva che essa c'era, che scivolava sopra i tetti delle case, dentro le quali si parlava con voce soffocata, parole ovattate per non contrastare il silenzio solenne di quelle ore che erano vissute come quelle avvolte dal mistero. La notte era la pausa del giorno. Si avvolgeva sui tetti ancora tiepidi e attendeva che sorgesse l'alba. Ascoltava il silenzio delle case e si saziava di tanta solennità.
Solo i rintocchi dell' orologio ricordavano agli uomini che la notte era seguita nel suo cammino dall'inevitabilità del tempo, che anche per essa c'era una scadenza: come per tutto! Ecco, la notte era stata tutto questo, sino allora.

L'uomo non ha ancora capito la notte: la vive con sospetto, con paura, quasi.
Essa è invece come la società umana: per capirla bisogna viverla, porsela davanti al proprio essere, alla propria coscienza, sentirla dentro di sé; senza paura, nella libera convinzione che essa esiste e noi siamo parte di essa, come essa è parte di noi.

Si legge nelle Scritture: «Sentinella, quanto resta della notte? La sentinella risponde: viene il mattino, poi anche la notte...». Luce e buio, giorno e notte sono la rappresentazione, la sintesi della nostra vita.

La notizia portata dal banditore, per la verità, non fu proprio una sorpresa perché se ne parlava da tempo, ed erano mesi che la gente seguiva quegli operai che con scale e fili in mano passavano da una «cantunera» all'altra per sistemare pali, lampioni, lampadine, ma i lavori erano andati a rilento, e ormai la gente era diventata un po' scettica. Ora l'annuncio che finalmente la luce elettrica era a portata d'occhio, era considerato una ragione di soddisfazione.
Che sarà, si domandava la gente, il paese con l'illuminazione?

E la domanda era più che naturale perché quella gente da sempre aveva vissuto al buio, riconoscendo solo la luce del lume o delle candele in casa, e fuori la sola luce proiettata dalla luna e dalle stelle. Non aveva mai visto il paese illuminato, tranne che quando scoppiavano i fuochi d'artificio, la sera della festa della Madonna.
Altrimenti le case, le strade, gli uomini nella notte non si distinguevano. Erano pochi coloro che avessero un'idea di ciò che fosse la luce elettrica nelle strade: giusto quelli che l'avevano vista a  Palermo, a  Termini Imerese o che erano stati nel Continente a fare il soldato.

L'annunciato evento, pertanto, aveva scombussolato la tranquillità della vita del paese: se ne parlava, si facevano congetture, qualcuno azzardava ipotesi, tentava di dare una sua descrizione di ciò che solitamente avviene quando la luce elettrica si accende, altri erano scettici, altri ancora non si pronunciavano, ma ascoltavano dubbiosi quelli che dicevano di saperne di più. Ma tutti aspettavano con ansia l'ora dell' Ave Maria, per sapere che cosa sarebbe stata la notte sotto lo sguardo indiscreto della luce elettrica, di questa straordinaria invenzione, vendicatrice dei tanti secoli passati dagli uomini nelle notti buie.

Come si sarebbe comportata ora la gente di Lalia, davanti a quella luce che sforacchia le tenebre, che rende visibili le strade e le case, e permette agli uomini, incontrandosi, di riconoscersi? Quale altra vita avrebbe scoperto l'uomo nella notte illuminata? C'era attesa nella gente, un'attesa che era vissuta come un'incognita, che si sarebbe sciolta da lì a poche ore.

La gente, attenta, contava i rintocchi che l'orologio della Matrice scandiva, diffondendoli nell' aria: rintocchi che distillavano il tempo che ancora rimaneva per giungere all'appuntamento con la «storia». Poi, all'ora stabilita, tutti avrebbero saputo che cosa sarebbe stato.
Quando le campane della Matrice, di S. Giuseppe e di S. Anna fecero sentire le note dell'Ave Maria, la gente che solitamente a quel suono era già in casa, le donne a preparare la cena e gli uomini ad accudire le bestie nella stalla, era invece fuori, lungo le strade, davanti alle case, affacciata alle finestre, ai balconi: tutti per assistere alla prima illuminazione delle strade, come alla «prima» in teatro. Stavano a guardare come un solo occhio, quel punto misterioso, in cima al lampione pendente alla propria «cantunèra», ad aspettare... Ad aspettare cosa? Non lo sapevano neppure loro perché quella era la prima volta che accadeva nella loro vita. Molti, per godersi meglio lo straordinario evento, salirono verso i punti più alti del paese, a «u rabatieddu», a «u cuozzu»; alcuni trovarono posto sui gradini della lunga scalinata della Matrice, dall' entrata secondaria, la «porta fausa», come veniva chiamata. Molti, specie i giovani, salirono sino al «Calvario» o a «Cuozzo di cuorvu», da dove si poteva vedere più distintamente la vasta zona compresa nel quartiere di S. Anna. Dal calvario e da «Cuozzo di cuorvu» siscorgeva, sovrastante le case, il campanile della Chiesa di S. Anna, imponente e austero. Di giorno era spettacolare vedere luccicare, sotto i raggi del sole, le mattonelle smaltate, di vari colori, che adornavano il campanile.

La gente capiva che l'approdo a Lalia della rivoluzione tecnico-scientifica, che già aveva fatto avanzare il mondo, era l'avvenimento più importante e, perciò, tutto da vivere. Era un punto di partenza promettente per un processo di crescita della vita di un popolo, fatto di gente semplice, che era rimasta ed era ancora aggregata alla civiltà feudale. Si stava per affacciare - stavo per dire, una nuova «era» - ma a quell' epoca di «era» ne vigeva già una. Per cui diciamo semplicemente che stava per avere inizio una nuova epoca che, per la verità, poi non, ebbe un gran seguito, essendo rimasta sostanzialmente circoscritta all' evento «luce elettrica» nelle strade, e più tardi anche nelle abitazioni. Tuttavia fu un passo avanti verso la civiltà.

La gente viveva in febbrile attesa. Nell' aria si respirava un' atmosfera sospesa, come di qualcosa che si attende, ma che si teme anche. Nelle strade c'era un movimento mai visto, salvo che nel giorno in cui si rappresentava il martorio; c’era un brusìo confuso, nervoso, direi. La gente a gruppi qua e là per le strade si interrogava. Era un parlare a volte sommesso altre volte concitato, e levoci perciò si facevano più nervose, più ardite: un vocio schioppettate, non chiassoso, però. Ognuno, infatti, partecipav a quel momento magico con solennità, nella consapevolezza che stava per essere testimone di un avvenimento eccezionale in cui l'uomo deve scuotere e rendere partecipe la sua coscienza, deve radunare tutte le sue potenzialità spirituali, per vivere appieno il momento che sta per vivere. Che è l'unico; non avrà altre occasioni per riviverlo!

Non c'era solo attesa, curiosità; c'era anche una certa ansia, un certo timore, perfino perché l’incognita è sempre accompagnata dal timore, se non proprio dalla paura. E tutto quanto stava per accadere era al di fuori del controllo della gente. Nessuna meraviglia, dunque, se tutto ciò di cui l'uomo non è reso consapevole e responsabile, finisce per generare in lui diffidenza, timore, appunto. E tra la diffidenza e la paura, il passo è breve.




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