L’illuminazione elettrica - II^ Parte -

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 09/12/2005
<b>L’illuminazione elettrica</b>  -  II^ Parte  -

L’illuminazione elettrica - II^ Parte -



tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.


Quando le campane delle tre chiese, come una sola voce, suonarono l'ultima nota dell’Ave Maria, si fece improvviso silenzio: il vocìo che aveva accompagnato sino a quel momento l' attesa del «mistero», si acchetò immantinente. In ognuno di quegli uomini, di quelle donne alle cui gonne stavano aggrappati,come chicchi d'uva a un grappolo, i loro figli minori, con espressione di incertezza inconsapevole, ma attenti alle espressioni dei grandi, ci fu come un arresto del loro stesso respiro. Improvvisamente i loro occhi furono illuminati dalla luce che si proiettò dalle lampadine accesesi come per incanto. Si udì allora nell' aria come un ,sospiro una qualche espressione generalizzata di meraviglia, mista a stupore e incredulità; ma appena percepita. Fu quello il solo commento all' apparire della luce; poi un silenzio impressionante, agghiacciante, direi.

Mentre tutti gli occhi erano puntati come per incanto su quelle minuscole lampadine piene di luce, improvvisamente tutto tornò nell’immobilità del buio. Ci fu allora un'espressione di delusione fra la gente, manifestata con un brusìo di stizza, quasi di rabbia.

Bisogna dire che l'accensione ebbe due fasi; la prima che come abbiamo visto durò pochi secondi e si spense prima ancora che , l’entusiasmo che l'aveva accolta avesse scaldato l'aria; poi una seconda accensione, seguita quasi immediatamente. E questa volta la luce tornò a dispiegarsi nelle strade. La prima accensione si presentò piuttosto minuta, fioca, debole. Somigliava tanto a quei puledrini, che appena nati fanno per alzarsi, tentano di stare in piedi e di camminare, ma subito cadono; poi riprovano ancora e riescono finalmente a stare sulle quattro gambette e iniziano a camminare, timidamente e incerti.

La seconda accensione fu definitiva, senza incertezze o tentennamenti, ed anzi offrì una luce chiara, netta, luminosa, perfino: il fascio di luce che cadeva a raggi, proiettava un alone che si spandeva per un certo spazio, allungando i suoi riflessi su un buon tratto delle strade. La gente rimase zitta, incerta, nel timore che si rispegnesse. Non ci fu commento, non una parola: ci fu solo ancora attesa. I loro occhi rimasero puntati, fissi su quelle lampade appese a quei bracci di ferro che sporgevano dalla «cantunèra» di ogni strada.

Diciamo che la gente era rimasta piacevolmente stordita. Poi, improvvisamente; si udì un accenno di applauso, timido dapprima, quindi, via via, a crescere sempre di più, fino a che l'aria del paese fu invasa da un battimani generale che echeggiò da un punto all'altro dell' abitato; e si udì anche qualche «evviva»; tiepido, ma ci fu. Le voci, a quel punto, crebbero, le parole divennero più concitate, nervosamente allegre, come se quella gente si fosse liberata da una pena che teneva dentro da un'intera giornata. Ecco, la luce, l'applauso, come liberazione! Alcuni si abbracciarono e specie le donne furono viste piangere di gioia, di commozione; e i loro bambini, vedendo piangere le madri, piansero pure essi: un pianto accorato, accompagnato da singulti. E non ci fu verso di chetare quei pargoli. Allora le mamme, sorridendo dissero ai loro bimbi: «che piangi, stupido!... Non lo vedi che c'è la luce?!» E li presero in braccio, additando loro con una mano tesa, quella piccola, minuscola lampada colorata di luce, come un,raggio di sole al primo mattino. E i piccoli, vedendo sorridere le loro mamme, sorrisero anch'essi. I bambini provano sempre turbamento quando vedono piangere i grandi. Per questo ad essi bisogna sempre sorridere; si incaricherà poi la vita a farli piangere. Per cui ai bimbi che vivono spensieratamente la loro verde e tenera età, diciamo di gran cuore... «Godi fanciullo mio...».

Io fui fra quei testimoni-spettatori di un evento che aveva una dimensione che non capivo ancora interamente, ma che mi eccitava, mi piaceva: la mia mente aveva registrato che qualcosa era cambiato o stava per cambiare nel mio paese. Per farmi vedere meglio l'avvenimento un mio zio mi aveva portato sul «cozzo», proprio sulla scalinata della Madre Chiesa, dal lato della «porta fausa»: Il «cozzo» sarebbe rimasto al buio, non essendo stato compreso nel piano di illuminazione. Era una zona disabitata, a che scopo dunque illuminarlo? Avrebbe comunque ricevuto i riflessi dell'illuminazione dalle strade che si affacciavano proprio su di esso. Osservai poi, infatti, che la luce vi si proiettava effettivamente, sia pure stentata, debole: riflessi ombrati che finivano per dare una particolare suggestione a quel grosso ventre di terra.

Credo che più tardi la civica amministrazione abbia provveduto all'installazione di qualche lampadina anche sul cozzo per favorire il cammino dei viandanti. Il cozzo era percorribile dall'alto in basso e viceversa, ma solo attraverso una scala di pietra, ripida e irregolare.
Senza quelle poche lampade quella sporgenza di terra brulla, avvolta nel buio, sarebbe risultata più spettrale, più angosciante.

Nell'attesa dello strepitoso evento, osservavo il cielo illuminato dalle stelle che, quella sera, mi apparvero particolarmente luminose; come se anch'esse fossero in festa, liete di avere da ora in poi il concorso, la collaborazione dell'invenzione dell'uomo per rischiarare quell'angolo minuscolo della terra. O, forse, si erano fatte più luminose per rivaleggiare con l'artificiosa luce prodotta dall'uomo. Chissà?! La luna, invece, era la stessa di sempre, restava indifferente a ciò che gli uomini stavano vivendo: ci guardava con la solita espressione fredda; forse considerando ben misera cosa quell' estranea luce, rispetto alla sua, naturale, incantevole ed eterna. Il fascino della luna, la particolare luminosità delle stelle mi avevano attirato distraendomi. Quando tornai a guardare il paese illuminato da quelle minuscole lampadine, esse mi parvero tante lucciole. Le strade, i tetti delle case, i perimetri delle abitazioni erano illuminati, incorniciati di luce, come fosse tutto un presepio. Luci piccole, lontane, come tante stelle calate dal cielo sino alle strade.

Il parroco, presente anch'egli all' evento, appena si fu accesa la luce, levò gli occhi al cielo, si fece il segno cristiano e, con la mano destra levata verso i quattro punti cardinali del paese, benedisse. Capii allora che ciò a cui stavo assistendo era estremamente importante ed eccezionale, se aveva richiesto persino la benedizione del parroco.

Mentre la gente gioiva per il rivoluzionario evento che squarciava le tenebre secolari a un popolo, che apriva nuovi orizzonti di civiltà, un uomo moriva, nel momento stesso in cui si accendeva la luce che illuminava ora il suo paese: «un cuorpu di sangu»!, come subito diagnosticò la voce popolare, aveva ucciso Cicco.


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