Suor letizia

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Radici & Civiltà

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LO BLUNDO CLAUDIA LO BLUNDO CLAUDIA Pubblicato il 26/04/2006
<b>Suor letizia</b>
L’eventuale pubblicazione di parziali brani musicali allegati a testi scritti è fatta a titolo di Demo, essendo essa finalizzata a documentare la relativa ricerca della rubrica “Radici & civiltà” non avente scopo di lucro, ma, piuttosto, finalità di libera divulgazione culturale.

Suor letizia



Era stata ammessa al postulando dopo aver conseguito il diploma magistrale; trascorsi sei mesi, aveva indossato il velo bianco delle novizie e, scaduti i due anni di rito, in una giornata di festa, in compagnia di altre sei giovani, aveva consacrato la propria vita a Dio.


Il vescovo, durante la celebrazione del rito, aveva detto che dai segni esterni si poteva capire che Dio aveva dimostrato il proprio compiacimento nell’accogliere i voti di quelle anime elette regalando loro un tempo particolarmente radioso per una giornata che, pur se all’inizio della primavera, sembrava aver messo in fuga i freddi invernali.


Miracolosamente sfuggita alla morte nel campo di concentramento in cui era morta la madre, a circa otto anni era stata accolta in un collegio di suore.


Durante gli anni successivi aveva trascorso brevi periodi fuori istituto, soggiornando presso parenti e, già studentessa, presso la famiglia di qualche compagna, ma rientrava sempre volentieri in collegio e diceva:
“Come l’uccello che torna al suo nido!”.


Non avrebbe saputo immaginare la propria esistenza in un luogo diverso e le era sembrato giusto entrare a far parte della famiglia di quelle suore che l’avevano tanto aiutata.


Poiché era sempre serena, disponibile con tutti, pronta ad ascoltare gli altri, più che a parlare, al momento del suo ingresso in noviziato le era stato imposto il nome di Letizia: Suor Letizia!


Cosa può fare una giovane che si chiami Letizia, se non essere sempre messaggera di gioia?
Suor Letizia insegnava alle adolescenti non soltanto i programmi scolastici, ma anche quei comportamenti necessari per una crescita equilibrata nella vita personale e sociale.


Lei desiderava che tutte quelle giovani scoprissero il segreto per essere, soprattutto, serene e diceva:
“Quando il cuore è in pace con Dio è in pace anche con il prossimo!”.


Suor Letizia non amava parlare della propria infanzia; non aveva voluto proseguire gli studi universitari: non le interessavano gli studi filosofici né la incuriosiva imparare a capire la psiche umana secondo gli studi presentati da Freud.
Diceva: “Quando hai Dio, hai tutto!”.


Con il trascorrere degli anni, la vita di suor Letizia sembrava scorrere sempre uguale tanto che ad un osservatore esterno poteva addirittura, sembrare monotona.


Emessi i voti perpetui era diventata Madre Letizia ed il suo cuore amava di un tenero affetto materno tutti quei giovani fiori che per motivi più diversi, si trovavano in collegio.


Ma la sua non era una vita noiosa, anzi era serena, scandita dagli orari imposti dalla regola e dai doveri del suo ufficio: dopo le ore di insegnamento aveva il compito di seguire le adolescenti, quindi scuola al mattino e presenza costante al fianco delle ragazze, al pomeriggio: tra queste due attività la preghiera.



In un’assolata domenica di maggio, mentre tutto, intorno, era silenzio e quasi tutte le ragazze erano tornate a casa per la giornata di festa, Madre Letizia leggeva in biblioteca; con lei c’era Luisa, poco più che bambina, appena dodicenne.
Bussarono al portone d’ingresso. Madre Letizia stava per alzarsi, ma Luisa, più svelta, disse: “Vado io!”.
Madre Letizia le gridò:
“Prima di aprire domanda chi è!”.
Ma Luisa non poteva sentirla, di corsa era giunta al portone.
Madre Letizia si immerse nella lettura; ad un tratto un grido: “Aiuto, aiuto!”.
Madre Letizia si alzò facendo rovesciare, nella fretta, la sedia sulla quale era seduta, e corse nel corridoio adiacente la biblioteca, quello sul quale si apriva il portone d’ingresso.
“Aiuto Madre, Madre!”.


Dinanzi agli occhi di Madre Letizia si stava svolgendo una scena disgustosa; chi aveva bussato era un uomo con indosso solo il cappotto; stringeva sul proprio corpo nudo, con forza, la piccola Luisa che cercava di svincolarsi mentre le mani di lui si intrufolavano sotto il vestito di lei.


Madre Letizia prese un pesante porta ombrelli che si trovava lì vicino e, con tutta la forza di cui la caricò la sua rabbia, lo tirò addosso all’uomo che cadde a terra.
Le altre Suore giungevano nel momento in cui l’oggetto colpiva pesantemente l’uomo.


Seguì un logico trambusto; Madre Letizia accolse tra le proprie braccia la piccola Luisa ma non si capiva bene chi, delle due, avesse più bisogno di aiuto.
Con gli occhi chiusi, mentre carezzava amorevolmente Luisa, scossa da conati di vomito, Madre Letizia stentatamente ed ansimando diceva:
“Calmati, non pensarci più, è tutto passato; ora conta: uno, due, tre, quattro…”
Improvvisamente Madre Letizia cadde a terra svenuta, sotto gli occhi esterrefatti, delle due consorelle.


Era stata chiamata la polizia ed anche il medico, il quale, accorso prontamente per occuparsi di una bambina spaventata si trovò dinanzi una suora svenuta.
Il medico parlò di stato di shock ed assicurò che il malessere sarebbe stato di breve durata.


“La Madre ha avuto molta presenza di spirito, molto coraggio e ha dovuto fare un gesto contrario alla propria natura benevola” disse. “Adesso ha bisogno di molto riposo, deve stare attenta alla propria salute; deve fare un elettrocardiogramma, perché sembra che il suo cuore sia a pezzi”.


Appena ripresa dallo svenimento, Madre Letizia domandò notizie di Luisa.
La bambina le andò vicina e le domandò:
“Perché mi ha detto di contare?”.
Madre Letizia la guardò tristemente:
“Non ricordo, non ricordo cosa ho detto!”.
Invece ricordava!


Le era affiorato alla mente ciò che era accaduto ad una bambina di sette o otto anni, prigioniera in un campo di concentramento del quale non ricordava più il nome.



Beatrice ignorava cosa fosse la guerra; sapeva però che a causa della guerra lei era costretta a vivere lontana dalla propria casa, dai compagni. Nel campo dove si trovava con sua madre, Anna, erano tutte donne; il campo non era molto grande. Ogni capanna, come lei chiamava le abitazioni, comprendeva venti letti da campo. Le donne indossavano brutti pantaloni da uomo, con scarpe pesanti e ruvidi cappotti d’inverno; coltivavano la terra sia che vi fosse freddo gelido sia che il sole caldo, sulla pianura, rendesse arida la pelle mentre la testa sembrava sempre sul punto di scoppiare per la pressione del sangue alle tempie.


Se Beatrice domandava notizie del padre, la madre, abbracciandola a sé rispondeva: “La guerra ha portato via papà!”.
“Ma allora la guerra è una brutta cosa?”, aveva domandato una volta la piccola Beatrice.


La madre quasi guardasse lontano, oltre la parete, oltre l’orizzonte, lontano dai campi, aveva risposto:
“Si, perché trasforma gli uomini, uccide non solo la vita, ma anche i sentimenti!”.
Se, talvolta, la figlia chiedeva: “Ma torneremo a vivere come prima?”, e forse il suo cuore di bimba pensava ai compagni o alla sua cameretta, ai giochi, allora la madre, tristemente, rispondeva:


“La guerra trasforma gli uomini e le cose, nulla può essere più come prima!” e forse pensava al marito, ai familiari, a chi li aveva traditi, alla sua triste condizione nella quale si trovava costretta a vivere. A volte aveva desiderato la fine, la morte, ma poi si rimproverava: doveva tentare di resistere, a qualunque costo, pur di dare alla figlia la possibilità di vivere. Ma sapeva bene che la sua vita non sarebbe stata più la stessa!
Eppure, Anna, si diceva fortunata: lei aveva ancora la figlia, con sé, mentre altre donne avevano visto morire i loro figli o erano stati strappati dalle loro braccia imploranti ed ora sembravano soltanto larve umane!


A volte, di sera, Anna con altre giovani donne, si spogliava dei ruvidi indumenti, indossava abiti femminili, si rimirava in un pezzetto di specchio che le loro compagne si erano suddivise, poi dava un bacio alla figlia ed usciva dalla 'capanna'.


La piccola Beatrice, durante quell’assenza, era affidata a Maria, un’anziana donna la cui unica figlia era riuscita a fuggire in America e che aveva trovato, in Anna, una nuova figlia.


Beatrice riusciva a mitigare, in qualche modo, la fame perché la madre, di nascosto dalle altre compagne di sventura, le faceva mangiare del cioccolato o qualche biscotto, ed a volte anche della carne, non importa se fredda. Erano i resti delle cene degli ufficiali alle quali, loro giovani donne, erano chiamate per rallegrare la serata.


La ‘capo’ del piccolo gruppo, Nicole, una giovane donna che, senza tanti sentimentalismi, aveva svelato ad Anna che mai si sarebbe lasciata schiacciare ‘da loro, una sera convinse Anna a condurre con sé la bambina: Beatrice avrebbe potuto mangiare a sazietà; anche se c’era festa, quella sera loro donne non sarebbero state costrette a finire nel letto di qualche ufficiale!


Nicole aveva captato che stava per accadere qualcosa di particolare e subito dopo cena il comando militare, al completo, doveva incontrarsi nella sala riunioni; doveva trattarsi di qualcosa di molto urgente se la riunione non poteva essere rimandata all’indomani!


Anna era a conoscenza, come forse un po’ tutte nella capanna, della relazione di Nicole con il tenente Von Meyer, sapeva anche quanto Nicole subisse quella relazione ma, la giovane le aveva confidato che era preferibile avere un rapporto sempre con lo stesso uomo piuttosto che dover saltare da un letto all’altro. Anna aveva annuito e non aveva mai giudicato male la giovane se, proprio il suo opportunismo, le dava la possibilità di godere di qualche atteggiamento di favore. Rassicurata dalle parole di Nicole, che ci sarebbe stata soltanto una cena tranquilla, Anna, pur se un po’ controvoglia, aveva condotto Beatrice con sé.


Gli uomini del comando avevano mangiato e bevuto in un clima di euforia che ad Anna era sembrato innaturale.
Uno di loro aveva iniziato a palpeggiare una donna ma venne ripreso dal comandante: “Questa sera le signore puttane dormiranno in pace!”.
Tutti gli uomini avevano riso in maniera sguaiata mentre ogni donna, nel proprio intimo, aveva tirato un sospiro di sollievo.


Quella sera era presente un ufficiale che le donne vedevano per la prima volta; le diverse stellette indicavano il suo grado elevato. Trasudava per la sua grassezza ed aveva bevuto più che mangiato; verso la fine della cena aveva chiesto, più di una volta, notizie sulla bambina, poi aveva detto all’ufficiale seduto alla sua destra:
“Diventerà più bella di sua madre, peccato lasciarla a qualche allocco!”.


Aveva chiamato Beatrice, offrendole del cioccolato; la bambina non voleva andare ma, sotto la spinta di Nicole, si era avvicinata all’uomo. Questi, prima le aveva offerto il cioccolato, poi mentre le carezzava il viso dicendole: “Come sei bella!”, aveva iniziato a toccarla sulle braccia coperte e quindi sulle gambe.


Beatrice aveva cominciato a chiamare la madre, prima debolmente, impaurita da quell’uomo così grosso, poi a voce più forte perché l’uomo era diventato insistente, nonostante lei tentasse di liberarsi da quelle mani che la tenevano prigioniera mentre cercavano di insinuarsi dentro i pantaloncini, sotto la maglietta. Nessuno degli ufficiali si sentiva in grado di riprendere quell’uomo a loro superiore ed Anna accorse:“No, no, lei no!”.


Con i suoi deboli pugni voleva colpire quell’uomo. Qualcuno degli ufficiali iniziò a ridere di fronte a quel tentativo; il grassone, tenendo sempre stretta a sé la bambina, diede uno spintone ad Anna: “Va via puttana ebrea!”.


Anna cadde sbattendo lo stomaco e la faccia sul duro tavolo apparecchiato.
Beatrice svenne!


Rinvenne sul proprio giaciglio, nella capanna; si vide circondata dalle facce sgomente delle tante donne; chiamò la madre e qualcuno le rispose che la madre non stava bene.
Tutte erano a conoscenza di quanto era accaduto alla sala mensa. Beatrice, invece, sembrava non rendersi conto di nulla: avvertiva attorno a sé mormorii ed agitazione ma forse era troppo piccola per poter capire!


Quasi non riconobbe la madre in quella donna sfigurata che giaceva sul letto dell’infermeria: il medico aveva dovuto estirparle alcuni denti che le si erano conficcati nel palato quando, sbattendo sul tavolo, aveva subito lo spostamento della mandibola destra. Pietosamente, quel medico aveva anche tentato di arrestare un’emorragia interna, ma disponeva di medicine molto limitate ed inadeguate al suo male.


Anna, ormai incapace di parlare, con lo sguardo, affidò la figlia a Maria e l’anziana donna la rassicurò che non l’avrebbe mai lasciata un momento da sola: così durante il giorno con mille modi, la teneva vicina e la sera dormivano nello stesso letto. Quando, durante il giorno, vedeva che la bimba era assorta in pensieri lontani e tristi, specialmente dopo aver fatto visita alla povera madre, Maria le raccomandava:
“Non aver paura, tu non pensare a nulla e conta: uno, due, tre… e vedrai che i tristi ricordi andranno via!”.


Anna morì tre giorni dopo, angosciata, più che dalle sofferenze, dal pensiero per la piccola figlia che sarebbe rimasta sola. Quello stesso giorno nel campo, giunsero gli Alleati per liberare ciò che era rimasto di quelle povere vite: il sole faceva risplendere d’azzurro il cielo e sembrava dare nuovi colori alla natura intorno ma nessuna, tra quelle donne, riuscì a godere per quella insperata liberazione mentre si recavano a dare l’ultimo saluto alla sfortunata Anna.


Beatrice andò via con la visione della povera madre martoriata ed ora sepolta sotto un’anonima croce di legno.


La piccola fu distaccata da Maria, nonostante questa avesse tentato di condurla con sé, e non la rivide mai più; di lei rimase il ricordo di quell’abbraccio materno al momento del saluto e quel consiglio: “Quando hai paura non pensare, conta, conta, e dimentica quello che è accaduto, dimenticalo!”.


Poi, come tanti altri bambini che la guerra aveva reso orfani, Beatrice fu accolta in un collegio di Suore Educatrici.


Nel suo lettino, la sera, quando i fantasmi sembravano voler forzare la sua memoria con il peso dei loro ricordi, Beatrice piangeva e contava e contando si addormentava.


Col tempo quei fantasmi non diedero più fastidio alla piccola che riuscì a seppellirli con la forza del presente vissuto quotidianamente, dove i ricordi non hanno modo di trovare posto; sarebbero rimasti per sempre sepolti senza quel grido angosciato di Luisa: “Aiuto, Madre, aiuto!”.


Lo svenimento aveva salvato Madre Letizia, come l’aveva salvata da piccola, evitandole di vivere da protagonista quella situazione dolorosa.


Nei giorni che seguirono all’accaduto Madre Letizia fu oggetto di molte dimostrazioni di affetto sia da parte delle consorelle che dalle allieve.


Il trambusto per i controlli medici, i colloqui con la polizia, il via vai di chi voleva starle vicino, tutto questo sembrava giustificare il mutato comportamento della suora, divenuta, quasi improvvisamente, triste e pensierosa; sembrava che sul suo volto, sempre sereno e luminoso perché rifletteva la sua pace interiore, fosse calata un’ombra grigia che rendeva la sua pelle opaca e le faceva formare due pieghe attorno alla bocca.


Da questo, le altre capivano che qualcosa era mutato in Suor Letizia.
L’elettrocardiogramma ed un telecuore rivelarono che le condizioni del cuore della suora, anche se ancora giovane di età, richiedevano particolari cure ed attenzioni; al medico sembrava come se in quel cuore, dopo aver subito un brutto attacco in epoca passata, la recente forte emozione avesse risvegliato un qualcosa che il cuore ingrossato aveva tenuto nascosto e che ora aggravava la situazione.


Madre Letizia fu costretta al riposo; la vita di istituto rientrò nella normalità e lei, trascorrendo molto tempo da sola, ebbe modo di rivedere in se stessa il perché della sua vita presente. In particolare le tornava alla mente una domanda rivoltale, spesso, dalla Madre responsabile delle novizie:
“Perché vuoi diventare suora? Forse ti senti sola? Non hai una famiglia? Rifletti bene, potresti formare una tua famiglia!”.


Ma la giovane novizia aveva sempre risposto, invariabilmente, che quel tipo di vita non l’attirava perché trovava la propria completezza soltanto nella preghiera e, del resto, era convinta che solo da suora avrebbe potuto dedicarsi alla gioventù.


Ma adesso si scopriva bugiarda e, quel che era peggio, le sembrava di occupare in quella comunità un posto che aveva scelto per proprio comodo, per fuggire dalla vita fuori da quelle mura.


Finalmente, un giorno, trovò il coraggio di aprire il proprio cuore alla Madre Superiora; loro suore amavano accoccolarsi attorno alla Superiora quando scherzavano e lei le riprendeva amorevolmente: “Fate come i bambini!” e le suore rispondevano: “Ma noi siamo bambine, bambine nello spirito!”.
Così, Madre Letizia, seduta a terra, ai piedi della Superiora aprì il proprio cuore raccontando i drammi passati e le lotte recenti.


La Superiora temette di vedere annegare la povera suora in quel mare di dolore e tentò di recarle un po’ di sollievo spirituale anche nei giorni successivi, ma non poté nulla contro la decisione di Madre Letizia di voler tornare nel mondo.
“Forse vuoi sposarti, avere un affetto tutto tuo?”, domandò la Superiora preoccupata per la decisione presa dalla consorella ma, nel contempo, decisa a non ostacolarla.


“No, Madre, io so che tutti i giorni piangerò per essere andata via, perché questa è la mia casa!”.
“Allora, perché vuoi andare?”.
“Devo ritrovare me stessa, il mio passato, il perché della mia consacrazione a Dio!”.
“E dopo?” chiese la Superiora quasi avesse voluto tessere attorno alla suora un filo tenue, in grado però di trattenerla.
“Non so, Madre”, rispose Suor Letizia guardando a terra, poi alzò lentamente lo sguardo e fissò la Superiora con gli occhi calmi anche se velati dalla tristezza, “ma se i ricordi dolorosi del vecchio passato mi stanno portando fuori, spero che i ricordi felici del mio passato più recente mi riconducano qui, perché Beatrice possa continuare a vivere in Suor Letizia!”.


Testo e voce narrante di Claudia Lo Blundo


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