Una strategia d'attacco per l'Italiano

La situazione negli Stati Uniti. La nostra lingua ha sconfitto secolari stereotipi offensivi. Parlano Simone Marchesi e Edoardo Lebano.

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FANTASIA ANTONIO FANTASIA ANTONIO Pubblicato il 11/03/2006
<b>Una strategia d'attacco per l'Italiano </b>

Una strategia d'attacco per l'Italiano



Ricerca effettuata da Antonio Fantasia su: "Corriere.com - Corriere Canadese Online"


La situazione negli Stati Uniti. La nostra lingua ha sconfitto secolari stereotipi offensivi. Parlano Simone Marchesi e Edoardo Lebano.



Prendiamo a caso qualche perla dai giornali americani.
"Non c'è mai stata, da quando New York venne fondata, una classe così bassa e ignorante tra gli immigrati come gli italiani meridionali" (New York Times, 5 marzo 1882). "Questi spioni e vigliacchi siciliani, discendenti di banditi e assassini, che hanno portato in questo paese gli istituti dei fuorilegge, le pratiche degli sgozzatori, l'omertà delle società del loro paese, sono per noi un flagello senza remissione" (New York Times, 12 marzo 1891). "C'è una gran quantità di malattie organiche in Italia e molte deformazioni, molti zoppi e ciechi, molti con gli occhi malati. Questi, da bambini, vengono esibiti dai loro genitori o parenti per attirare la pietà e l'elemosina dei passanti". (Leslie's Illustrated, 23 marzo 1901). "Si suppone che l'italiano è un grande criminale. L'Italia è prima in Europa per i suoi crimini violenti" (New York Times, 14 maggio 1909). "Non abbiamo bisogno in questo paese dell'uomo con la zappa, sporco della terra che scava e guidato da una mente minimamente superiore a quella del bue, di cui è fratello" (North American Revue, maggio 1925).
L'Italic Studies Institute di New York ha esaminato un paio di anni fa oltre mille pellicole girate a Hollywood dal 1928 in poi in cui ci sono personaggi o scene riguardanti gli italiani. Solo il 27 per cento dei film rimanda un'immagine positiva; per il restante 73 per cento gli italiani sono criminali, anzitutto, e poi rozzi, buffoni, stupidi e bigotti.


Se oggi il New York Times non si sognerebbe di scrivere (si spera) quello che scriveva un secolo fa, nell'immaginario collettivo degli americani è rimasto a lungo lo stereotipo negativo dell'immigrato italiano. Lo dimostra il cinema, che è lo specchio più fedele dell'immaginario collettivo. Qualche esempio: in "Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?", film del 1972 ambientato a Ischia, ci sono un untuoso direttore d'albergo, un cameriere siciliano ricattatore, i contadini complici che fanno sparire i cadaveri e l'immancabile cameriera meridionale con i baffi. E in "Harlem Nights" (1989) il corrottissimo sergente della polizia si chiama Phil Cantone, che non è un cognome scandinavo.

Domanda: com'è stato possibile che in presenza di stereotipi così pesanti e resistenti, e soprattutto del melting pot che ha americanizzato tutti quelli che sono sbarcati a Ellis Island, la lingua italiana sia riuscita a sopravvivere? Come spiegare che nell'area metropolitana di New York su una popolazione di venti milioni di abitanti, un milione e mezzo parla l'italiano?
Non si meraviglia Simone Marchesi, docente di Lingua e Letteratura Italiana al Sarah Lawrence College di Broxville (New York): «Diamo per scontato», dice che l'Italia negli ultimi dieci o quindici anni ha acquistato un ruolo di rilievo nel panorama internazionale, e per scontata diamo pure la presenza sempre più massiccia e visibile di aziende e istituzioni italiane negli Stati Uniti. Il problema, secondo me, va visto anche sotto un altro aspetto».
Quale?


«Negli Stati Uniti oggi c'è una maggiore conoscenza dell'Italia. C'è più confidenza che in passato. Non è necessario fare grandi sforzi, basta camminare per strada: ci si imbatte nell'italianità anche senza volerlo. Ma è nelle università che sta accadendo qualcosa di interessante».
Cosa?


«C'è in atto da tempo una grande diversificazione all'interno degli Italian Studies: da una parte c'è la classe docente tradizionalista che ha una visione diciamo classica dell'Italia - i monumenti, la letteratura, la musica lirica -, dall'altra c'è quella ce l'ha molto più attuale perché studia l'Italia frequentandola, non solo attraverso i film, i libri, la televisione. Ma non c'è scontro, e questo è l'aspetto interessante. Anzi, i dipartimenti che hanno più successo sono quelli che riescono a coniugare i due modi di vedere e di studiare l'Italia. A questo aggiunga che i corsi oggi sono frequentati da studenti che hanno perso gli stereotipi antitaliani dei loro padri o dei loro nonni, ed ecco che finalmente si guarda all'Italia e alla sua lingua con un interesse che prima non c'era».


Fino a qualche tempo fa, mi consta, c'era una sorta di chiusura a riccio del sistema educativo americano nei confronti di quello italiano. Forti del loro primato tecnologico, gli statunitensi contestavano l'approccio umanistico che le università italiane riservavano anche alle materie scientifiche. È cambiato qualcosa in questo senso.

«Molto. Ma io non esiterei a definire timore reverenziale quello che aveva il sistema educativo americano verso il sistema italiano. La chiusura a riccio era una conseguenza. In effetti negli States vedevano con un certo fastidio che un ricercatore italiano fosse in grado di lavorare tranquillamente nelle loro università, mentre non accadeva che i ricercatori americani si adattassero con la stessa facilità alle strutture accademiche italiane. Da qui nasceva il disagio che si esprimeva con la chiusura a riccio e a volte con il rifiuto dei nostri metodi educativi. Ma oggi non avviene più».
Perché?


«Perché oggi l'università americana forma personale che può andare tranquillamente a lavorare in Italia, nelle università e nelle aziende. E poi c'è lo scambio costante di studenti e docenti che ha portato ad aperture fino a ieri inimmaginabili. Oggi le posizioni grintose sono state abbandonate, c'è un dialogo tra uguali. Insomma, non c'è parità solo tra euro e dollaro. Proprio questa situazione di equilibrio sta favorendo l'escalation della lingua italiana. Pensi ai miei studenti: l'80 per cento di essi è già stato in Italia piu volte, e buona parte di questa percentuale vuole tornarci per completare la propria formazione. Ora, non credo che questa situazione sia quantificabile, io almeno non ci riesco, ma che sia una tendenza ormai consolidata, questo sì mi sento di dirlo».
Quanto ha influito, secondo lei, l'effetto-Benigni?


«Sa che non credo all'effetto-Benigni come traino dello studio dell'italiano? La vita è bella è senz'altro un ottimo lavoro che anche qui ha avuto molto seguito, ma se vogliamo essere precisi è stato girato e ambientato in Italia, o comunque in Europa. Non c'è insomma un aggancio con la realtà americana. Diciamo invece che negli ultimi anni nove film su dieci hanno un elemento che richiama l'Italia moderna - un negozio di classe, una Ferrari, un vestito firmato - e questo sì che, secondo me, è un traino».
E la serie dei Sopranos rappresenta un traino o un freno?

«Non credo nemmeno che i "Sopranos" abbiano un effetto negativo sull'immagine degli italiani all'estero, almeno a sentire i miei studenti. Essi sorridono come si fa con le situazioni iperboliche, lontane dalla realtà. Sanno che certe situazioni possono anche avere una dose di verità, ma sanno pure che è sbagliato generalizzare: esse non sono situazioni comuni a tutti gli americani di origine italiana. Insomma, si è rotto il riflesso condizionato italiano-uguale-mafioso che ci ha perseguitati a lungo. E poi, gliel'ho detto, i miei studenti vanno e vengono dall'Italia e sanno dividere la fiction dalla realtà».


Edoardo Lebano, "professor emeritus" di Lingua e Letteratura Italiana all'Indiana University, ha realizzato per conto della American Association of Teachers of Italian (Aati) una ricerca preziosa pubblicata dalla casa editrice Soleil: Report on the Teaching of Italian in American Institutions of Higher Learning (1983-1996). Per ottenere i dati, il professor Lebano ha spedito un questionario a 650 college e università statunitensi che offrono corsi di italiano, un numero tutt'altro che trascurabile anche negli States. Le indicazioni che emergono dalla ricerca, ridotte all'osso, sono le seguenti: nell'autunno del 1996 (la data più recente del rilevamento), oltre 45mila studenti studiavano la nostra lingua nelle scuole superiori e nelle università statunitensi. «Di questi», precisa Lebano, «non più del 30 per cento erano di origini italiane. Quindi la nostra lingua viene studiata negli Stati Uniti più da chi proviene da altre etnie che dalla nostra».
Perché, professore?


«Perché l'italiano», risponde Lebano, «è la lingua della cultura raffinata, e poi per le altre ragioni che ha messo in evidenza Tullio De Mauro con la sua indagine. Prima tra tutte la cosiddetta spendibilità sociale dell'italiano».
In quali stati in particolare esso viene studiato?


«In 44 stati. La regione di New York è quella con il più alto numero di iscritti ai corsi di italiano. Diciamo che sono gli stati dove la comunità italiana è presente da più lungo tempo. Ma il fenomeno interessante è che lo studio della nostra lingua sta prendendo piede e sta crescendo anche in quelle regioni - il Sud-Est, le Praterie, le Rocky Mountain, il Far West - dove le comunità italoamericane o sono davvero piccole o sono inesistenti. Il fatto è che oggi lo studente di italiano ha infinite opportunità di approfondirlo: non solo negli Stati Uniti, ma anche in Italia grazie ai programmi congiunti tra le università americane e quelle italiane. La possibilità di studiare la nostra lingua in Italia, da sempre mèta agognata dagli americani nonostante gli stereotipi, e di vedervi convalidati i corsi sono il valore aggiunto che offre l'italiano. Ma il suo successo è attribuibile anche a elementi diciamo soggettivi». Cioé?


«Prenda per esempio l'università nella quale insegno, l'Indiana University. Il suo Dipartimento di Italianistica è tra i più importanti e frequentati degli Stati Uniti, eppure nello stato dell'Indiana l'italiano non viene studiato nelle scuole secondarie. Voglio dire che l'incontro con la nostra lingua da parte degli studenti avviene nell'università e in età non più infantile. Insomma, si scelgono i corsi di lingua italiana consapevolmente, non perché vi si viene iscritti dai genitori. Ma senza peccare di modestia, devo aggiungere che lo studio dell'italiano nell'Indiana è favorito proprio dall'ottimo lavoro che svolge il Dipartimento. Insomma, la frequenza ai corsi nelle università aumenta o diminuisce a seconda di chi lo insegna».
Dalla sua posizione di "professor emeritus" può dire se il livello medio degli insegnanti di italiano negli Stati Uniti è buono o mediocre.


«Gli Stati Uniti sono grandi e sarei un presuntuoso se mi azzardassi a dare un giudizio oggettivo valido per tutti gli stati dell'Unione. Dico comunque che se c'è tenuta e anche incremento dell'insegnamento vuol dire che la qualità della classe docente è buona. Ma si potrebbe, e si dovrebbe, fare di più per aiutarla a migliorarsi ulteriormente».
E chi dovrebbe fare di più: l'Italia o gli Stati Uniti?


«Ciascuno dovrebbe fare la sua parte. Gli Stati Uniti creando le condizioni perché lo studio delle lingue straniere, e quindi dell'italiano, diventi organica politica educativa. L'Italia dovrebbe approntare un'autentica strategia complessiva per promuovere la propria lingua all'estero e non affidarsi a interventi episodici. In Italia forse non si ha idea del ritorno, e non solo in termini di immagine, che assicurerebbe una diffusione a macchia d'olio dell'italiano. Non se ne avvantaggerebbe solo la cultura, ma anche il business».
Oltre a dotarsi di una strategia linguistica all'estero, cosa dovrebbe fare nei fatti l'Italia?


«La definirei una strategia d'attacco e non solo linguistica. L'Italia dovrebbe premere l'acceleratore sulla politica che sta seguendo da una decina di anni a questa parte. Dovrebbe aiutare maggiormente il perfezionamento professionale degli insegnanti di italiano all'estero in particolare di quelli delle scuole secondarie, agevolare quelli che dall'Italia vogliono venire a lavorare al di qua dell'Atlantico, dare più spazio ancora agli Istituti Italiani di Cultura la cui azione, pur nelle ristrettezze economiche, si sta rivelando preziosa. Infine catturare i giovani soddisfacendo le loro esigenze culturali».
In che senso?


«Ci vuole più cinema italiano, più musica italiana, più teatro. Si dovrebbero aiutare le compagnie folkloristiche di spettacolo a portare fuori dall'Italia il patrimonio culturale delle regioni, che è un grande campo ancora inesplorato. Qui in generale si sa molto dell'Italia, ma molto poco della sua più grande specificità, che sono appunto le Regioni. Ormai manco dall'Italia da oltre 45 anni, anche se la frequento costantemente, ma quando dico queste cose ai colleghi italiani o ai direttori degli Istituti di Cultura emerge sempre l'ostacolo della burocrazia che alla fine frena ogni slancio promozionale. Oppure, mi sento rispondere, non ci sono finanziamenti appropriati. C'è tanta burocrazia e non ci sono finanziamenti appropriati perché manca una vera strategia, di cui l'Italia dovrebbe dotarsi prima che sia troppo tardi».
Perché troppo tardi?


«Perché stiamo vivendo un momento d'oro. L'Italia, con la sua cultura e la sua lingua, oggi è sotto i riflettori. Potrà starci in eterno? Allora bisogna cogliere l'attimo fuggente. Ma detto questo c'è da aggiungere anche che all'estero, negli Stati Uniti almeno, si potrebbe fare su questo fronte molto di più se si avesse il sostegno delle famiglie».
E invece?


«Le dò un dato: se tutte le famiglie italoamericane incoraggiassero i propri figli a studiare l'italiano, sarebbe la lingua più diffusa dopo l'inglese. Non è un paradosso, mi creda. Invece è la nostra stessa comunità a rifiutarlo. Ci vorrebbe un maggiore impegno in questa direzione. La nostra comunità si accontenta solo di ciò che fa Italia: gli spaghetti, la pizza, il Columbus Day. In molti casi accade un fatto stranissimo: molti studenti di origini italiane, concluse le High School in cui hanno studiato l'italiano, non lo continuano all'università. Si ritengono paghi perché credono che quanto hanno imparato unito alle origini italiane sia più che sufficiente. Troppo poco, le pare?».


Di Antonio Maglio


Nella foto, Edoardo Lebano


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