FORSE UN GIORNO - II^ Parte –

Radici & Civiltà

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LO BLUNDO CLAUDIA LO BLUNDO CLAUDIA Pubblicato il 14/02/2006
<b>FORSE UN GIORNO</b>   - II^ Parte –

FORSE UN GIORNO - II^ Parte –

E’ di nuovo estate!
Durante i miei viaggi osservo campagne ora ondulate, ora pianeggianti ed il mio pensiero ritorna alla campagna che tante volte ho sperato di rivedere, che tante volte ho sognato di possedere!
Ho vissuto in città bellissime, ho gustato cibi preparati da cuochi di alta classe, sono stata attenta che le mie gambe affusolate e ben depilate non fossero guastate dalla presenza di una sia pur piccola venuzza, ma la vita mi ha sempre portato lontana dalla Contessa, dalla magia che solo il ricordo legato all’infanzia può dare.

Sì, ogni tanto un ricordo, un fantasticare: basterebbe così poco per decidere ed andare! Ma poi, il ricordo si confonde con la nostalgia ed un timore: “E se la Contessa non fosse più fiorente come una volta? Del resto, dove sono oggigiorno i contadini? E il parentado avrà avuto ben altro da fare durante questi lunghi anni!”.
Perciò, mentre tento di allontanare dai miei pensieri quei rimpianti, quei chissà, continuo a cullarmi nell’illusione che, forse, un giorno ritornerò!


Mentre il lavoro mi porta in giro per il mondo, mi piace rileggere quelle poche righe, redatte da un freddo computer notarile, che mi rassicurano sul fatto che sono la nuova proprietaria del fondo della Contessa: campagna, alberi, stagno e la vecchia casa.

Ho lasciato la casa così come era, così l’avevo immaginata da bambina, con le sue ampie stanze, gli stretti gradini della scala: le crepe del tempo sono state aggiustate, le camere sono state ridipinte rispettando il loro stato originario anche se non è stata la mano di un valente pittore quella che ha ridato colore e vivacità ai fiori ed agli uccelli dipinti sul tetto della sala più grande, il soggiorno.

La stalla e la cantina sono state ripulite ed a parte pochi adeguamenti necessari, non ho apportato alcun cambiamento nella vecchia casa: le ragnatele sono scomparse, ma il vecchio portone è sempre quello, solo che i cardini ripuliti, non possono cigolare più e nessuno potrebbe temere di avvicinarsi sull’aia, paventando la comparsa di un fantasma, perché una bella siepe di fiori variopinti e profumati accoglie, invitante, il visitatore. La casa è rimasta così come era duecento e più anni fa, con le sue pietre all’esterno, le sue vecchie finestre con gli scuri in legno.

Però, adesso, è una casa viva: c’è l’acqua corrente, l’energia elettrica, il cavo telefonico e l’antenna della fedele TV: il tutto si confonde nelle antiche e spessa mura che ospitano austeri mobili antichi, quel poco che ho trovato nella casa ed altro che ho cercato qua e là presso famiglie un po’ divertite, un po’ sospettose per questa donna stranamente disposta a pagare pur di avere vecchi mobili e vecchie suppellettili.

Tutto ciò che avevo trovato in stato di abbandono è tornato a rivivere ed adesso le voci di grandi e piccini risuonano nelle stanze e per la campagna.

Ho imparato a preparare le conserve con i frutti della terra che, con soddisfazione, mi portano mio marito ed un ossuto contadino, sbucato un giorno da chissà dove, ma senza dubbio, figlio di quei saraceni che un tempo occuparono questi luoghi.

Ho visto la gioia dipinta sul volto di chi è tornato alla Contessa e, dopo tanti anni di assenza, l’ha trovata così come la ricordava: gli stessi alberi, l’identica frutta, finalmente svelato il mistero della casa, ed ho goduto di quella gioia!

I miei figli giungono qui, non sui muli o a piedi, ma con le loro vetture che sollevano un fitto polverone che ricadendo sulle more, che fiancheggiano il viottolo, le rende immangiabili finché non siano state lavate; loro non riescono a capire il capriccio di questa mamma che trascorre il suo tempo libero in campagna, in queste stanze ombreggiate da bianche tende di lino, con le tovaglie di merletto sui tavoli rotondi a tre piedi.

Ma non mi interessa molto delle loro critiche, del resto affettuose. Quando osservo i visini sorridenti e curiosi dei loro figlioletti comprendo perché sono tornata alla Contessa: per ritrovare e mantenere quel senso di continuità di cui abbiamo bisogno nella nostra vita, per tentare il recupero di quei valori sentimentali ed affettivi che, soli, ne riescono a dare un senso.

Sono sicura che i miei nipoti non dimenticheranno questi luoghi, questi silenzi colmati, al mattino, dallo stridere dei grilli, che anche loro tentano di catturare, e dal frinire monotono, insopportabile, ma anche rassicurante, delle cicale, a sera; non dimenticheranno il ronzio dei tafani dorati, ricorderanno la dolcezza che si prova nel carezzare un coniglio e la gioia di saper distinguere, a distanza, il canto di un gallo.

Che sarà così lo leggo nei loro occhi improvvisamente divenuti tristi al momento della partenza e spero che, adulti, anche loro vorranno ritornare qui, in questo luogo che li lega ad un passato lontano. Poi, quando ciascuno torna alla propria vita ed io rimango sola, mentre mio marito chiacchiera pigramente con il contadino, salgo all’ultimo piano, mi affaccio alla finestrella della soffitta con il suo tetto sostenuto da grossi pali dove appendo la frutta, e contemplo, soddisfatta, la campagna, sia la mia sia quella che altre mani coltivano.

Una gran pace scende nel mio cuore e, se mi assale un leggero rammarico per tutti gli anni trascorsi lontano, mi rasserena il constatare che, anche se tardi, sono tornata!


E’ sera! Una di quelle sere d’estate che a volte, inspiegabilmente, inducono alla malinconia.

Dal terrazzo di casa mia, profumato di rose e gerani che mi ostino a coltivare nonostante l’imperversare dello smog, i miei occhi superano i tetti cittadini, vanno oltre le rade nuvole estive, si posano, su, nel cielo stellato a guardare sin laddove possono giungere soltanto gli occhi del cuore ed intanto mi assale, come da qualche tempo, un vago senso di rimorso per i miei lunghi tentennamenti.

Anche se non riesco a coglierne appieno l’intensità, capisco che questo sentimento cerca di prendere sempre più spazio nel mio cuore nel tentativo di far apparire ormai inutile il ricordo, sempre più fievole, della Contessa!

Da quanto tempo, ormai, non fantastico più! Forse da quando mi è sembrato inutile farlo, forse da quando ho deciso di affrontare realisticamente una domanda che ho sempre cercato di non udire: “Tu sai perché non torni?”.

O, forse, soltanto ora non sono più in grado di nascondere a me stessa una realtà che ho tentato inutilmente di negarmi; nell’intimo del cuore ho sempre temuto che la vita, nel rendermi matura e concreta avesse azzerato i miei sentimenti sicché sarebbe stato inutile sperare di tornare alla Contessa con l’animo da bambina: avrei rischiato di rivedere quei luoghi con gli occhi del viaggiatore che visita, spesso distratto, paesi che non gli appartengono, luoghi sui quali altri hanno scritto la loro storia!

Ecco perché, durante questi lunghi anni ho scelto di continuare a conservare nel mio cuore il caro ricordo e la dolce emozione della Contessa… della casa… !

Ma mentre osservo la poesia geometrica delle stelle, mi accorgo che sono ancora quelle che, bambina, osservai in una notte di tanti anni fa; un nodo di commozione mi inumidisce gli occhi e fa sciogliere nuove emozioni che credevo scomparse, ma che, erano solo bloccate nel mio cuore.

E allora sia per rassicurare me stessa che quella bimba impaurita ed incantata, prometto che un giorno ritornerò.
Quel giorno, sono certa, avrò ancora uno spirito da bambina!

Claudia Lo Blundo


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