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SANGIORGIO NICOLÒ SANGIORGIO NICOLÒ Pubblicato il 31/07/2007
<b>La madonna di Costantinopoli</b>

La madonna di Costantinopoli

A Lercara Friddi l'origine della devozione è avvolta nella leggenda, forse per questa "nascita" che ha del miracoloso, la festività ha assunto una tale importanza da essere patrocinata dall'Amministrazione comunale, divenendo il "festino lercarese".

Era una calda giornata di agosto del 1807, probabilmente il 20, e le donne, come di consueto, si recavano nel vicino vallone del Landro, inteso comunemente "lannari", che ha origine in Contrada Piano del Lago, per fare il bucato. La zona, scoscesa, presenta arbusti ed anfratti dai quali affiorano grosse pietre, alcune delle quali levigate dalla battitura dei panni.

Tra le donne accorse al lavatoio vi era Oliva Baccarella, ragazza certamente molto pia, la quale, nell’ immergere il capo di biancheria nella conca, sotto una limpida acqua vide un'insolita pietra.

Strano non averla vista nei giorni precedenti; forse la furia dell'acqua, provocata dall'improvviso acquazzone notturno, aveva eroso il terreno facendola evidenziare.
Pulita la superficie, la Baccarella la mostrò alle compagne chiamate a raccolta.

La pietra a forma di lastra presentava, graffita, l'icona di Maria Santissima col Banbino sotto un baldacchino, sorretto da quattro angeli, e vi si leggeva La Mad.na di Costantinopoli - Mercurio Ricotta - 1734".

Attribuendo il ritrovamento ad un segno divino, la Baccarella, insieme alle compagne, rientrò in paese portando la pietra e, commossa e stupefatta, allestì un altarino in casa dando principio ad una festa di quartiere.

Nel 1830 per volontà popolare ebbe inizio l'edificazione di una cappella, ma, allorquando dieci anni dopo alcune personalità provvidero ad erigere la chiesa, in breve fu coinvolta l'intera cittadinanza e, successivamente, sotto il patrocinio dell'Amministrazione comunale divenne la principale del paese.

La Baccarella era una ragazza dodicenne, essendo nata a Lercara Friddi il 18 ottobre 1795 da Stefano e da Natala Miceli, e portava i nomi di Oliva Natale Felice.

Il Ricotta, invece, potrebbe essere del vicino paese di  Roccapalumba , figlio di Salvatore e di Petronilla Salemi, nato il 10 gennaio 1667 e deceduto il 20 giugno 1761. L'individuazione è avvalorata dalla sua qualifica di maestro scalpellinista, acquisita alla Scuola di scalpelliniamo, sorta a  Roccapalumba  il 30 ottobre 1682 con bolla del re Carlo di
Borbone.

Questi condizionali sollecitano la necessità di un'analisi scientifica della pietra, della scrittura e della firma.

Da una fonte orale si apprende che la pietra, portata casualmente in paese dalla contrada Landro ancorché sporca di terriccio, fu utilizzata dal padre di Oliva come sostegno ad una botte di vino che, però, annualmente si trasformava in aceto, e la contingenza non trovava alcuna spiegazione.

Una notte Oliva vide in sogno la Madonna la quale le disse che in una pietra, sporca di terriccio e posta sotto la botte, avrebbe trovato la sua immagine che voleva, invece, si venerasse. La ragazza, svegliatasi, accertò nottetempo l'esistenza dell'effigie e pervasa da profonda spiritualità, ne iniziò il culto.

A partire dall'annata successiva il vino della botte non si trasformò in aceto.
Presumo che, originariamente, la pietra sia stata sistemata sull’altare maggiore; sostituita nel 1850 con una statua in legno molto pesante, passò in sagrestia e nel 1975 in un apposito riquadro a forma di tabernacolo sulla parete destra della Chiesa, accanto all'ingresso. Nel 1992 fu liberala dal riquadro ed esposta nella sua naturale fisicità.

La processione ha luogo la sera del giorno 20 a cura del Comitato dei festeggiamenti, ed assume una specifica imponenza per la presenza degli amministratori comunali, con a capo il sindaco, i quali, insieme alle autorità militari, prendono posto dietro la statua.

Per facilitare il trascinamento della "vara" viene condotta una statua di resina, acquistata nel 1956 e l'antica statua lignea rimane sempre sull'altare.

Il fervore degli abitanti di Lercara verso la Madonna è molto sentito e gli emigrati la custodiscono nel cuore; tuttavia, per intensità segue quello del Crocifìsso e di Santa
Rosalia.

Ufficialmente i festeggiamenti si sviluppano dal 19 al 21 del mese di agosto, ma nei giorni antecedenti hanno luogo diverse manifestazioni.

Le Amministrazioni comunali, per darvi maggiore sfarzosità, hanno inserito nel programma avvenimenti di interesse collettivo, come l'inaugurazione dell'acquedotto (1880), lo scoprimento del monumento a Umberto I (1903), l'inaugurazione della Stazione ferroviaria di Lercara Alta (1912), l'apertura della Biblioteca comunale (1982).

Giorni intensi di attività culturali, sportive, artistiche, canore; giorni di luci, colori, musica, spari. La festa ha il fascino della novità, riserva sorprese, porta allegria, fa dimenticare e determina una intensa attività commercia le. Il tutto tra il rimbombo degli spari e dei fuochi artificiali, lo stormire delle campane delle chiese e il suono della banda musicale.

Il vasto mercato ha occupato nuovi spazi; originariamente era incentrato nella via Maria SS. di Costantinopoli, (le bancarelle venivano sistemate agli ingressi delle vie adiacenti ) e in piazza Duomo, ora si snoda lungo il corso principale e nelle vicinanze di Serra Calandra per perdersi lungo la strada che conduce alla stazione ferroviaria dì Lercara Bassa.

E proprio qui si svolge la fiera del bestiame, istituita nel 1852.

Prendono posto baracche ed automezzi che offrono una vastissima gamma di attrezzi che interessano principalmente il lavoratore della campa-gna, l'artigiano e la casa. Vendite, acquisti, voci sommesse, esclamazioni festose, grida gioiose di ragazzi, altoparlanti, sole, polvere, suono di trombette.

Teatro naturale di molti eventi sono la villa di piazza Umberto I, il corso Giulio Sartorio e la magnifica piazza Duomo, sfolgorante di luci colorate, dove si gustavano i prelibati "pezzetti du lu zù Cicciu Catalanu", particolare tipo di gelato duro e colorato.

La presenza palpitante degli emigrati, già molto numerosa, apporta un clima di euforia generale e ci conduce ai tempi in cui il numero dei residenti era elevatissimo; si incontrano visi sconosciuti o dimenticati provenienti finanche dai Paesi d'oltreoceano. Numerosa la partecipazione degli abitanti del circondario.

Frattanto, un automatico pizzicare di noccioline americane e semenza, un sorseggiare di birra tra ammiccamenti e battute spiritose, nell'incanto delle emozioni ... e un fiume di persone va su e giù per il corso o gira attorno al palco.

Fino alle prime ore del mattino nella piazza si parlavano più lingue e per le strade sostavano sontuose autovetture dalla targa straniera.

Il giorno successivo, Lercara, che aveva rivissuto la vitalità che nei tempi andati l'aveva distinta, cade nel silenzio perché i "suoi figli", nel corso della notte, hanno ripreso la via del ritorno che li conduce al lavoro, lontano dalla Sicilia.

Sino a quando le condizioni economiche delle famiglie erano misere, si viveva con ansia l'attesa di quei giorni e se ne assaporava il godimento; si vivevano con pienezza e serenità i piccoli momenti legati alla straordinarietà. "La festa di Custantinopuli" era la più importante dell'anno, era l'occasione per fidanzarsi, per indossare un vestito nuovo confezionato dal sarto o un paio di scarpe, per consumare un pranzo speciale, per comprare qualcosa di nuovo, per soddisfare un capriccio e, non ultimo, per assaggiare la "cubbaita ".

Nel tempo in cui non vi erano automezzi, il numero dei capi di bestiame in fiera era elevato e le mandrie, le greggi e gli animali da soma giungeva-no a Lercara dopo moltissime ore di cammino attraverso le trazzere; se era notte si accampavano alla periferia del paese in attesa di entrare in fiera alle prime luci dell'alba.

Aveva la durata di tré giorni e, in principio, avveniva nella campagna circostante la Chiesa; sino agli anni Cinquanta del XX secolo nel Piano Giglio, detto 'ncapu la chiusa; attualmente, nel terreno che dall'area della stazione ferroviaria di Lercara Alta giunge alla strada carrabile che conduce a quella di Lercara Bassa.

I "fieranti" in attesa di vendere la mercanzia, per ripararsi dal sole cocente e consumare un "boccone", sostavano nelle strade adiacenti, dove trascorrevano la notte. Oggi si svolge soltanto nella mattinata del giorno 20 e il numero dei capi di bestiame è ridotto, e questo giorno è grande gioia per i bambini i quali hanno la opportunità di vedere gli animali dal vivo.

Folkloristica la contrattazione per la compravendita degli animali, diretta magistralmente dal sensale, cioè l'intermediario, il quale recita la sua parte con una bravura di attore. Mille gesti, mille frasi, facenti parte di un cerimoniale finalizzato alla conclusione dell'affare che gli assicura la prov-vigione.

A volte il sensale, avvilito dalle difficoltà, si asciuga il sudore della fronte con il dorso della mano destra, con la quale tiene la coppula che si era tolta, o con un fazzoletto di colore rosso. Per dare forza al proprio discorso si assesta la coppula sul capo, che aveva alzata leggermente, e la rovescia all'indietro in atteggiamento di stanchezza. Una pausa sagace, poiché, ripreso fìato, passa all'attacco, e, a volte è sul punto di stropicciare la coppula tra le mani o di buttarla a terra con
violenza.

L'affaticamento svanisce quando stringe con le sue le mani del compratore e del venditore con un movimento molleggiato, segno di patto concluso.

Sino al 1957 le giornate erano contrassegnate da uno spettacolo molto gradito dal pubblico: la corsa dei cavalli, o "corsa dei bèrberi" come viene definita in una cartolina di Lercara del 1903. L'organizzazione era affidata ad una persona, chiamata giannittaru, che ne curava l'attuazione.

Le corse avevano luogo nei giorni 19, 20 e 21 nelle ore pomeridiane. Partivano tré cavalli alla volta e nell'ultima corsa della giornata gareggiavano quei cavalli che si erano qualificati primi. La partenza avveniva da piazza Umberto I, comunemente detta piazza sant'Anna. Qui i cavalli, o giannetti scalpitanti, attendevano nervosamente il segnale della partenza da una linea che non era ben definita e la folla, assiepata ai margini del corso transennato, era in trepidazione.

Erano lì, pronti, cavalli e fantini che cavalcavano a torso nudo, e volteggiavano impazienti. Ad un tratto, un colpo di mortaretto risuonava disperdendosi tra la folla che senza indugio sgombrava la pista serrandosi ai lati della strada. Ad un secondo colpo, i cavalli si disponevano ai posti di partenza e, al terzo, partivano velocemente... ; dietro di loro la folla si riversava al centro della pista.

Mentre i cavalli a suon di frusta si spingevano in avanti, i fantini con occhio vigile controllavano "a lampo" la posizione dei contendenti. Un sordo calpestìo di zoccoli nudi sollevava una leggera nuvola di polvere. Intanto gli spettatori indirizzavano al fantino di gradimento grida di incitamento e i cavalli, giunti davanti all'edificio scolastico, ricevevano una seconda sollecitazione con un altro sparo di mortaretto. Era frequente che un cavallo, spinto dagli altri, si accostasse al bordo della pista; allora, una passeggera paura correva tra coloro che quasi venivano sfiorati dal cavallo in corsa. Infine, un'esclamazione corale accompagnava il cavallo che riusciva a tagliare il traguardo, mentre il tonfo degli zoccoli si perdeva al di là della curva.

La corsa si concludeva poco prima della curva a destra, nel luogo detto "Serra Calandra" - Serra calannira - denominato "testa di la cursa ". Qui, un filo di spago, tinto di rosso, segnava il traguardo e il colore lasciato al petto del cavallo indicava chiaramente chi era giunto per primo. Il vincitore finale, partendo dalla "testa di la cursa", percorreva trionfante il corso Giulio Sartorio giungendo alla villa comunale, cioè al punto di partenza, insieme alle autorità, alla banda musicale e agli applausi della folla, dove riceveva il trofeo da parte del presidente del comitato.

Durante la competizione il comitato e le autorità sostavano comodamente su un palco di legno, allestito sul lato sinistro del corso, vicino al traguardo; si esibivano due bande musicali poste agli estremi del corso, e tra una gara e l'altra, suonando, invertivano la loro posizione. Era raro che fantino e cavallo fossero lercaresi, e molti non abbiamo dimenticato un ragazzo, appellato da tutti "u picciriddu", quantunque, poi, adulto, venuto da altro paese ma nato a Lercara, soprannominato "quadaredda", che entusiasmava la folla e ripetutamente si impose fra i concorrenti.

Indimenticabile la caduta di cavallo e cavaliere a circa metà percorso bloccati improvvisamente da un suino che, venendo dal bastione, riuscì ad attraversare la pista.

Negli anni Trenta gareggiavano soltanto i cavalli i quali a fine corsa erano fermati da stoffe e sacchi pendenti da tré corde tese in sequenza, e il cui addestramento avveniva durante la notte. Una volta un cavallo, superati i tré ostacoli, si inoltrò per la campagna e non è stata un'impresa facile ricondurlo alla calma.

Della scenografica gara rimane soltanto tela ad olio di ampia dimensio-ne, custodita nella Biblioteca comunale, opera del concittadino Santo Facella.

Antecedentemente alla divulgazione dei cantanti e dei complessi d musica leggera, le serate erano allietate dalla esibizione di bande con la"musicata”, cioè, il concerto bandistico, durante il quale venivano eseguiti brani di opere liriche e si concludeva con l'immancabile "canzoniere", una miscellanea di canzoni classiche.

La platea era piazza Duomo e il palcoscenico un sontuoso palco. Sino al 1943, invece, vi era un palchetto in ferro e cemento, distrutto dalla furia del popolo contro il regime, appresa la sconfitta militare nella seconda guerra mondiale.

Tutti ascoltavano con interesse, però, gli "appassionati" si piazzavano attorno al palco, allontanandosene soltanto non appena l'ultimo dei "musicanti" lasciava il proprio posto. Essi seguivano con molta attenzione le esecuzioni e si entusiasmavano quando veniva intonata un'aria o una romanza.

Nel silenzio della notte si levava al cielo il suono delicato e vibrante degli "assolo" e venivano applauditi calorosamente i protagonisti di turno. Le esecuzioni dovevano essere perfette e una minima dissonanza era percepita istantaneamente e diventava la "stonatura" dell'anno.

Dal 1960, una serata è dominata dalla esibizione di cantanti famosi, la cui notorietà richiama migliaia di persone, entusiasma tutti e fa "impazzire" i giovani che con le braccia ondeggianti cantano, piangono, si struggono.

Per potersi assicurare una posizione favorevole, sin dalle prime ore del pomeriggio vengono sistemate le sedie in modo da potere godere comodamente le canzoni.

La ricorrenza del 1998 è stata valorizzata dalla "rievocazione storica" del ritrovamento della "pietra", con personaggi in abiti d'epoca, in una esaltante cornice scenografica, vivacizzata dai canti di un gruppo folkloristico e dal tintinnìo dei sonagli di un carretto sfarzosamente addobbato.

Si è svolta davanti alla Chiesa di Maria SS. di Costantinopoli e sulla scalinata della villa comunale, dove è stato riprodotto l'ambiente naturale del torrente Ladro. Sono stati vissuti momenti di intensa emozione e di religiosa contemplazione. La rievocazione, ripetuta nei due anni successivi, non si è trasformata, purtroppo, in un appuntamento di considerevole interesse religioso e civile che avrebbe apportato nuova luce alla genesi della devozione e prospettive al paese.


Nicolò Sangiorgio


Note del Coordinatore dello “Sportello delle civiltà”:

- il testo pubblicato è stato tratto dal libro Lercara Friddi – Feste e tradizioni” del prof. Nicolò Sangiorgio, storiografo e ricercatore.

- nella foto, la pietra con l’immagine della Madonna di Costantinopoli.


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