Una volta era così - (na volta ‘a jera cussì) -

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Pubblicato il 16/02/2006
<b>Una volta era così</b>    - (na volta ‘a jera cussì) -

Una volta era così - (na volta ‘a jera cussì) -

Località di riferimento: Romano d’Ezzelino - provincia di Vicenza -


La giornata di un’antica famiglia patriarcale contadina, raccontata da alunni di una scuola media veneta ed animata dal Gruppo folk “I ruspanti”



Cari nonni,


questa volta siamo noi a raccontarvi la vita di una volta.


Una volta la giornata cominciava la mattina di buon’ora, quando era ancora buio (verso le 5 o 5.30).
Quando i grandi si svegliavano c’era il ghiaccio sui vetri, ma subito si lavavano con l’acqua ghiacciata.
Noi ora, per fortuna, abbiamo l’acqua calda. La prima cosa che gli uomini facevano er quella di mungere le vacche per dare subito dopo il latte ai vitellini.

Le donne intanto apparecchiavano la tavola per far colazione.

Verso le 7 la mamma andava a svegliare i bambini che dovevano andare a scuola.
I bambini facevano colazione con pane e latte appena munto.

Altro che pane e latte, ora i ragazzi mangiano porcherie che non fanno affatto bene...

Dopo che gli uomini avevano accudito le bestie, facevano colazione anche loro.

Alle otto (ad 8 rintocchi lett.), i ragazzi con la cartella in spalla uscivano per andare a scuola.

In casa gli uomini procuravano la legna che le donne adoperavano per far da mangiare ( cucinare).

Le donne cominciavano subito a preparare da mangiare per mezzogiorno: “oggi c’è polenta e cotechino”.

Dopo che la polenta era stata girata nel paiolo, la scodellavano nel tagliere ed affettavano il cotechino.

Chi era addetto a fare le corone (del rosario), le borse di paglia, le sedie e così pure tutti gli altri tralasciavano i loro lavori per andare a gustare quel ben di Dio sopra la tavola; non mancava mai un fiasco di vino crinto e la zitella tagliava la polenta con il filo.

Prima di mangiare, tutti facevano il segno di croce e ringraziavano il Signore.. mangiavano di gusto, raccontandosi quello che avevano fatto o che dovevano fare.

Ora invece c’è la televisione che ci racconta quello che vuole..

Arrivano i ragazzi da scuola, hanno una gran fame..

Dopo aver mangiato, essi andavano nella stalla a fare i compiti e a giocare.

Anche i bambini imparavano a fare i lavori dei grandi e i grandi giocavano come bambini.

Nelle lunghe sere d’inverno, dopo cena, nelle stalle si faceva “il filò”. La gente scaldata dal fiato delle bestie, raccontava, lavorava, cantava e qualcuno raccontava una storia come quella dell’orco di Ninì:

L’orco era un uomo alto, alto che andava in tutti i paesi a divorare tutto quello che era stato conservato per l’inverno.
Con le mani andava nei granai e portava via , granoturco, frumento e da ogni cantina, dalle finestre, portava via le botti di vino.
Distruggeva tutto ed era molto cattivo. E tutti ne avevano molta paura.

Un giorno fu annunziato che egli stava per andare in un altro paese, essendo stato prima in un paese vicino.
Arriva, dunque, il gigante.. da lontano si sentivano i passi enormi e tutta la terra tremava come se ci fosse stato il terremoto.
In quel paesetto tutti avevano paura e allora qualcuno disse: “qua bisogna fare qualcosa”!

Salta fuori allora morsicafatiche: era un ometto piccolo, piccolo, ma con un cervello grande, grande che dice: ” chiudetevi tutti dentro casa perché al gigante ci penso io”.

Allora si concentrò ed ebbe una bella idea. Tutti si erano già chiusi in casa e guardavano dalle finestre per vedere cosa succedesse.

E invece il morsicafatiche, piazzatosi in mezzo alla strada, con le mani sui fianchi, aspettava il gigante, proprio lì in mezzo.

Ma prima cosa aveva fatto? Aveva preso una ricotta, grande, grande e l’aveva strofinata per terra, nella polvere della strada , (e la ricotta) stando per terra, sembrava proprio un sasso.

Arriva il gigante, vede quel bruscolino in mezzo alla strada e dice: “che cosa fai lì?
Non hai paura di me”?
Allora il morsicafatiche dice: “non ho paura di te, perché ti voglio dimostrare che io sono il più forte “ – “ Oh.. come! Mi vuoi dimostrare che sei il più forte” ?

Allora prende la ricotta che, da terra sembrava un sasso, e dice: “ vedi questo sasso? Lo stritolo con tutte e due le mani e ti faccio vedere che esso viene fuori dalle dita”.

“Uhm… , mi sembra impossibile che tu sia così forte” E allora il morsicafatiche prende in mano il sasso e ehm….stringe.. e il formaggio viene fuori dalle dita. Il gigante lo guarda con due occhi spalancati, dicendo:”se ha stritolato il sasso in questo modo, deve essere forte, quest’uomo”.

E così, cari miei, se l’è data a gambe e nessuno l’ha mai più visto

Un’altra cosa di famiglia contadina, che aveva grande importanza, era la religiosità: nel “filò” non ci si dimenticava che ogni cosa viene da Dio, che tutto viene dall’alto e che al mattino la natura si sveglia per amare..

Nonni, vi ricordate di queste preghiere?
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Ed ora, cari nonni, cantiamo in compagnia: ....”me compare Giacometo” (“mio compare Giacometto”)

Me compare Giacometo
Mio compare Giacomino
el gaveva un bel galeto
aveva un bel galletto
quando el canta el verze el beco
quando canta e apre il becco
che 'l fa proprio innamorar
che fa proprio innamorare.

E quando el canta
e quando canta
el canta el canta
canta, canta
el verze el beco
apre il becco
el beco el beco
il becco, il becco
che 'l fa proprio
che fa proprio
che 'l fa proprio innamorar.
che fa proprio innamorar

Ma un bel dì la so parona
ma un bel giorno la sua padrona
per far festa ai invitai
per far festa agli invitati
la ghe tira el collo al galo
tira il collo al gallo
e lo mette a cusinar.
e lo mette in pentola ( a cuocere)
E la ghe tira…
gli tira..

Le galine tutte mate
le galline tutte matte
per la perdita del galo
per la perdita del gallo
e ga roto anca el punaro
hanno rotto anche il pollaio
per la rabbia che le g'ha.
per la rabbia che hanno.
E le ga roto…
hanno rotto…

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Note:

Le voci narranti sono quelle di alunni del corso E (2002) della Scuola media “Monte Grappa” di Romano d’Ezzelino e di una componente il gruppo folk “I ruspanti” .



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