Crocifissa

Radici & Civiltà

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SPEDALE MARIO SPEDALE MARIO Pubblicato il 25/02/2006
<b>Crocifissa</b>

Crocifissa



tratto da “Racconti siciliani” di Danilo Dolci


Nel mese di febbraio 1952, Danilo Dolci arriva dal nord Italia a Trappeto (PA), allora villaggio di contadini-pescatori nella zona di Partinico-Montelepre ( dove nel dopoguerra la miseria ha generato quel disperato banditismo contro cui lo Stato Italiano è intervenuto solo con un enormemente dispendioso impiego di polizia ). Subito si rende conto del disagio in cui versa la Sicilia di allora ed inizia, nei primi anni '50 una serie di digiuni, a fianco della povera gente, per sensibilizzare i politici e le Istituzioni.

Uno di questi digiuni, viene fatto ad Alia, per dare voce agli abitanti del quartiere di Santa Rosalia che stava franando a causa dell’acqua piovana proveniente dal monte Ilice.

I risultati di queste lotte sono state la canalizzazione delle acque e la costruzione del villaggio “ Chianchitelli” che doveva ospitare gli abitanti del quartiere Santa Rosalia che avevano avuto la casa danneggiata dalla frana.

Il digiuno è stato fatto proprio a casa di “la ‘za Crucifissa”, dove noi bambini andavamo a curiosare.

Lo scopo dello scrittore, attraverso i “ Racconti Siciliani, “è di cercare di rendere un’immagine esatta ed adeguata della società in cui viveva la Sicilia di quel periodo.

“Crocifissa” è uno di questi racconti.

- a cura di Mario Spedale -

( di seguito, “Crocifissa” racconta le sue vicende nel “suo” Italiano, talora non del tutto corretto!)

Si sieda sicuro. Per oggi non si muore. Stanotte lo sa Dio.

Tre volte siamo usciti di qua. Per la frana. Con le carte d’ordinanza.

Cominciammo al ‘35. Ha cominciato a fare poche linee sulla terra, sul pavimento.

Poi dette ai muri, la porta non si poteva più chiudere perché si spostavano i muri, la casa si sposta. Il pavimento si è alzato in una settimana, prima di nascere mia figlia Pina, il muro si è rotto. Il tetto si stringeva. Anche alle altre case i muri andavano in fuori, in dentro, da tutte le parti. Era tempo d’inverno, avevo tre bambini, siamo scappati e ci siamo ricoverati nel padre.

Abbiamo fatto ricorso al Municipio, ed il municipio ha mandato un ingegnere del Genio, ha accertato la frana , ha fatto l’ordinanza e ci ha buttati fuori, ci ha dato l’ordine di uscire, perché aveva la responsabilità lui. Tutto il quartiere si era tutto mosso, lesionato. Poi nel mese di giugno l’aggiustammo la casa e nel settembre ci tornammo, che non avevamo i mezzi di trovare altra casa fuori.

Al ‘40, ancora: pavimento spaccato e sollevato. Questa volta cadde un pezzo di muro. Avevo quattro bimbi, perché erano pochi tre. Nel mese di febbraio ci dettero la carta di ordinanza, che vennero gli ingegneri, e si levarono la corresponsabilità. Nel mese di marzo usciti di casa e ne’affittai un’altra: mi morì lo sposo, e rimasi con quattro bambini: in settembre quel che potei combinare, combinai: ho preso la polizza, i risparmi, e aggiustai la casa.

Poi ogni anno le case hanno lesionato, quando piove assai; quando ci sono le annate che piove poco, meno. Non avendo dove andare, stiamo sempre qua. Si esce e si torna ancora. Ogni anno le case si spostano di centimetro in centimetro, due metri si sono spostate. La casa di sopra spinge quella di sotto, e scendono tutte; fino la luce, i fili si spostano, si spezzano, come le case si trasportano; delle volte siamo rimaste al buio per la frana. Le strade si rompono, le fognature certe volte si spezzano, dove ci sono. Angoli di casa cascavano e anche case complete.

Qui si fa la semina e in certe parti sfrana la terra e non nasce il grano: non è che si spacca solo, si arruzzola per la frana, e se ne va giù. Si spezzano pure i tubi dell’acqua per la frana, come u zu Vincenzo e a tanti altri. Non casca tutto in una volta; quando si vede il pericolo si esce fuori. Di notte? Mio figlio dormiva qui e l’altr’anno sono cascati i calcinacci e è uscito. Le bestie quando sentono le frane, zappano, battono i piedi, anche sentono il pericolo, sentono il pavimento. Al 40, io dormivo, e i muli cominciarono a zappare, cascavano i calcinacci e sono scappata in campagna. Le bestie, sentendo cascare le pietre, vogliono scappare: la morte è cattiva, morire per forza, e ognuno si impaurisce.

Abbiamo il telefono senza fili, in casa. Non ci possiamo andare a rubare, che da una parte all’altra ci sentiamo, attraverso le fessure. Certe volte ci si parla di nascosto, per parlarci. Si sente e si vede. La sera, anche se io non avesse la luce , si vede di qua con la luce di là. Di sera, quando una si spoglia, deve prima spegnere la luce, se no dalle altre case la spiano. Certe sere, quando una prepara a tavola per mangiare, con la scossa cade il calcinaccio nei piatti e mangiamo sterro.

Quando c’è vento, le case si muovono, come una che è debole. Sono deboli le case, si muovono, ci tremano. Quando c’è vento assai, c’è quando si esce, c’è quando ci copriamo la testa per paura, e stiamo alla volontà di Dio. La notte quando c’è vento, certe volte sto seduta se le mura si scuotono e preghiamo Santa Rosalia che ci calmi il vento.

Il fumo va da una casa all’altra: facciamo sempre aggiustare e siamo sempre allo stesso punto. Qui avevamo tutto tutto piano e oro una sedia non si può più posare che è come una montagna. Due anni fa l’avevo ancora aggiustato tutto nuovo, cucina, pavimento, muro, tutto aggiustato. E poi ha incominciato una linea, poi un altro pezzo,, dal mese di marzo, e ora ci hanno mandato ancora l’ingiunzione di uscire. Siamo sette, ora, che dobbiamo uscire; ogni anno gente esce. La frana è qui di fronte. C’è una montagna di pietra qui sopra, intitolata l’Ilice.

Prima l’acqua aveva la uscita da Totò Battaglia; poi è stata murata, e invece di andare in campagna, va al paese e ci rovinarono tutti. L’Acqua non ha lo sfogo di uscire,non ha una vena per conto suo, e si sparpaglia. No siamo sotto, scende l’acqua e ci vorrebbero le uscite dell’acqua prima di arrivare al quartiere. Siamo circa duecentoquaranta case che franiamo, il quartiere Santa Rosalia. La terra succhiava, succhiava, succhiava, succhia, le case si indebolivano. Frana tutto il quartiere, frana tutta la montagna, la gente mormora, va al municipio e protesta, ma ognuno si fa i fatti suoi. La frana continua, i padri di famiglia si mettono in confusione per aggiustarsi le sue crepe.

Si va al Municipio a reclamare, prima di tutto per fare aggiustare la frana, poi perché aiutano ad aggiustare le case. Oggi, domani, dopodomani, a noi pensano! Quando si avvicinano le elezioni, dicono: Prendete questa chiave per quella casa-. Quando non c’è elezioni dicono: -dovete uscire. Dove dobbiamo andare? – ci dice la popolazione. Vi arrangiate, alla locanda delle stelle -. Viene ingegneri, autorità: - Meschini, meschini-; quando la casa è pericolosa dicono: - Dovete uscire,- ma non è che ci trovano riparo. Dicono sempre: Lunedì si mette mano, un altro mese e si mette mano-. Come è per la frana è per tutti gli altri articoli: il Comune è povero, non ha, ha debiti, e ciascuno pensa a sé.

Mio figlio può fare due mesi, tre di lavoro all’anno. Noi della bassa plebe non capiamo niente. Quelli che se la passano bene se lo leggono il giornale. Quando c’è un articolo importante, quando c’è una disgrazia; o c’è commerciante che dicono qualche cosa, nel quartiere c’è una o due che lo piglia, e una dice: Tizia ha preso il giornale, e va a prendere il giornale e ci riuniamo come sia qua e uno legge. Io ci ho un parente a  Palermo, e qualche novità me la porta: se c’è uno che bisticcia con la moglie, uno che si butta dal treno.

Qua nel paese ci sono più di ventisette persone con il cervello spostato per la debolezza e lo spavento. La settimana scorsa, sabato, c’è stata una donna che s’è buttata dalla montagna dell’Ilice: C’è cascato mezzo muro e si è spaventata: E’ rimasta arrampicata alla finestra. Con lo spavento che ha provato ci si è spostato il cervello. Abbiamo un uomo nell’altra strada che grida, grida, poi sta qualche ora preciso, e poi grida, e certe volte dice cose che non vanno: Deve morire, deve morire, tu ha mangiato la carne umana. Era un uomo lavoratore: E grida, grida, e le famiglie accanto hanno fatto ricorso che lo chiudano.

Ogni tanto scappiamo tutti di notte. Uno grida, gli altri lo sentono si prendono paura e scappano con la faccia bianca come il muro. Le travi scapezzavano dal muro, si distaccavano; da un momento all’altro siamo con la paura che ci cade un pezzo di muro sopra. Alla vigilia di San Giuseppe è cascata una casa qui, tre porte poi viene quella. C’era la bambina di Tano vicina, e ha visto quel spavento, vide ruzzolare tutte le pietre, la gente gridava: Talìa che casa sta cadendo, talia che casa sta cadendo, lo gatto che scappò, e uuuh… la casa tutta in una volta si è dirupata, e la bambina gridava.

Le porte si stringono, si stringono, quando non si possono più chiudere viene il falegname, e si stringono, si stringono; poi da una parte ce ne manca un palmo…L’altra volta mi sognai che la porta era tutta stretta e che dovevo uscire dalla finestra. Ma non è che sogniamo di solito: sentiamo scroscio alla mura che si allargano. La notte i mattoni si spezzano, e noi accendiamo la luce e guardiamo. Poi spegniamo ancora la luce e stiamo; due, tre volte per notte: D’inverno si dorme poco.

L’acqua cammina e camminiamo noialtri e le case camminano, camminano tutte cose. La gente fa batteria, ma poi ciascuno fa per conto suo: Uno che sapeva scrivere , fece fare domanda per tutti ed ognuno ha pagato seicento lire: e poi ci ho domandato e poi è rimasto tutto ignoti senza nessuna soddisfazione. Abbiamo fatto le firme e le abbiamo mandato al Maresciallo, alla Regione, al Governo: alcuni mesi fa è venuto l’onorevole F. e ha detto che la frana non esiste. E a Antonino e altri ci è arrivata questa carta:

Repubblica Italiana

Regione Sicilia

Presidenza

A.E.L.

Div. III n. di prot. 22589

Al Sig. Todaro Antonino fu Francesco

Alia , Via Savoia

In relazione alla richiesta di sussidio di cui all’oggetto, si comunica che i competenti uffici tecnici, interpellati al riguardo, hanno riferito che i movimenti di terra verificatesi nella Via Gorizia di codesto Comune non hanno assunto il carattere di una vera e propria frana e pertanto i danni segnalati non possono considerarsi conseguenza di una pubblica calamità.


L’Assessore delegato


(firma)

 Palermo, 26 ottobre 1955.


nella foto, il monte Ilice



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