EMIGRAZIONE DURANTE IL PERIODO FASCISTA- I^ PARTE -

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Pubblicato il 13/01/2006
<b>EMIGRAZIONE DURANTE IL PERIODO FASCISTA</b>- I^ PARTE -

EMIGRAZIONE DURANTE IL PERIODO FASCISTA- I^ PARTE -



A cura di Maria Rosaria Porfido,

sociologa e studiosa dei cambiamenti della famiglia italiana negli ultimi trent'anni e dell'analisi sui flussi migratori degli italiani all'estero dalla fine del secolo scorso ad oggi.>

Il flusso migratorio che dall'Italia partiva alla volta degli Stati Uniti, rimase per molti anni di consistenza cospicua. Il continuo ingresso di nuovi emigrati, esasperò i rapporti fra Stati Uniti e Italia, tanto che questi misero dei limiti ferrei per controllare l'ingresso degli stranieri sul loro suolo.

Uno dei Paesi maggiormente colpiti da queste limitazioni fu l'Italia, che tentò in un primo tempo di ottenere una dispensa speciale dal governo Americano in modo da aumentare il numero di permessi di ingresso annui, ma vistasi negare qualsiasi favoritismo, Mussolini, allora capo del governo, intraprese la strada del colonialismo.

Nell'atmosfera di sostanziale cordialità che caratterizzò i rapporti fra Italia e Stati Uniti durante il periodo fascista, il problema migratorio costituì il principale punto di attrito, rischiando, in alcuni momenti, di deteriorare le relazioni anche sul piano diplomatico.

All'origine di tale attrito fu anzitutto un fatto oggettivo: la drastica riduzione dei contingenti di immigrati ammessi negli Stati Uniti. sancita dalle leggi americane del 1921 e del 1924, che determinò una grave crisi nell'economia italiana. Infatti, mentre, in precedenza, l'Argentina e il Brasile avevano costituito le mete privilegiate della forza lavoro italiana in cerca di occupazione, a partire dall'ultimo decennio del secolo XIX, l'America del Nord era diventata la valvola di sicurezza primaria al tradizionale squilibrio fra popolazione e risorse.

Ulteriore causa di frizione fu poi l'opposizione di Mussolini alla naturalizzazione degli emigranti italiani, che contrastava apertamente con la propensione statunitense ad una rapida assimilazione dei gruppi etnici esterni nel contesto demografico del paese, "in America - scrive un corrispondente dell'epoca - ci si doveva andare soltanto ed unicamente per diventare americani" .

Dopo una fase di assenteismo dello Stato, fino ai primi del '900 ed una fase 'sociale', che coincise con l'istituzione del Commissariato all'Emigrazione, durante la quale ci si limitò a tutelare l'interesse del singolo emigrante, senza entrare nel merito del suo futuro status di cittadino, con l'avvento del fascismo, l'emigrazione italiana in generale e quella verso gli Stati Uniti in particolare entrò in una Fase "politica".

Quale riflesso delle istanze nazionalistiche insiste nella filosofia fascista, al disinteresse dei governi liberali si sostituì una presenza costante, intesa a fare degli emigranti delle vere e proprie colonie italiane all'estero. Più precisamente, essi avrebbero dovuto costituire "una compatta forza politica, manovrabile dalle autorità di Roma per essere finalizzata agli interessi della madre patria".

Questa concezione era già stata anticipata, sul finire del 1921, dall'ambasciatore a Washington, Rolandi Ricci, il quale si era proclamato "guardiano della colonia italiana in America". La 'sinistra' impressione, provocata dalle dichiarazioni del diplomatico sull'opinione pubblica statunitense, che le aveva interpretate come un preteso conflitto fra gli interessi degli immigrati e quelli degli americani, era stata mitigata da un discorso del generale Diaz alla Italian Society di Baltimora, nel quale egli esortava gli italiani a rimanere tali nel cuore, ma al tempo stesso ad essere leali cittadini americani.

In ogni caso, solo poche settimane dopo la presa del potere, lo stesso Mussolini affermava esplicitamente che da quel momento in poi "gli emigrati avrebbero dovuto essere considerati mezzi di irradiazione delle idee e dei prodotti italiani, e l'emigrazione parte integrante della politica estera italiana".

Fu, del resto, nel quadro di questa nuova concezione politica dell'emigrazione che il Commissariato all'Emigrazione venne abolito come organo autonomo per essere riunito al Ministero degli Esteri e, nel 1927, fu completamente soppresso e sostituito dalla Direzione Generale degli Italiani all'Estero, nell'ambito dello stesso Ministero.

L'ascesa al potere di Mussolini, coincise con il clima di risentimento e di frustrazione che, in Italia, seguì le prime misure restrittive prese dal governo americano con l'Immigration Act del 1921.

All'emanazione del decreto, aveva indirettamente contribuito anche la politica italiana dell'immediato dopoguerra.

Molti dei provvedimenti, varati durante il periodo bellico per impedire la dispersione delle forze necessarie alla difesa del Paese, erano stati soppressi, e il governo, allarmato dagli scioperi e dalla crescente disoccupazione, aveva favorito, al massimo, l'emigrazione. Flussi altrettanto cospicui giungevano contemporaneamente negli Stati Uniti dall'Europa orientale (Russia, Austria, Romania), spinti, in alcuni casi, da ragioni politiche oltre che economiche.

Inevitabilmente, nel mondo del lavoro vennero ad acuirsi i già latenti conflitti dovuti alla concorrenzialità della manodopera straniera. Era inoltre comprensibile che il governo di Washington, preoccupato dalla percentuale sempre maggiore di stranieri, rispetto al naturale incremento della popolazione, decidesse di arginare un fenomeno, che minacciava seriamente l'omogeneità etnica della Federazione.

Come abbiamo visto, le immigrazioni più consistenti, si riferivano infatti a popoli di tradizione e cultura diverse da quella anglosassone, che aveva conferito alla nazione americana la sua naturale fisionomia.
Ragione non ultima di questo protezionismo demografico era il timore di un'infiltrazione di elementi "sovversivi", importatori delle idee e dell'influenza del radicalismo europeo.

L'Immigration Act del 1921, mirava comunque chiaramente a privilegiare le componenti etniche tradizionali. La quota di immigrati da ciascun Paese, non poteva infatti superare il 3 per cento del numero di cittadini di quello stesso Paese, già residente negli Stati Uniti.

Inoltre con il pretesto, ampiamente confutabile, che i dati del censimento del 1920 non erano ancora definitivi; i contingenti venivano stabiliti in base al censimento del 1910, e cioè in data precedente rispetto ai grandi flussi immigratori provenienti dall'Europa Orientale e Meridionale.

Violente ed immediate scoppiarono le reazioni dei Paesi più direttamente colpiti dal provvedimento, ed in primis dell'Italia, le cui più forti correnti migratorie verso la Federazione avevano appunto avuto luogo fra il 1910 e il 1914.

Anzitutto, sosteneva l'ambasciata italiana a Washington, la decisione di adottare il censimento del 1910 veniva ad alterare arbitrariamente una realtà etnica di fatto, per rifarsi a dati vecchi di dieci anni, che non trovavano più alcuna rispondenza con la situazione attuale.

Ed essa veniva interpretata, da alcuni degli stessi ambienti del Congresso, come intesa a fare della legge "un sistema selettivo per favorire alcune nazionalità a scapito di immigranti provenienti da Paesi meno graditi". Fra questi, appunto, l'Italia, nei cui riguardi, peraltro, il provvedimento veniva a contrastare con lo spirito e la lettera del Trattato di Commercio del 1871 , che prevedeva il trattamento di nazione più favorita.

Altrettanto decisamente veniva inoltre contestata la proposta di alcuni membri del Congresso di assegnare l'immigrante ad una determinata quota non già in base alla nazionalità risultante dal passaporto, bensì in funzione del luogo di nascita.
Una simile clausola, non solo avrebbe impedito alle varie nazioni ogni tipo di programmazione in campo migratorio, ma anche un'adeguata tutela dei propri cittadini, i quali, al momento della partenza dal Paese di adozione, si sarebbero trovati dell'impossibilità di sapere se la quota, mensile, del Paese, ove erano nati, si fosse, nel frattempo, esaurita o meno.

Formalmente, la posizione del governo italiano era ineccepibile. In realtà, un criterio così aleatorio, quale il Paese di nascita, mirava ad eludere la possibilità, di cui anche gli italiani abusarono in una certa misura dopo l'emanazione dell'Immigration Act, che i potenziali immigranti riuscissero a farsi ammettere negli Stati Uniti, assumendo temporaneamente la nazionalità di un altro Paese, il cui contingente non era ancora stato coperto.

Le proteste italiane ebbero quindi ben poca risonanza e dopo l'approvazione del decreto da parte della Camera dei Rappresentanti, i dibattiti al Senato per l'emendamento o meno della quota del 3 per cento, vennero aggiornati con la decisione di estendere l'applicazione del provvedimento al giugno 1923.

Oltretutto il Dipartimento di Stato rifiutò costantemente di ammettere che la legge prevedesse un qualsiasi trattamento discriminatorio nei riguardi dell'Italia, contrario al trattato del 1871, declinando peraltro ogni responsabilità sulle delibere del Congresso, che erano di stretta competenza degli organi legislativi.

Malgrado questa ferma presa di posizione dell'Esecutivo sul piano diplomatico, la questione non mancava di sollevare accese polemiche negli stessi Stati Uniti. Allo scopo di salvaguardare gli alti salari operai dalla concorrenza della manodopera straniera, le organizzazioni sindacali facevano pressione sui poteri pubblici per rendere ancora più rigorose le disposizioni restrittive.

Per contro, gli industriali, allarmati dal crescente costo del lavoro, che incideva sempre più pesantemente sulle spese di produzione, auspicavano una riforma della legge in senso opposto.


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