Italiani alla seconda (generazione)/1 <br>L' italian dream e le incertezze della doppia identità

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Radici & Civiltà

REDAZIONE RADICI & CIVILTA` REDAZIONE RADICI & CIVILTA` Pubblicato il 03/10/2011
<b>Italiani alla seconda (generazione)/1 <br>L' italian dream e le incertezze della doppia identità</b>

Italiani alla seconda (generazione)/1
L' italian dream e le incertezze della doppia identità


dal quotidiano "La Republica" - 28 settembre 2011, pagina 49 - 51 sezione: R2

Sono due le identità che le seconde generazioni di immigrati musulmani sentono come proprie, quella di origine e quella di destinazione, ma sono due anche le Italie che risultano da questa indagine sociologica di Abis: due Italie più lontane tra loro di quanto non siano lontane la nostra penisola dalla costa maghrebina.

La prima Italia, quella dove arrivarono i padri di questi ragazzi e ragazze, era accogliente, ricca, e più che ricca, in crescita; la seconda, dove si trovano ora, è chiusa, un po' razzista e, più che povera, in declino. Quando i genitori varcavano le nostre frontiere, magari negli aeroporti con il visto turistico, o in auto da Trieste, mescolati al ritorno-vacanze, o avventurosamente via mare, noi eravamo comunque "Lamerica", di cui al celebre film di Amelio, intravista nebulosamente nelle pubblicità di Rai Uno («e mia mamma - dice qui una ragazza guardava la tv anche per imparare bene la lingua»), adesso l' Italian dream lascia il posto a pensieri grigi, anche se i giovani cresciuti qui si sono intanto affezionati, si sentono italiani, ma non sono pienamente accettati, come tali, né di fatto né di diritto, perché la differenza pesa nella vita di tutti i giorni («ci specchiamo nello sguardo degli altri») e una legge sulla cittadinanza che riconosca come italiani i bambini che nascono qui è di là da venire.

La doppia identità ha un valore aggiunto, per chi ce l' ha, ma se un tempo la forza di attrazione delle nostre città era irresistibile per ragioni economiche, oggi questa duplicità diventa incertezza sul proprio destino. Da una parte, qui, in Italia come in gran parte d' Europa, l' economia si sta arenando, dall' altra, nei paesi arabi ci sono le promesse di un risveglio di libertà, il che fa la prospettiva di un ritorno meno impensabile.

E poi chi ha studiato qui ora somiglia ai suoi vicini di casa: ci sono nuove ambizioni, più alte di quelle dei genitori, e quanto maggiori sono le ambizioni tanto più cresce la frustrazione; molti non accetterebbero oggi gli stessi lavori fatti dai genitori e si sentono «doppiamente penalizzati» per essere trattati da stranieri e musulmani; il che apre una finestra sul baratro di ignoranza che spesso separa le famiglie di provenienza islamica dai nostri connazionali, con le ragazze che devono spiegare il perché e il per come del velo, che non necessariamente rappresenta una imposizione della famiglia, ma è una scelta di cui spesso sono fiere a Torino come al Cairo, e con le spinose discussioni sulle moschee e sui luoghi di preghiera, e tutti quei casi in cui scatta la reazione per cui, preghierao non preghiera, chiedono rispetto per una cultura che è una parte del loro essere.

Su circa cinque milioni di immigrati in Italia, quasi un milione sono minorenni e, di questi, più della metà è nata qui. I musulmani sono circa un terzo. Si tratta di una porzione importante dell' Italia prossima ventura, che dovrebbe entrare a pieno titolo dentro un realistico e dinamico progetto di Italia. Non sono gast-arbeiter, lavoratori «ospiti» temporanei come molti italiani che andarono in Germania nel dopoguerra contribuendo al miracolo tedesco, sono residenti che attendono di diventare parte a pieno titolo dell' economia, della fiscalità e del discorso pubblico italiano.

Avrebbero bisogno di una politica capace di tracciare con chiarezza il disegno di una cittadinanza inclusiva, con la stessa forza con cui il poco - per questo - citato John F. Kennedy affrontò e vinse la campagna elettorale del 1960 contro Nixon assumendo l' immigrazione come un punto di forza per la ricostruzione del primato americano, minacciato dall' Urss. La sua riforma dell' immigrazione, realizzata da Johnson, cambiò la faccia degli Stati Uniti. La destra, in America e dovunque, ha sempre usato l' immigrazione come perno delle sue retoriche minacciose.

L' errore di molte forze politiche progressiste è quello di piegarsi sotto questa pressione e di non pronunciare discorsi chiari sul futuro che ci attende, sui compiti difficili di una politica di integrazione delle minoranze, sulle pratiche interculturali che devono diventare parte della nostra vita civile: la promozione della vita associativa delle minoranze, la sollecitazione di tutti i momenti della vita pubblica che aiutano il dialogo, gli incontri di cultura che promuovono la conoscenza reciproca, gli scambi da intensificare con i paesi di origine e in tutto il Mediterraneo.

Molta è l' ignoranza da diradare intorno alle differenze culturali che attraversano la nostra società. E lungo è il cammino che porta a diffondere un' idea della vita civile in cui la doppia identità di un cittadino, per cui si possa diventare marocchini-italiani o turchi-tedeschi a pieno titolo davanti all' anagrafe, non è una stranezza temporanea, ma un corredo permanente della modernità plurale nella quale ci troviamo a vivere.


GIANCARLO BOSETTI


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