Il fascino dell’Altopiano di Asiago (o dei 7 Comuni) - “estate” -I-

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 31/01/2006
<b>Il fascino dell’Altopiano di Asiago (o dei 7 Comuni)</b> -  “estate” -I-

Il fascino dell’Altopiano di Asiago (o dei 7 Comuni) - “estate” -I-

..nell’Opera “L’Altipiano delle meraviglie” dello scrittore Mario Rigoni Stern e del fotografo Roberto Costa, edita nel 2003 dalla Banca Popolare di Vicenza che si ringrazia vivamente per averne autorizzato la parziale pubblicazione in questo sito web.


L’ESTATE - I^ Parte -


Anche se le tarde nevicate certi anni coprono abbondantemente pascoli e mughi e fabbricati delle malghe, l`estate corre in fretta verso le quote più alte del nostro Altipiano. Un amico malghese mi raccontava che ai primi di giugno del 1952 era salito alla Malga Portule per considerare le condizioni dei pascoli e si stupì nel vedere la neve così alta che ancora copriva le porcilaie. È al bosco che le tarde nevicate sono davvero dannose, gli alberi, risvegliati in maggio dal cuculo ed entrati in vegetazione, si ammorbidiscono e il carico della neve pesante li fa schiantare o divelgere. Se questo al bosco è dannoso; più dannosi sono gli uomini che invogliati dalla buona stagione e dalle lunghe giornate di sole dopo la bella nevicata escono con le motoslitte per mulattiere e strade militari recando violenta paura ai selvatici nel periodo più delicato e sensibile della procreazione. A fine maggio, dopo aver allontanato la giovane figlia che era rimasta con lei per un anno, la femmina del capriolo era andata a cercarsi un posto tranquillo dove partorire. Di solito è con esposizione a sud, coperto da bassa vegetazione, o un prato con erba alta e folta. A due ore dalla nascita i piccoli - qualche volta uno, di solito sono due - sono già in grado di stare in piedi e di succhiare il primo latte. Dopo la prima poppata, la madre si discosta di pochi passi e fischia debolmente: i piccoli rispondono e la seguono traballando; si allontana per una decina di metri e quindi li lecca e li fa accucciare spingendoli con la testa. Poi, ben controllato con vista e udito lo spazio circostante, si allontana nei dintorni. Ma non è discosta: osserva, pascola o finge di pascolare. I piccoli nascosti tra l`erba restano immobili e invisibili, privi anche di ogni odore, e quando niente si muove nel prato e nessuna ombra compare, nessun rumore, allora, un sottile e quasi a noi impercettibile fischio comunica loro: "io sono qui, non muovetevi". Più volte nella giornata, la madre si avvicina prudentemente a loro per la poppata. Anche lei si rende poco visibile cercando di mimetizzarsi tra alte erbe e cespugli; ma se davvero un qualche inopportuno si avvicina, allora, si mostra con grande evidenza per attirare su di sé l`attenzione per poi, lentamente, entrare nel bosco. Era l`ultimo sabato di giugno di tre anni fa; una famigliola era salita quassù per il fine settimana e, parcheggiata l`auto, genitori e ragazzi erano entrati in un prato sotto la contrada per fare merenda. I bambini si misero a correre felici e scatenati; giocando così, un ragazzo quasi inciampò in un capriolo nato forse quel giorno che se ne stava immobile e terrorizzato tra l`erba. Dopo il primo stupore il ragazzo chiamò i fratelli e i genitori: "Ho trovato Bambi!". La loro pietà fu grande, lo accarezzarono, lo compativano dicendo che la madre lo aveva abbandonato. Lo raccolsero in braccio, se lo contendevano; lui guardava tremando e certamente non capiva questi animali che gli erano attorno e che avevano un odore molto strano. Decisero di portarlo al guardaboschi nel vicino paese. Come li vide, sul principio li prese a male parole, poi si calmò e spiegò: "Voi, facendo così, lo avete condannato a morte; gli avete dato il vostro odore e sua madre non lo riconoscerà più come suo figlio. Forse riuscirò a salvarlo, ma è troppo piccolo". Anche le cerve, dopo aver sciolto il branco, si appartano per figliare così come il capriolo, in una radura accostata al bosco più fitto da dove osservare e controllare senza essere vedute. Partoriscono un solo piccolo che poco dopo si alza traballando sulle lunghe gambe; la madre lo asciuga leccandolo lungamente e accuratamente e subito lo fa acquattare tra le felci e le alte erbe. A luglio le madri seguite dai figli si raggruppano in branco, a guidarlo è la madre più autorevole e nei luoghi più tranquilli e appartati i piccoli amano giocare tra di loro. Le camozze, dopo aver pascolato a valle l`erba primaverile, si erano ritirate lassù in alto tra i dirupi per partorire sopra una cengia affinché il loro piccolo, aprendo gli occhi sul mondo, subito prendesse confidenza con i precipizi. Ora, a luglio, sono già in grado di seguire le madri e con grande sicurezza affrontano i terreni più impervi e le rocce erte e difficili; salgono a pascolare nelle altitudini dove la qualità della prateria alpina è il migliore nutrimento per le madri lattifere e primo pasto cercato da loro. Se sopra passa l`ombra dell`aquila le camozze sono leste a richiamare i piccoli sotto il loro ventre e ad abbassare la testa mostrando le uncinate corna. L`estate in montagna è sempre breve; anche la notte estiva è breve a rinfrescare l`aria; la luna calante e il crepuscolo dell`alba, con le due diverse tonalità, creano una luce sparsa sulle cime e nell`alta valle ma dentro il bosco la notte ancora non si dissolve. Il baffuto succiacapre a caccia d`insetti notturni lancia i suoi ultimi strani versi fatti da t e dar, infine va a posarsi per lungo su un ramo dove resterà immobile e invisibile sino al tramonto. Il tordo saluta il giorno che ritorna e il cervo vagabondo, dopo essersi ben pasciuto nei prati accosto ai boschi, rientra nella foresta per adagiarsi nel folto a ruminare in pace. I camosci 1assù dove il sole è arrivato a illuminare le cime pascolano l`erba profumata bagnata dalla rugiada e attorno alla loro ombra il sole crea l`aureola luminosa. La luce del sole che sta uscendo riesce a illuminare anche il fondovalle; nei boschi prendono forma i tronchi, i rami, gli arbusti, i fiori. Le foglie fremono al brivido del sole ed è una sinfonia di canti: al tordo si unisce il pettirosso al merlo la capinera, e poi il luì, la cincia, il ciuffolotto, la ghiandaia, il cùculo. Ogni bosco ha i suoi abitanti alati permanenti o di sosta per nidificare: la foresta di conifere ha i suoi, quella di latifoglie anche, quella mista questi e quelli. Anche le praterie alpine, anche le pareti rocciose, anche le altitudini. di Mario Rigoni Stern _________________________________ foto di Roberto Costa


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