Il canto degli italiani</B> ITALIANI NEL MONDO ed. 28/03/2006 www.quotidianoitalianinelmondo.net

Pochi conoscono le parole del nostro Inno Nazionale; pochissimi sanno chi lo ha scritto; quasi tutti ignor">

Radici & Civiltà

Nuovo Regolamento Europeo per la protezione dei dati personali: aggiornamento informativa. Leggi Regolamento Utilizzando il nostro sito Web, si acconsente all`impiego di cookie in conformità alla nostra Politica sui cookie  Accetta i cookie da questo sito
GUCCIONE ROMUALDO GUCCIONE ROMUALDO Pubblicato il 29/03/2006
<b>Il canto degli italiani</B>
L’eventuale pubblicazione di parziali brani musicali allegati a testi scritti è fatta a titolo di Demo, essendo essa finalizzata a documentare la relativa ricerca della rubrica “Radici & civiltà” non avente scopo di lucro, ma, piuttosto, finalità di libera divulgazione culturale.

Il canto degli italiani

di Domenico RICCIOTTI


tratto da "TERZA PAGINA" di ITALIANI NEL MONDO ed. 28/03/2006 www.quotidianoitalianinelmondo.net


Pochi conoscono le parole del nostro Inno Nazionale; pochissimi sanno chi lo ha scritto; quasi tutti ignorano chi lo ha musicato.


E dire che è la musica più nota in Italia. Tra il 1844, anno dell'infelice sortita in Calabria dei due Bandiera, di Ricciotti, di Moro, di Nardi e dei loro
compagni, ed il 1848, anno rivoluzionario per eccellenza, vari poeti ed alcuni musicisti produssero molte canzoni patriottiche, senza però riuscire a dare incisività a quelle opere. E Genova in quel periodo era un notevole centro patriottico, dove già si agitava Nino Bixio, affiancato da un attivissimo giovane studente di agiata e nobile (dal 1784) famiglia sarda, ma residente nei quartieri bene della città ligure: Goffredo Mameli.


Alle volte i luoghi hanno la loro importanza. Infatti, la famiglia Mameli abitava nelle vicinanze della casa di Michele Canzio (padre di Stefano Canzio, il quale sarà genero e collaboratore di Garibaldi), il massimo artista genovese del XIX secolo, ed a quella di Girolamo Novaro suo cognato. E casa Canzio era il ritrovo di tutti i migliori artisti liguri e piemontesi.


Proprio in quelle stanze il giovane Goffredo Mameli conobbe e divenne amico di Michele Novaro, musicista, compositore e patriota, sebbene questi fosse di nove anni più anziano. La madre di Goffredo, la marchesa Zoagli Lomellini, era una nobile genovese che, come tutti quelli del suo rango, mal sopportavano l'occupazione piemontese dell'antica repubblica di Genova; mentre lo zio, Cristoforo Mameli, era un valente giurista, deputato e fu anche ministro e senatore del regno sabaudo, però di spiccate tendenze conservatrici, se non reazionarie; invece, il padre, Giorgio Mameli, fu un valido e coraggioso ufficiale della marina sarda che, a causa dell'attività patriottica di suo figlio, fu collocato a riposo, e soltanto dopo la morte di questi venne eletto deputato nelle fila della sinistra moderata.


Il giovane Goffredo, sebbene studente di filosofia e diritto, come aveva voluto lo zio, aveva due grandi passioni: la poesia e l'Italia. Così divenne ben presto mazziniano, frequentando casa Canzio e Michele Novaro. Conobbe, quindi, Nino Bixio e collaborò con lui. La mente di Mameli, già dal 1846, lavorava al progetto di una grande commemorazione pubblica in occasione del centenario della cacciata degli austriaci da Genova, iniziata con il famoso lancio di sassi ad opera di Giovan Battista Perasso, detto Balilla. Passò il 1846 e non se ne fece nulla. Ma, con il concorso determinante di Bixio, per il 10 dicembre 1847, 101° anniversario, si organizzò una grandiosa marcia attraverso Genova.


Molti per l'occasione scrissero versi e alcuni li musicarono, o li adattarono ad altre musiche, ma i risultati restavano assolutamente modesti e senza alcuna presa sulla gente. Mameli aveva scritto un suo carme, che già correva di bocca in bocca, canterellato e ben due musicisti genovesi, il Novella ed il Magioncalda, tentarono di dare un anima musicale a quei versi ormai famosi.


Tuttavia Mameli mandò il suo testo all'amico Michele Novaro, allora residente a Torino come maestro dei cori dei Teatri Carignano e Regio. Il pittore Ulisse Borzino consegnò il prezioso foglietto al Novaro, in casa dello scrittore Anton Giulio Barrili. Il Novaro la mattina seguente ne aveva già scritte le musiche. Tutto, parole e musica, fu rispedito a Genova, dove fu stampato segretamente e diffuso di mano in mano, eludendo così i controlli.


Quando, nella mattinata del 10 dicembre 1847, ben trentamila persone, sfilando per le vie di una città che non arrivava alle centomila anime, intonarono prima a piccoli gruppi, poi più numerosi, quell'inno, fu tale la sorpresa ed il successo che la polizia sabauda non potè minimamente intervenire, né per disperdere la manifestazione patriottica, né per far cessare quel canto chiaramente italiano e repubblicano, né per strappare le due grandi bandiere tricolori della Giovine Italia, che Goffredo Mameli e Luigi Paris agitavano in testa al corteo.


Quelle parole e quella musica riempirono i cuori entusiasti di tanti giovani, che sfidarono la sorte, abbandonando tutto, per fare libera ed unita l'Italia e cantarono questo inno nel 1848 a Milano, nel 1849 a Venezia ed a Roma, nel 1857 a Sapri, nel 1860 da Marsala al Volturno, nel 1862 sull'Aspromente, nel 1866 a Bezzecca, nel 1867 a Mentana. Moltissimi morirono con questa musica nel cuore e con quelle parole sulle labbra. Eppure proprio il testo del Mameli ancor oggi è soggetto ad una antica polemica.


Ogni tanto si ricorda la tradizione orale della Valbormida, e soprattutto di Carcare (Sv), che il giovane Goffredo, non ancora ventenne, abbia copiato un componimento del padre scolopio Atanasio Canata, che era insegnante di lettere di Giovanni Battista Mameli, il fratello di Goffredo. Il padre Canata è da tutti ricordato come un ottimo insegnante, un buon verseggiatore, ma soprattutto come un vivace patriota agitatore di coscienze ed uno spirito libero. Ma egli in vita non accusò mai il Mameli di quel "furto", anche se taluno ravvisa l'accusa di plagio nei seguenti versi: "meditai robusto un canto / ma venali menestrelli / mi rapian dell'arpa il vanto".


Però Mameli non fu mai venale. E nemmeno Giuseppe Cesare Abba, che fu allievo del Canata, riprende questa voce. Tuttavia, si deve notare come Mameli si sia ispirato certamente al padre scolopio per le sue composizioni, data la giovane età, nella metrica, nelle immagini ed in alcune espressioni molto simili al Canata, ma si deve, anche, sottolineare che la rielaborazione poetica e concettuale è assolutamente originale ed esclusivamente di Goffredo, perchè se il Canata fu patriota, egli non ebbe mai simpatie repubblicane; e l'inno è un canto repubblicano.


Mameli, purtroppo, morì a soli 21 anni in difesa della Repubblica Romana del 1849, mentre il maestro Novaro spese tutta la sua arte ed i suoi risparmi per la causa patriottica e per i ragazzi meno abbienti, morendo solo e povero; ma i suoi allievi gli vollero erigere un monumento funebre nel cimitero genovese di Staglieno, nel 1885, vicino a quello di Mazzini. Si può ben dire che soltanto il nostro maggiore musicista del secolo XIX, Giuseppe Verdi, rese il più grande omaggio a Michele Novaro, quando compose nel 1862 il suo Inno delle Nazioni, ed identificò l'Italia con la musica del Canto degli Italiani.


Bisogna sottolineare, con rincrescimento, come la Repubblica Italiana non abbia ancora sancito, in modo ufficiale e definitivo, come proprio Inno il Canto degli Italiani, dato che è ancora in vigore una disposizione provvisoria promulgata all'indomani del referendum del 2 giugno 1946.


Oggi è impresa disperata trovare un ragazzo, sotto i trent'anni, che conosca almeno le prime due strofe dell'Inno, ma anche i maggiori di quell'età ne sanno assai poco; figuriamoci se qualcuno conosce le successive tre strofe. E' per questo motivo che concludiamo con il testo dell'Inno.


Fratelli d'Italia
l'Italia s'è desta,
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
chè schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò.


Noi siamo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte
siam pronti alla morte
l'Italia chiamò.


Uniamoci, uniamoci,
l'Unione, e l'amore
rivelano ai Popoli
le vie del Signore;
giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti per Dio
chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.


Dall'Alpi a Sicilia
dovunque è Legnano,
ogn'uom di Ferruccio
ha il core, ha la mano,
i bimbi d'Italia
si chiaman Balilla,
il suon d'ogni squilla
i Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.


Son giunchi che piegano
le spade vendute
già l'aquila d'Austria
le penne ha perdute.
Il sangue polacco,
bevè, col cosacco,
ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò. Si!


Nella stampa d'epoca, Goffredo Mameli


Viste 3678 - Commenti 0
Iscriviti
ed inizia a pubblicare i tuoi contributi culturali