“FABBRICARE L’UOMO”

Radici & Civiltà

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DI MARCO TANIA DI MARCO TANIA Pubblicato il 30/01/2007
<b>“FABBRICARE L’UOMO”</b>

“FABBRICARE L’UOMO”



Tema di riflessione parrocchiale di don Antonino Disclafani con il “Gruppo Giovani” di Alia, nella ricorrenza della “Giornata per la vita”.



L’opportunità di una legge che regoli la materia della fecondazione artificiale, la libertà di ricerca scientifica, l’autodeterminazione della donna, la fecondazione omologa ed eterologa, lo status dell’embrione: sono questi alcuni dei temi oggi all’ordine del giorno del dibattito culturale e politico in atto in Italia. Si tratta di una materia che chiama in causa la coscienza di ciascun cittadino e, in modo particolare, la coscienza dei cristiani, impegnati (anche per ragioni di fede) a difendere e promuovere il bene della vita. Proprio per questo si avverte il bisogno di approfondire il significato e il valore dell’esistenza umana, e di trovare solide argomentazioni a sostegno della propria posizione…

La ricerca scientifica sta procedendo a grande velocità e ha raggiunto traguardi entusiasmanti, ma di fronte a questioni complesse come quelle che mettono in gioco il destino dell’uomo occorre fermarsi a riflettere…occorre “scienza e sapienza” come ha ricordato il Papa.

La Chiesa Cattolica ritiene illecito qualunque tipo di procreazione assistita.
Ma non è necessario essere credenti per dire “no”. Per costoro comunque, in forza della loro stessa fiducia nella ragione umana e nel valore della condivisione della responsabilità, il non condividere questi programmi può diventare l’occasione per ricostruire un terreno di valori condivisi, capaci di rispondere alle lusinghe di quel liberalismo della neutralità che alla fine produce soltanto l’indifferenza e la solitudine del vivere. Dire un “no” significa dire “sì” all’impegno per tutelare la dignità, il valore dell’esistenza umana e della società chiamata a fare garante.

Il desiderio di un figlio è espressione alta dell’umanità di una donna e di una coppia.
Volere un figlio è espressione di una vita che, fattasi adulta, intende realizzarsi nel generare, accudire e crescere...
L’impossibilità di avere un figlio è motivo di profonda sofferenza per molte coppie; una sofferenza di cui avere rispetto, di cui farsi solidali, senza mai dimenticare, tuttavia, che nemmeno in nome del dolore certi limiti possono essere forzati, se non a costo di mortificare il valore stesso della vita.

Questo dibattito mette in luce una mentalità per la quale il figlio sembra essere un diritto. Ma se un figlio è un diritto dei genitori, come potrà mai diventare se stesso? Come potrà crescere per quello che è?
Volere un figlio a tutti i costi con qualsiasi mezzo, forza un limite che trasforma lo stesso modo di pensare la vita…introduce un criterio di onnipotenza incompatibile con la vita umana.

Spesso si sente chiedere “quando ha inizio la vita? L’embrione è una persona?”.
Non spetta alla scienza stabilire quando il concepito diventa persona. Il frutto del concepimento, unità biologica unica e irripetibile, contiene al proprio interno l’intero programma del suo sviluppo che, se nessuno decide di interrompere, si svolgerà senza soluzione di continuità o interventi esterni per tutto il corso della vita fino alla morte naturale.

Testimonianze di coppie che vogliono la fecondazione alla domanda “Lo direte al vostro figlio che è frutto della fecondazione?” tutti si fanno più pensierosi, imbarazzati. “E se poi non capisce? E se poi diventa un trauma?”.


È evidente che nella storia delle persone e anche dei genitori ci possono essere spazi oscuri, da affidare alla misericordia di Dio e che non è il caso di rivangare. Ma un conto è che essi per la debolezza umana siano “incidenti” accaduti, e un conto invece è perseguire e volere (con l’appoggio di tecnici e di medici) un qualcosa di cui non si ha il coraggio di parlare, di cui nel profondo rimane un senso di colpa.
Lo si vuole escludere, lo si vuole imbrigliare nel più profondo dell’inconscio, si pretende di reprimerlo: ma il senso di colpa emerge quando le emozioni gridano che generare un figlio producendolo in laboratorio, mischiando gameti di sconosciuti, compromessi con tecniche comunque abortive, è una via che non lascia tranquilli.
E poi ritorna l’interrogativo: ma il figlio non ha diritto alla propria identità? Perché programmarlo nella menzogna?

Esse non sono solo questione di biologia lo sappiamo, eppure perché allora rimane questo senso di disagio…questo senso di possibile trauma?
Diciamocelo francamente: le tecniche di procreazione assistita esigono che ci si fermi a riflettere sul senso e le responsabilità del generare un figlio. Non diamo per presupposto che tutti sappiano dare risposte adeguate, rispettose per il bene di quei figli.

Rimane il problema culturale: siamo in un tempo nel quale occorre cercare di nuovo le ragioni buone e le modalità umane dell’essere madri e padri.

La storia e la cronaca sono piene di storie belle di famiglie che hanno realizzato il sogno di un figlio attraverso l’adozione o l’affido…


Come dice il genetista Bruno Dallapiccola,


“non può esistere una ricerca priva di regole: non tutto ciò che oggi è tecnicamente possibile è eticamente accettabile. Vi sono dei limiti, iscritti nella coscienza individuale, che ogni ricercatore dovrebbe porsi. La ricerca dovrebbe saper osare, ma sempre nel pieno rispetto della persona”

Contributo di ricerca raccolto da Tania Di Marco


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