A..li cannuledda

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CONCIALDI RINO CONCIALDI RINO Pubblicato il 21/06/2007
<b>A..li cannuledda</b>

A..li cannuledda

Cannuledda, una parola che oggi per i giovanissimi è priva di significato, ma per coloro i quali sono già adulti farà tornare alla mente tante cose e rivivere il tempo passato.

Si tratta delle moderne fontanelle, dove una volta le massaie si recavano a prelevare l'acqua.

Nel nostro paese esisteva un numero consistente di cannuledda, a quei tempi molto utili visto che non tutti a casa potevano usufruire dell'acqua corrente.

Dopo un periodo di totale abbandono, alcuni di essi sono stati ripristinati, pur non essendo ormai nel loro aspetto esteriore rispondenti allo stato originale.

Ne esistono ancora una decina ubicati nelle vie Fontanella, Montemaggiore, (vicino alla casa della signora Maggio), Gelsomino, nel bastione vicino alla chiesa di San Giuseppe), Pozzo di Mesi, Pietro Novelli e Rinarolo.

E' andata invece distrutta l'artistica coppia di cannuledda ubicata in via Garibaldi, all'altezza del bar, allora proprietà del signor Catalano.

Non esiste più quello ubicato in via Cavour (dirimpetto alla casa dell'avvocato D'Aura), in via Mazzini e in via Vittorio Emanuele, quello posto sul muro della casa di proprietà del signor Iovino (esiste ancora oggi il grosso fonte di pietra).

Nei tempi passati, questi erogatori assolvevano al principale compito di fornire l'acqua alle famiglie, dissetare passanti, viandanti e fieranti, allora molto numerosi in paese. Ora invece hanno una funzione artistico-decorativa, anche se dagli stessi continua a fuoriuscire acqua.

Ma ritorniamo al passato.

Attorno a queste fontanelle succedeva di tutto. Nei giorni in cui veniva erogata l'acqua, le donne giovani e meno giovani, alzatesi molto presto e munite di contenitori di argilla, si recavano sul posto per aspettare la vicenna e tentare di essere tra le prime ad appuzzari la 'nzira, la mustica, la mustichedda, la quartara, lu bummulu e lu bummuleddu.

Molte volte questi contenitori finivano in cocci o per urti involontari o per le infuocate liti scoppiate tra donne che non volevano rispettare il turno. Oltre ai consueti litigi, si sparlava, si stipulavano negozi, si cumminavanu matrimoni e si lanciavano sentenze; tanto c'era da aspettare, anche perché lu cannuleddu currìa un filiddu.

Vi erano poi le donne, quelle più prepotenti, che si presentavano fornite di 'nzira di zincu, sicuramente più resistenti ed adeguate per poter ingaggiare lotte senza riportare danni. Da qui il detto popolare: tantu va la quartara all'acqua finu ca si rumpi.

Un rito importantissimo che soleva svolgersi, prima di utilizzare un nuovo recipiente, consisteva nel farvi bere ('nzaiari lu bummulu) un ragazzo o un giovane. Se ciò non avveniva, si credeva che l'acqua destinata ad esservi raccolta sarebbe stata maleodorante.

Con l'augurio di avervi fatto rivivere questo sconosciuto o dimenticato uso, ricordate che dura cchiù una quartara sciaccata ca una sana.


Rino Concialdi

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(.. ed ecco, sullo stesso tema, una poesia agrigentina di Autore ignoto)


A funtanedda

C'era miseria, friddu fami e stenti
e si pigghiava, macari, l'acqua fora;
vinìa usatu ogni ricipienti
bummulu, sicchiu, lancedda e cazzalora.

Era un piacìri quannu c'era lu suli;
duluri, nveci, quannu facìa friddu
corcùnu pi carriàlla usava i muli
iautri, inveci, sa carriannu ncuoddu.

Lu funtanieri era sempri sicuru
di rispittari l'ura ogni quartieri
nta ddi funtani appuiàti o muru:
"oggi n'arriva pirchi' ruvàu ieri".

"Mastru turiddu aspittati nanticchia
quantu finìsciu di princhiri a lancedda".
"sfrutti l'urtimu uogghiu di la lumiricchia
vaiu a fari un sirvizu nta dda vanedda".

"U fazzu sulu pi tia cara pippina,
pirchi' si propriu na picciotta bedda,
putissivi spincìriti chiu' di matina
e arrivari prima a funtanedda".

A matina c'era a fila chi spittava
Nta spiranza chi l'acqua curriva,
risati, scherzi e fatti piccanti,
si cuntavunu di li genti assenti.


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