Il fascino dell’Altopiano di Asiago (o dei 7 Comuni) - “inverno” -I-

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Pubblicato il 23/01/2006
<b>Il fascino dell’Altopiano di Asiago (o dei 7 Comuni)</b> -  “inverno” -I-

Il fascino dell’Altopiano di Asiago (o dei 7 Comuni) - “inverno” -I-



..nell’Opera “L’Altipiano delle meraviglie” dello scrittore Mario Rigoni Stern e del fotografo Roberto Costa, edita nel 2003 dalla Banca Popolare di Vicenza che si ringrazia vivamente per averne autorizzato la parziale pubblicazione in questo sito web.


L’INVERNO - I^ Parte -


A segnalare l’arrivo dell'inverno, da sempre, è per primo lo scricciolo che si avvicina alle case degli uomini. È il più piccolo degli uccelli europei, un batuffolo raccolto di piume brune con fini striature più scure e una piccola e breve coda sempre portata all'insù. Il suo richiamo è come un leggero tocco su un campanellino d'argento: è con questo che chiama la neve. Il suo nome lo denota così antico che certamente la sua presenza faceva compagnia agli uomini nell'età della pietra: Troglodytes troglodytes; da noi in cimbro lo chiamiamo rasetle che vuoI dire nervosetto o, anche, furiosetto, per i tedeschi è Zallnkanig: re delle siepi.

Arriva dal bosco a fine novembre o a dicembre; si fa vedere e sentire furtivo e domestico tra cataste di legna dove si introduce alla ricerca di ragni o mosche. Così lo ricordo sin dalla mia lontana infanzia e subito, dopo di lui, giungerà puntuale la neve dai monti a nord: leggera e secca, uno spolverìo su boschi e case; ma se da est, abbondante da bosco a bosco a coprire le erbe secche e il muschio, i cespugli, vestendo di bianco gli alberi: tutto diventerà nuovo, irreale e misterioso.

È profondo il silenzio della neve; quando cade anche la notte diventa più silenziosa e dolcissimo il sonno. È diversa anche la luce. Stanno immobili dentro il bosco cervi e caprioli, volpi e lepri. Quando il sole ritornerà saranno le cesene a salutarlo: erano partite dalla Scandinavia e da villaggio a villaggio sono giunte sino a noi perché il giorno ha più luce e ci sono le bacche dei sorbi dell'uccellatore che ancora rimangono brillanti sugli alberi accosto alle case.

Il fumo della legna secca che brucia nelle cucine ristagna sopra i tetti e un volo di cornacchie attraversa il cielo inquadrato dalla finestra; anche nel profondo del bosco caprioli e cervi alzando la testa guardano il nuovo paesaggio. Gli scoiattoli escono dal nido e salgono sui pecci facendo cadere la neve: vanno a ricercare gli strobili che nascondono i piccoli semi.

Anche se l'inverno sembra tutto mortificare, nella nuova luce del bosco si riprende a vivere. Camminando dentro in quel bianco di luce propria, tra gli alti tronchi muschiati d'argento, anche il tempo diventa irreale e vivi in un mondo metafisico come dentro un sogno: non ha più peso il tuo corpo, non è faticoso il passo e cammini vagando da pensiero a pensiero. In un infinito tra gli alberi innevati anche le cose della vita appaiono più chiare.

A richiamarti alla realtà potrebbe essere il guizzo di un lepre che hai disturbato nel covo dove dormiva, o un volo guizzante che sparisce tra i rami spolverando la neve. Era un astore? Il nobile rapace che i falconieri addestravano per le cacce reali?

Con il crescere della luce del giorno anche la foresta prende splendore dal sole; nelle ore meridiane la neve si scioglie dai rami a piccole gocce che via via si allungano come pendagli. Ai piedi delle conifere si adagiano le squame degli strobili rosicchiati dagli scoiattoli. L'urogallo che si è acquartierato nel solito antico abete isolato e dominante trova casa da svernare e rustico cibo nelle foglie: le deiezioni secche e legnose sotto i rami attorno al tronco dimostrano la sua presenza; lui è lì sopra la tua testa, immobile nel più fitto, ti guarda, ti lascia passare e ti segue più con l'udito che con gli occhi e senti il suo sguardo: aspetta la primavera e non lo devi disturbare nella sua dimora.

Come è bene ciò che è forestale! Ora, con il terreno coperto da tanta neve, gli alberi appaiono diritti, solenni e vivi si perdono nella profondità del cielo come silenziosa preghiera. È davvero grande la foresta invernale; andando con le racchette da neve o con gli sci leggeri ti sembra di essere sospeso nell'aria perché il suolo è sotto tutta quella neve e lì ci sono muschi e licheni, pianticelle, arboscelli, cespugli e la vita di coleotteri, imenotteri, aracnidi, lombrichi, roditori che continua e aspetta la primavera per manifestarsi. Nel silenzio e nel leggero frusciare degli sci potresti, improvviso e lontano, udire il tambureggiare del raro picchio nero sul tronco di un antico peccio malandato: non tambureggia sovente, ma quando lo fa si sente a grande distanza per la forza che ci mette.

Se così andando nel silenzio dell'inverno dovessi vedere sotto gli alberi i covi dei caprioli, fèrmati a osservare le tracce e cerca di allontanarti con discrezione da quel luogo che loro hanno scelto per svernare: uno spostamento potrebbe metterli in crisi alimentare; loro sanno perché erano lì e se osservi lentamente e con calma vedi allora che, se anche sotto la neve, sono riusciti a discoprire le pianticelle di mirtillo di cui cibarsi. All'inizio dell'inverno si erano formati i nuclei famigliari: femmine madri, giovani, femmine non maturate e piccoli dell'anno; di solito è la femmina anziana che sceglie il posto per svernare, o che ritorna al "solito posto" e che guida e regola la vita del gruppo. I maschi non svolgono compiti di particolare importanza e ogni tanto gironzolano nei dintorni.

Anche i cervi maschi vanno d'inverno per conto loro, lasciando le madri alle giovani femmine e ai nati dell'anno i posti migliori. I maschi adulti manifestano la tendenza a isolarsi quando, a fine febbraio o nella prima quindicina di marzo, perdono i palchi: non amano farsi vedere senza il simbolo della loro regalità.

di Mario Rigoni Stern

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foto di Roberto Costa


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