Cicco

Radici & Civiltà

Utilizzando il nostro sito Web, si acconsente all`impiego di cookie in conformià alla nostra Politica sui cookie  Accetta i cookie da questo sito
Pubblicato il 09/12/2005
<b>Cicco</b>

Cicco



tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.


Cicco era un essere, la cui mente era rimasta, come dire... confusa, sin da quando era piccolo: non connetteva, insomma. Per cui le sue azioni, come il suo dire, erano sconnessi. Non era però nocivo, anzi era un uomo pacifico, sebbene molto diffidente; magro, rinsecchito, curvo, e quando camminava si dinoccolava, come se il suo corpo stesse incerto, insicuro su quelle sue gambe ossute che sembravano dei trampoli. Nessuno si curava di lui, la gente non lo considerava: per essa era un numero, un «coso». Niente altro. Mai un saluto, un sorriso di umana comprensione. E perché poi? Egli non se ne sarebbe neppure accorto. Del resto, ognuno aveva il suo bel daffare per conciliare la propria vita col tempo che scorreva. Tutti vivevano piegati su sé stessi, senza altra ambizione che quella di rosicchiare la dura porzione, spettante a ciascuno, della propria esistenza.

Cicco era una piega un po' più amara della loro vita, ma lo consideravano forse un privilegiato perché almeno non aveva coscienza di quel suo stato: egli viveva senza sapere neppure che era nato, né aveva coscienza della morte. Così, la felicità e l'infelicità nella sua vita non erano problemi che avessero per lui alcuna consistenza. Del resto, a pensarci bene, anche gli altri non si ponevano quel problema, ma solo quello di vivere. In definitiva, l'uomo può solo sognare e sperare!

Ma Cicco non aveva neppure sogni, né speranze: era solo un essere umano, nella misura che gli esseri umani lo considerassero parte di essi.
Egli, sebbene avesse un fratello e altri parenti, viveva solo nella casa paterna, situata in una strada che si affacciava proprio sul cozzo del paese. Ho già detto che era diffidente. per cui non con sentiva a nessuno di entrare nella sua dimora. Aveva le sue abitudini, il «suo» modello di vita, diciamo quindi un «suo ordine» o forse forse viveva secondo la legge dei rflessi condizionati, secondo le teorie di Pavlov.

Come ho detto, a nessuno era consentito di entrare nella sua casa, tranne a una sua nipote, Bernardina, alla quale era demandato il compito di accudirlo; sia pure fino a un certo punto. Sì perché neppure Bernardina era del tutto libera di circolare per la casa: egli la seguiva passo passo, sospettoso, dubbioso e sempre con borbottìo. Cicco al mattino, attendeva lì davanti alla porta di casa, la nipote che gli portava la prima colazione; così faceva pure nelle ore del pranzo e della cena; quest' ultima consumata. che ancora era giorno, perché Cicco, poi, andava a dormire.

Andava a letto presto, appena si spegneva l'ultimo tocco dell' Ave Maria. La mattina si alzava prima che facesse alba: calcava sulla testa un berretto di panno o di tela, formato rotondo, come abbiamo imparato a vederne nei ritratti che -raffigurano Garibaldi: berretto tondo e ricamato in testa e il poncho sopra la camicia rossa.

Cicco si affacciava davanti alla porta e sbirciava a destra e a manca, dando la sensazione di volersi accertare che non ci fosse nessuno per la strada; quindi, avvolto nello scialle, usciva di corsa, dirigendosi fuori del paese, verso il Calvario in aperta campagna. Che cosa ci andava a fare a quell' ora al Calvario? Era quella l'ora della toilette: insomma Cicco andava a «li cumuna», luogo da lui detto per regolare il suo intestino. Raramente Cicco girava per il paese: nei mesi invernali viveva chiuso dentro la sua casa, d'estate, seduto davanti alla porta, tenendo un bastone in mano, le gambe attorcigliate, chiacchierando da solo.

Cosa si raccontasse era difficile capirlo, anche perché le sue parole erano intraducibili, inintellegibili: erano parole sconnesse, suoni senza senso, un borbottìo, insomma. E poi, egli, appena qualcuno gli si avvicinava cessava subito quella specie di soliloquio, sino a quando la persona non si fosse ben bene allontanata.

La sera fatidica dell'illuminazione del paese, Cicco era irrequieto: si affacciava continuamente davanti alla porta, borbottando e gesticolando all'indirizzo di tutta quella gente che in cima alla strada si era radunata in attesa dell' accensione della luce, di cui egli era completamente ignaro.

Cicco non si dava pace, non riusciva a capire perché i suoi vicini e anche altra gente venuta da altre zone del paese se ne stessero ammucchiati lì a guardare in aria e a chiacchierare come se aspettassero la processione del venerdì santo, che lui era abituato a vedere tutti gli anni quando il corteo sacro passava dalla sua strada, per andare al Calvario.

Non era abituato dunque a vedere tanta gente accalcarsi tutta insieme sulla sua strada e, soprattutto, lo irritava tutto quel chiacchiericcio. Tanto che spesso si portava le mani agli orecchi e scuoteva la testa, come se volesse difendersi dal confuso vocìo della gente. Ancor più era irritato perché era quasi l'Ave Maria, l'ora in cui egli soleva andare a letto. Si affacciava, guardava, borbottava e poi. rientrava in casa; ma rimaneva pochi istanti e subito ritornava ad affacciarsi sulla porta, ancora a guardare, a gesticolare e a borbottare.

Era, appunto, affacciato alla mezza-porta quando la lampada che avevano installato proprio alla «cantunèra», distante pochi metri dalla sua casa, si accese improvvisamente, imprevedibilmente. Ciccò fu come accecato dalla luce: si ritrasse sorpreso e impaurito, ma tornò subito timidamente a riguardarla. Restò come rapito a fissare quella luce che egli non aveva mai visto; il suo viso si fece tirato,spaventato. Chissà che effetto deve avergli fatto. Non sappiamo il trauma che deve avere subìto Cicco udendo quel fragore di battimani scatenato dalla gente.
Egli rimase a guardare ora la luce, ora la gente, con gli occhi sbarrati, fisso come fosse una statua. Poi, improvvisamente cadde di colpo all'indietro e rimase immobile, disteso nell'ingresso, proprio a ridosso della porta.

Nessuno di quella gente che stava seguendo l'avvenimento si accorse di Cicco e di quanto gli era accaduto. Tutti continuarono a commentare l'evento che stavano appena vivendo. Poi a poco a poco, ciascuno tornò alla propria casa, ignaro della sorte toccata a Cicco, proprio a pochi passi da loro.

Bernardina la mattina appresso quando, come di consueto, si recò dallo zio per portargli la prima colazione, non scorgendolo davanti alla porta, come al solito, ad attenderla, e osservando che la porta era aperta, si meravigliò: la spinse cautamente e chiamò, ma non udì risposta alcuna. Allora fece per entrare, ma sempre con una certa ansia e preoccupazione, perché era imprevedibile quell'uomo; e sebbene non avesse mai fatto male a nessuno, la nipote era un po' paurosa a varcare la soglia della casa.

Ma toccava a lei scoprire come mai lo zio non era stato ad aspettarla. Lo chiamò ancora, poi timidamente avanzò di qualche passo e se lo trovò davanti, steso sul pavimento, proprio dietro la porta, immobile con gli occhi sbarrati. La povera giovane lanciò un urlo che dall’alto di quel monte, nel silenzio che avvolgeva ancora il paese fu certamente udito da tutti gli abitanti. Fuggì via presa dalla paura. L'urlo, naturalmente fece affacciare i vicini che vedendo scappare la giovane Bernardina, le corsero incontro tentando di fermarla, di calmare il suo pianto, e tutti ad una sola voce a domandarle perché urlasse e piangesse.

Ma Bernardina era strozzata dai singulti, dal terrore e non riusciva ad articolare parola. Riuscì solo ad alzare un braccio, indicando la casa di Cicco. Alcuni rimasero a confortare Bernardina, a calmarla, altri invece corsero verso la casa di Cicco per scoprire che cosa mai fosse accaduto. Lo trovarono anche loro disteso per terra, stecchito con il viso rivolto verso la strada, verso la cantunèra dove c'era quel braccio di ferro freddo, che appeso all'estremità reggeva quella minuscola lampada, ormai spenta, come una cosa morta.

Sorpresi e sconcertati, fu avanzato il sospetto che qualcuno avesse aggredito e ucciso Cicco. Ma poi, perché, si domandavano. Egli era innocuo, era buono, non aveva un soldo, anzi non possedeva nulla che potesse fare gola a qualche malintenzionato. No, convennero tutti: è morto di crepacuore! Ma a nessuno venne in mente che la causa vera di quella morte fosse stata quella minuscola lampadina accesa nell' ora in cui Cicco solitamente già dormiva.

Cieco era morto perché non aveva capito (e come poteva?) che era arrivato anche per lui, per quel suo paese il progresso. Egli, dunque, fu vittima della scienza, ché non si creda sia solo sinonimo di benessere... Come a Hiroshima migliaia di giapponesi, alcuni decenni più tardi, rimarranno inceneriti per merito di un altro immenso passo avanti della scienza: l’energia nucleare! Dalla quale gli uomini, con quella finezza d'ingegno, con quella sadica raffinatezza che li ha sempre distinti in tutte le epoche, avevano tradotto in ordigno distruttivo, con il quale la civiltà umana poteva vantarsi di avere raggiunto il punto più alto della sua capacità di sterminio della sua stessa specie! Da quel giorno il genere umano ha vissuto, vive e vivrà per i secoli a venire, ahimé, sul filo dell' equilibrio della distruttiva energia nucleare. Un'energia offerta dalla natura per rendere migliore la vita dell'uomo, tradotta, invece, in orrore.

In ogni epoca, allorquando l'uomo ha rivolto le sue forze creative a danno suo, si è sempre giustificato dicendo: è il prezzo del progresso, della «civiltà». In nome di essa si crea e si distrugge; essa illumina e acceca, sì che nell'uomo si genera confusione. Tutto della civiltà, nel bene e nel male lo smarrisce, lo rimpicciolisce alla stessa maniera che lo ingigantisce, lo lancia in avanti e lo precipita indietro, nel tempo della barbarie; sino a spezzare in lui l'equilibrio della ragione, sino a non fargli più distinguere dove cominci la civiltà che lo innalza e dove finisce l'inciviltà che lo subissa.

Se poniamo a confronto le gigantesche proporzioni delle conquiste scientifiche dell'uomo con quanto ne deriva dai suoi comportamenti scellerati, si è assaliti dal dubbio che possa essere il medesimo uomo o che non si annidi in lui il saggio e il pazzo. Sennò come può il saggio essere distruttore delle sue saggezze? O altrimenti ci resta il dubbio che nella sua coscienza conviva un medesimo contraddittorio sentimento di odio-amore, cui non riesce a sottrarsi o non riesce a farlo divenire solo amore. E questa contraddizione sopravvive nonostante egli si professi credente, non importa di quale religione, perché qualunque e comunque essa sia, è sempre espressione d'amore. Allora, non c'è dubbio: nell'uomo convivono il pazzo e il saggio.



Viste 3173 - Commenti 0
Iscriviti
ed inizia a pubblicare i tuoi contributi culturali