Le guardie svizzere del Papa - La storia -

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LOIACONO MARCO LOIACONO MARCO Pubblicato il 11/02/2006
<b>Le guardie svizzere del Papa   -  La storia   -</b>

Le guardie svizzere del Papa - La storia -


Tratto dal sito web
www.vatican.va




Gli Helvetii:



Non tutti i pellegrini che vengono a Roma e cercano di farsi fare una bella foto con gli Svizzeri che montano la guardia agli ingressi del Vaticano, conoscono la storia di questi soldati che giurarono fedeltà al Papa.

Bisogna risalire al tempo del Rinascimento e ai motivi che nel 1506 spinsero Papa Giulio II a far venire a Roma gli Svizzeri: i soldati elvetici, per la loro forza d'animo, i nobili sentimenti e la fedeltà proverbiale, erano ritenuti invincibili.

Il grande storico latino, Tacito, molti secoli prima aveva detto: "Gli Helvetii sono un popolo di guerrieri, famoso per il valore dei suoi soldati." Per questo, i Cantoni svizzeri, con le loro alleanze ora con una parte ora con l'altra, giocavano un ruolo importante nella politica europea. Come alleati di Giulio II, nel 1512 essi decisero, infatti, le sorti d'Italia e ricevettero dal Papa il titolo di "difensori della libertà della Chiesa".

In quei tempi nei quali era normale fare il mercenario, il nucleo centrale delle Alpi ospitava un popolo di guerrieri. I primi Cantoni svizzeri, con circa 500.000 abitanti, date le precarie condizioni economiche di quel tempo, formavano un paese sovrappopolato: la povertà era grande. Non restava altro, perciò, che emigrare e l'occupazione migliore, allora, era fare il mercenario.


I Mercenari Svizzeri:

C'erano 15.000 uomini disponibili per questo tipo di lavoro, che era "organizzato" e sotto il controllo della piccola Confederazione dei Cantoni, la quale conferiva la autorizzazione per la leva di uomini e, come contropartita, riceveva grano, sale o altri privilegi commerciali.

Gli svizzeri, in genere, concepivano la guerra come un'emigrazione temporanea, estiva e, perciò, partecipavano a guerre brevi e grandi, per poi tornare a casa a passare l'inverno con il "soldo" e il bottino: essi erano i migliori soldati del tempo. Senza cavalleria e con poca artiglieria, questa gente aveva inventato una tattica di movimento superiore a tutte le altre, e per questo essa era richiesta e invitata sia dalla Francia che dalla Spagna.

Erano come delle muraglie semoventi, irte di ferro e impenetrabili. Non si capirebbe niente delle lotte in Italia, se non si tenesse conto di questi soldati mercenari. Già nel 13° e 14° secolo, dopo l'indipendenza svizzera, un gran numero di gente militava in Germania e Italia e poiché i Cantoni non erano capaci di impedire questo tipo di emigrazione, cercarono, perlomeno, di organizzarlo.


I Mercenari Svizzeri e la Francia:

L'alleanza con la Francia fu la più importante e cominciò con Carlo VII nel 1453; poi venne rinnovata nel 1474 da Luigi XI, che nei pressi di Basilea aveva assistito alla resistenza di 1500 svizzeri contro forze venti volte superiori.

Luigi XI assoldò dei confederati svizzeri come istruttori per l'esercito francese. La stessa cosa fu fatta dal re di Spagna. Quando alla fine del 1400 cominciano con Carlo VIII le guerre d'Italia, gli svizzeri erano considerati dal Gucciardini «il nerbo e la speranza di un esercito». Nel 1495 il re di Francia salvò la propria vita per l'incrollabile fermezza dei suoi fanti svizzeri.

Il servizio straniero dei confederati fu meglio regolato con l'alleanza del 1521 tra la Francia e i Cantoni, per cui gli svizzeri si obbligavano a fornire da sei a diecimila soldati al re e la Svizzera riceveva la protezione del più potente principe europeo. Essi erano alleati e ausiliari permanenti, però i Cantoni rimanevano i veri sovrani di queste truppe e si riservavano il diritto di richiamarle.

Questi corpi armati avevano una completa indipendenza, con i propri ordinamenti, propri giudici e propri stendardi. I comandi erano impartiti nella loro lingua, in tedesco, da ufficiali svizzeri e restavano legati alle leggi dei loro Cantoni: il reggimento, insomma, era la loro patria e tutte le consuetudini furono confermate in tutti gli accordi degli anni seguenti.


Gli Svizzeri in Vaticano:

II 22 gennaio 1506 è la data di nascita ufficiale della Guardia Svizzera Pontificia, perché in questo giorno, sull'imbrunire, un gruppo di centocinquanta svizzeri, al comando del capitano Kaspar von Silenen, del Cantone di Uri, attraverso Porta del Popolo entrò per la prima volta in Vaticano, dove furono benedetti da Papa Giulio II.

Il prelato Giovanni Burchard di Strasburgo, cerimoniere pontificio e autore di una famosa cronaca dei suoi tempi, notò l'avvenimento nel suo diario. In verità, già prima, Sisto IV aveva concluso nel 1479 un'alleanza con i confederati, per mezzo di un trattato che prevedeva la possibilità di reclutare mercenari.

Aveva fatto costruire per loro degli alloggi vicino alla chiesa di S. Pellegrino, nella attuale via del Pellegrino. Innocenze Vili (1484-1492) in forza del vecchio trattato rinnovato, voleva servirsi di loro contro il duca di Milano. Anche Alessandro VI si servirà dei soldati confederati durante l'alleanza dei Borgia con il re di Francia.

Al tempo della potente famiglia Borgia si originarono in Italia le grandi guerre che videro in primo piano gli svizzeri, alleati alle volte della Francia e altre volte sostenitori della Santa Sede o del Sacro Romano Impero di nazione germanica.Quando i mercenari svizzeri sentirono che Carlo VIII, re di Francia, preparava una grande spedizione contro Napoli, si precipitarono in massa per essere arruolati.

Alla fine del 1494 sono presenti a migliaia in Roma, di passaggio con l'esercito francese che nel febbraio successivo occuperà Napoli. Tra i partecipanti a questa spedizione contro Napoli, si trovava anche il cardinale Giuliano della Rovere, il futuro Giulio II, che sotto Alessandro VI aveva lasciato l'Italia e si era recato in Francia. Egli conosceva bene gli svizzeri, anche perché una ventina di anni prima aveva ricevuto come beneficio, tra gli altri, anche il vescovado di Losanna.

Alcuni mesi più tardi, però, Carlo VIII fu costretto ad allontanarsi in gran fretta da Napoli e riuscì a stento a forzare il blocco e ritornare in Francia. Infatti Papa Alessandro VI aveva collegato Milano, Venezia, Impero Germanico e Ferdinando il Cattolico di Spagna in funzione antifrancese.


Il Sacco di Roma:

La mattina del 6 maggio 1527, dal suo quartiere generale nel convento di S. Onofrio sul Gianicolo, il capitano generale Borbone diede il via agli assalti. In uno di questi, alla Porta del Torrione, mentre dava la scalata alle mura, egli stesso fu colpito a morte. Dopo un momento di esitazione, però, i mercenari spagnoli sfondarono la Porta del Torrione, mentre i lanzichenecchi invadevano Borgo S. Spirito e S. Pietro. La Guardia Svizzera, compatta ai piedi dell'obelisco che allora si trovava vicino al Campo Santo Teutonico, e le poche truppe romane resistettero disperatamente.

Il comandante Kaspar Röist, ferito, sarà trucidato dagli spagnoli a casa sua sotto gli occhi della moglie Elisabeth Klingler, e dei 189 svizzeri se ne salvarono solo quarantadue, cioè quelli che all'ultimo momento, al comando di Hercules Göldli, avevano accompagnato Clemente VII nel suo rifugio di Castel SantAngelo: il resto cadde gloriosamente, massacrato, assieme a duecento fuggiaschi, sui gradini dell'altare maggiore di S. Pietro.

La salvezza di Clemente VII e dei suoi uomini fu resa possibile dal "Passetto", un corridoio segreto costruito da Alessandro VI sul muro che collegava il Vaticano e Castel SantAngelo. L'orda selvaggia aveva premura per paura che le forze della Lega tagliassero la via della ritirata.

Attraverso Ponte Sisto, lanzichenecchi e spagnoli si riversarono sulla città, e per otto giorni diedero libero sfogo a ogni sopruso, ruberia, sacrilegio e massacro; furono manomesse, perfino, le tombe dei Papi, compresa quella di Giulio II, per rubare quanto vi era dentro: forse dodicimila furono i morti e il bottino sui dieci milioni di ducati. Non c'è da meravigliarsi di tutto questo, perché l'esercito imperiale e, in particolare, i lanzichenecchi di Frundsberg erano animati da uno spirito di crociata antipapista.

Davanti a Castel Sant'Angelo, sotto gli occhi del Papa, fu imbastita una parodia di processione religiosa, con la quale si chiedeva che Clemente cedesse a Lutero vele e remi della "Navicella" di Pietro. Allora la soldataglia gridò: "Vivat Lutherus pontifex." Per sfregio, il nome di Lutero fu inciso con la punta d'una spada sull'affresco "La Disputa del Santissimo Sacramento" nelle Stanze di Raffaello, mentre un altro graffito inneggiava a Carlo V imperatore.

Conciso e esatto il giudizio del priore dei canonici di S. Agostino emesso allora: "Malifuere Germani, pejores Itali, Hispani vero pessimi" -i tedeschi furono cattivi, peggiori gli italiani, pessimi gli spagnoli. Oltre al danno irreparabile della distruzione di reliquie, praticamente con il Sacco di Roma è andato perduto anche un tesoro d'arte inestimabile, ossia la maggior parte dell'oreficeria artigiana di chiesa.

Il 5 giugno Clemente VII si doveva arrendere e accettare pesanti condizioni: abbandono delle fortezze di Ostia, Civitavecchia e Civita Castellana, la cessione delle città di Modena, Parma e Piacenza e il pagamento di quattrocentomila ducati; inoltre, per avere liberi i prigionieri, se ne doveva pagare il riscatto. La guarnigione papale fu sostituita con quattro compagnie di tedeschi e spagnoli; alla soppressa Guardia Svizzera, subentrarono duecento lanzichenecchi.

Il Papa ottenne che gli svizzeri sopravvissuti fossero inclusi nella nuova Guardia, ma di essi solo dodici accettarono, tra cui Hans Gutenberg di Coirà e Albert Rosin di Zurigo; gli altri non vollero avere niente a che fare con gli odiati lanzichenecchi.



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