Emigrazione: Note storiche per non dimenticare <1^ parte)

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Pubblicato il 03/10/2009
<b>Emigrazione: Note storiche per non dimenticare</b> <1^ parte)

Emigrazione: Note storiche per non dimenticare <1^ parte)

Questo dossier, pubblicato da www.italiaestera.net (Il giornale degli Italiani nel mondo), è stato suddiviso per comodità di consultazione nelle seguenti altre parti, in aggiunta alla prima qui pubblicata :

L’attuale presenza italiana nel mondo

Chi sono, da dove vengono, come vivono gli italiani all’estero

Gli italiani all’estero: solo persone di successo?

I “pionieri” dell’emigrazione

Le seconde, le terze e le quarte generazioni

I nuovi migranti

L’economia globalizzata e il ruolo degli italiani all’estero

Per un nuovo legame culturale a livello transnazionale

Cittadinanza, partecipazione, tutela sociale e associazionismo


Per consultarle, vai ai rispettivi link della pubblicazione di rinvio, facendo doppio click QUI


(1^ parte )

L’emigrazione italiana non è stata una realtà né isolata, né remota nel tempo. Anche i ricchi paesi del Nord e del Centro Europa hanno conosciuto un grande esodo. Nel periodo 1845-1915 i flussi diretti oltreoceano erano composti per il 40% da britannici, il 16% da italiani (allora in buona parte originari del Nord), il 13% da tedeschi e, in misura minore, da persone di altri paesi, quali l’Austria-Ungheria, la Spagna, la Russia e i paesi scandinavi. Tra il 1900 e il 1920 furono circa 20 milioni gli europei che partirono alla volta del continente americano e anche di più furono i migranti europei del secolo precedente, al finire del quale l’Italia andò assumendo un protagonismo sempre maggiore.
Questi flussi sono continuati anche nella seconda metà del secolo scorso e hanno rappresentato un fattore di primaria importanza per l’evoluzione del nostro paese. Nel ventennio 1950-1970 l’Europa diventa lo sbocco principale e assorbe quasi il 70% degli espatri.

Negli anni ’60, tra i flussi in uscita (in media 264.000 l’anno) e quelli di ritorno, si arriva al coinvolgimento annuo di circa mezzo milione di persone. Il 1961 è l’anno del maggior numero di espatri (387.000), mentre nel 1962 si tocca l’apice per quanto riguarda i rimpatri (229.000). In quegli anni, come nel decennio precedente, sono intense anche le migrazioni interne, che portano i cittadini del Meridione e del Nord-Est a spostarsi verso le regioni del Nord-Ovest per sostenerne lo sviluppo. Al censimento del 1961, circa 6 milioni di persone (ovvero 1 italiano su 10) risiedono in una regione diversa da quella di origine.

Nel decennio successivo (1961-1970) gli italiani inviano in Italia dall’estero ben 8 miliardi di dollari, di cui il 55% al Meridione: la Sicilia, nel 1970, si colloca al primo posto con una quota del 16%. Ma anche in precedenza l’impatto delle rimesse è notevole e nel 1924, queste somme arrivano a costituire il 30% delle entrate della bilancia commerciale. Questo fiume di denaro è servito per finanziare l’acquisto delle materie prime e assicurare una disponibilità di credito agli Enti locali, come anche a migliorare la vita nel Meridione, affrancare le famiglie degli emigrati dai debiti contratti con gli usurai, coinvolgere le donne rimaste a casa nella gestione dei conti correnti, mentre non è stato funzionale al pieno decollo del Meridione, anche a causa del frazionamento dei terreni in piccole proprietà, di una coltivazione scarsamente innovativa e delle ridotte dimensioni del commercio.

Infine, cambiati i tempi, nel 1998 le rimesse degli stranieri in Italia (292.153 euro) hanno superato quelle degli emigrati (276.312 euro). Nel periodo tra il 1970 e il 1999 l’Italia, comunque, ha ricevuto 28,5 miliardi di dollari dai suoi emigrati, mentre oggi i flussi sono di 233.000 euro in entrata e di 2.093 milioni di euro in uscita.

Il 1975 è l’anno simbolo dell' ”inversione di tendenza”, con i rimpatri che superano complessivamente gli espatri di oltre 30.000 unità (123.000 i primi, 93.000 i secondi). Negli anni ’80 la media delle partenze è pari a 80.000 unità e altrettanti sono, in media, i ritorni; negli anni ’90 si registra un ulteriore calo, con una media annuale che scende a circa 50.000 unità per le partenze e a circa 42.000 per i ritorni. Nel 2001 e nel 2002 le partenze sono, rispettivamente, quasi 47.000 e 34.000, i rientri 35.000 e 44.000, e anche attualmente non ci si discosta da questi numeri.

Tra chi rientra vi sono anche i “vecchi” emigrati giunti all’età della pensione, che preferiscono vivere in Italia, o fanno la spola con il paese d’emigrazione dove vivono figli e nipoti. Tra chi emigra vi è il personale al seguito delle aziende (la cosiddetta emigrazione tecnologica), diretto principalmente verso i continenti africano e asiatico. Intanto si ingrossano i flussi degli stranieri che arrivano in Italia e si aggiungono a quelli già insediatisi, tendenzialmente al ritmo di 300.000 unità l’anno, tanti quanti erano gli italiani diretti all’estero negli anni più intensi del Dopoguerra.

Molti sono gli italiani che si trasferiscono all’estero senza effettuare la cancellazione anagrafica, perché intenzionati a spostarsi inizialmente per brevi periodi, mancando la certezza di poter trovare al di fuori dei confini nazionali, migliori possibilità di inserimento. Si stima, ad esempio, che 23.000 giovani italiani si rechino annualmente in Germania in cerca di lavoro, perlopiù senza cancellarsi subito dal comune di residenza. Numerosi sono anche i lavoratori e i tecnici, solitamente tra i 30 e i 40 anni, che restano all’estero solo il tempo necessario per finire i lavori presi in appalto dalla propria azienda o per ultimare la missione presso le strutture produttive delocalizzate, specialmente nell’Est Europa, con incarichi solitamente inferiori ai 6 mesi.

Per un curioso ritorno della storia e seppure con numeri più contenuti, il Nord, come all’inizio della nostra emigrazione, è nuovamente il principale protagonista dei flussi da e per l’estero, specialmente per l’alto coinvolgimento delle regioni del Nord-Est (32,9% delle partenze e 44,8% dei rientri), mentre a livello regionale è la Lombardia a guidare la classifica relativa al volume dei rientri (13,8%), mentre la Sicilia prevale per le partenze (17%).

Anche le migrazioni interne, pur essendosi ridotte, non si sono estinte. Un’indagine condotta su 50.000 laureati del Meridione ha evidenziato che di questi, a tre anni dal conseguimento del titolo, 20.000 sono disoccupati. Dei 30.000 occupati, un terzo lo è al Nord.

Vi è poi lo spostamento temporaneo degli studenti universitari, una migrazione sui generis e dal rilevante impatto culturale. Il programma Socrates-Erasmus, dal 1987 al 2000, ha visto spostarsi 750.000 studenti universitari europei per trascorrere un periodo di studio all’estero.

Nell’anno accademico 2004-2005 dall’Italia sono partiti 16.000 studenti innanzitutto dall’Università di Bologna (1.253) e poi dalla Sapienza di Roma (937) e da Firenze (690); le loro principali destinazioni sono state Spagna (6.000), Francia (2.600) e Germania (1.700).


(DAL RAPPORTO MIGRANTES – marzo 2007)


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