Emigrazione: Note storiche per non dimenticare (4^ parte)

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Radici & Civiltà

Pubblicato il 02/10/2009
<b>Emigrazione: Note storiche per non dimenticare</b> (4^ parte)

Emigrazione: Note storiche per non dimenticare (4^ parte)

Questo dossier, pubblicato da www.italiaestera.net (Il giornale degli Italiani nel mondo), è stato suddiviso per comodità di consultazione nelle seguenti altre parti, in aggiunta alla quarta qui pubblicata:

L’attuale presenza italiana nel mondo

Chi sono, da dove vengono, come vivono gli italiani all’estero

I “pionieri” dell’emigrazione

Le seconde, le terze e le quarte generazioni

I nuovi migranti

L’economia globalizzata e il ruolo degli italiani all’estero

Per un nuovo legame culturale a livello transnazionale

Cittadinanza, partecipazione, tutela sociale e associazionismo







Gli italiani all’estero: solo persone di successo?

È sbagliato ritenere che l’emigrazione italiana sia sempre stata una storia di grande successo. Si emigrò per bisogno, bisogno dei singoli e del paese. Anche l’accordo italo-belga del 1946 “carbone in cambio di manodopera” attesta, significativamente, che si vivevano tempi di grande miseria. Molte volte i migranti italiani furono apostrofati con termini spregiativi, spesso legati alla loro origine meridionale e al loro basso grado di istruzione. Negli Stati Uniti, per scrollarsi di dosso l’atteggiamento di disprezzo dei locali, molti italiani americanizzarono i loro cognomi, magari sopprimendo semplicemente la vocale finale, e arrivarono anche a diventare protestanti. La stessa Direzione Generale di Statistica ricorda le difficili condizioni del passato in una definizione del 1914, dove i migranti vengono qualificati come quelli che viaggiano in 3a classe per oltrepassare lo stretto di Gibilterra e il Canale di Suez.

Molte e diffuse furono le difficoltà incontrate in fase di accoglienza. I sardi, che andarono a lavorare nelle miniere del Belgio, vennero sistemati nei campi di concentramento in precedenza destinati ai prigionieri nazisti; anche in Germania molti italiani furono a lungo alloggiati in baracche. E non sono certo questi gli unici esempi.

Gli italiani andarono a inserirsi nei settori lavorativi più umili: alla fine dell’Ottocento in Germania costruirono la ferrovia nella Foresta Nera; furono protagonisti del traforo del Sempione, inaugurato nel 1906 come il più lungo tratto ferroviario sotto montagna; affrontarono attività pericolose, come la costruzione della diga di Mattmark, che nel 1965 si trasformò in una grande tragedia. I lombardi che emigrarono tra l’‘800 e il ‘900 negli Stati Uniti e in Canada attraversarono l’Oceano per lavorare (e a volte morire) nelle miniere, spesso accompagnati dai figli: secondo una legge americana dell’epoca infatti ogni minatore poteva farsi aiutare, come assistente, da un minore di 8-12 anni. Nella miniera di carbone di Monongah (West Virginia) si verificò nel 1907 un crollo ancor più drammatico di quello di Marcinelle e furono almeno 361 le vittime, di cui 171 gli italiani.

Altri andarono alla ricerca dell’oro in Canada e negli Stati Uniti, a volte trovandolo e a volte no. Altri ancora, vittime di soprusi sul lavoro, si dedicarono alla lotta e alla tutela dei loro compagni, finendo con l’essere schedati come sovversivi: questo avvenne, ad esempio, negli Stati Uniti all’inizio del secolo scorso.

Molti degli italiani all’estero subirono anche dei rovesci di fortuna, come ricorda emblematicamente il caso del Sudafrica e ancor di più quello dell’America Latina, dove oggi la povertà è una realtà molto diffusa anche tra i nostri connazionali. In Romania, dove la nostra emigrazione tradizionale affonda le radici nel diciottesimo secolo, diversi protagonisti dei flussi del passato si trovano oggi in situazione di povertà e ciò contrasta con i vantaggi di cui godono i migranti al seguito delle imprese, protagonisti delle migrazioni più recenti.

I paesi esteri non sono più gli eldorado dei tempi in cui si partiva in cerca di fortuna.
Colpisce, ripensando ai sogni che l’Argentina alimentò nel passato in tanti migranti italiani, che oggi vi siano persone costrette ad arrangiarsi, facendo la fila al Consolato italiano per conto di quelli che devono sbrigare le pratiche (i cosiddetti coleros) o dedicandosi, come i cartoneros, alla raccolta del cartone in cambio di pochi spiccioli (20-30 pesos). Del resto anche nella ricca Svizzera si è scoperto che un settimo della popolazione totale si colloca al di sotto del livello di povertà.

Spesso poi gli italiani si sono distinti, se non per ricchezza, quanto meno per perspicacia: Salvador Allende, il futuro presidente del Cile, da studente era solito andare a parlare di politica con un anziano anarchico italiano, emigrato nel paese latino-americano, dove lavorava come calzolaio.

È anche vero, però, che sono italiani o di origine italiana molte persone di successo che svolgono ruoli di grande prestigio nei diversi contesti di riferimento. Una delle espressioni più significative di riuscita sono i parlamentari di origine italiana eletti all’estero (359). Prevale il Brasile con 63 parlamentari, seguono l’Uruguay con 56 e l’Argentina con 39. Essi sono originari per il 48% dalle regioni del Nord, per il 35% dal Meridione e per l’11% dal Centro. A livello regionale il primato spetta al Piemonte, con 53 parlamentari (15,5% del totale), seguito dalla Campania e dalla Liguria. Ad essere eletti più facilmente sono i professori universitari e gli avvocati (ciascuna categoria un sesto del totale); non aiuta, invece, essere lavoratori dipendenti, militari, sportivi, assistenti sociali e artisti (1 su 100 eletti) e neppure essere sindacalisti (1 su 70).

Per curiosità, tra le donne di successo ricordiamo Lisa Caputo Nowak, membro della marina militare statunitense e prima donna d’origine italiana ad essere andata nello spazio, e Sonia Maino, originaria di un paesino nel Veneto, diventata moglie di Rajiv Gandhi e attualmente importante dirigente del Partito democratico indiano.

Oggi, in Argentina e in Brasile più di un quinto degli italiani residenti sono imprenditori e molti altri sono lavoratori autonomi e professionisti: nello Stato di Rio Grande do Sul, in Brasile, su 10.641 aziende, 4.512 sono intestate a imprenditori di origine italiana. In Uruguay un quarto delle aree agricole del paese appartiene agli italiani. Sempre in Brasile si riscontra una singolare coincidenza per la quale le aree di maggiore insediamento dei nostri connazionali (Sud e Sud-Est del paese) sono quelle a più alto sviluppo sociale ed economico e contribuiscono, da sole, ai tre quarti del prodotto interno lordo. Il Sud America è stato anche la culla del commercio italiano all’estero: nel 1883 è stata fondata la prima Camera di Commercio fuori dai confini nazionali a Montevideo, mentre la seconda è stata fondata l’anno successivo a Buenos Aires.

Nello stato di New York più di un terzo della popolazione di origine italiana è costituita da manager e liberi professionisti e in tutti gli USA sono circa 25.000 i ristoranti italiani. Invece, in Germania, Svizzera e Belgio la realtà imprenditoriale è molto meno diffusa e circa i due terzi degli italiani residenti sono lavoratori dipendenti.

(DAL RAPPORTO MIGRANTES – marzo 2007)
 
 


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