Marsyas and Apollo

Radici & Civiltà

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DIDACUS DIDACUS Pubblicato il 16/03/2012
<b>Marsyas and Apollo</b>

Marsyas and Apollo

(Marsyas under Apollo's punishment;
İstanbul Archaeology Museum)



Sampugnedda, sona, sona,

e si tu nun vo’ sunari,

ia ti pigghiu pi’ un piruzzu

e ti iettu nna lu puzzu.

Chistu è lu mari e chistu è lu puzzu,

chistu è lu mari e chistu è lu puzzu.

Facci di pala, facci di bedda

pi’ sunari la sampugnedda.

Facci di pala, facci di bedda

pi’ sunari la sampugnedda



“Era il maggio odoroso…” e tu, nei lunghi e azzurri pomeriggi, lasciando libro di lettura e sussidiario, andavi ad immergerti nella verde campagna. Uomini e bestie, ristorati dal tepore, profumo e verzure di maggio, si sdilinquivano sui prati. Ti accompagnavi all’amico per andare ad ammarrare Pippiné (zò, zò, Pippinè!), la capretta del vicinato, o alla nonna o ad altra anziana donna, che ti conducevano seco per compagnia, a Li sauchi, a Tirdinari, o a Li Sancisuchi, e ti istruivano su quel che, in una campagna bella, ma ancor priva di frutti, era già commestibile: piscialasini, cacucciuliddi sarvaggi, che tu mondavi col coltellino a serramanico , comprato alla prima fiera di maggio, e ti iniziavano, da buone e poetiche maghe, ai misteria e ai sortilegi di primavera, rivelandoti formule magiche per apprestare un effimero strumentino a fiato, a conforto del già polveroso cammino, con tenera jna , scippata dai bordi della strada, rigogliosi di spine ed erbe e fiori, bianchi, gialli e vermigli…

Prendevi parte dello stelo di jna, dal nodo in giù; premevi, con delicatezza, in modo che si formassero delle sottili incrinature verticali, e, poi, spingendo e tirando, altrettanto dolcemente, coi suoi due estremi, tra indice e pollice:



Sampugnedda, sona, sona,

e si tu nun vo’ sunari,

ia ti pigghiu pi’ un piruzzu

e ti jettu nna lu puzzu.



E, puntando il pezzo di jna, probabile zampogna, a seguito di una ricattatrice e minaccevole magia, verso un mare e un pozzo virtuali:



Chistu è lu mari e chistu è lu puzzu.

Chistu è lu mari e chistu è lu puzzu.



Rotolando, poi, tra le mani, come per farla rinvenire, ma, in realtà, perché la tecnica lo richiedeva, per un riassetto dell’arnese, opponendo, ora, come in una rustica pedagogia, fatta di buone e di cattive, l’amorevolezza ai modi bruschi di prima:



Facci di pala, facci di bedda,

pi’ sunari la sampugnedda.

Facci di pala, facci di bedda,

pi’ sunari la sampugnedda.



Parole, rassicuranti, nel tono, ma misteriose, nella sostanza, sul cui effettivo significato ancora m’interrogo quando mi sorprendo a ripetere l’atto, in qualche recente e forse meno felice primavera…

Oppure ti insegnavano la tecnica per far suonare uno strumentino più fino e di una magia più sottile, senza parole, ma pregna di significati, pei modi circospetti e diffidenti, e per gli effetti che il suono, come il sibilo di un serpentello, produceva…

Tagliavi lu taddu di jna con una tacca verticale, servendoti del ruvido filo con cui ciascuno del corteggio di ziti è legato alla graminacea, che noi usavamo in un altro giuoco di primavera, lanciandone una manciata sulle spalle a qualche ragazzina, che se ne schermiva, fuggendo, per vedere quanti ziti le rimanevano attaccati al corpetto, col loro musetto affusolato…Insufflavi, poi, e veniva fuori, ancor prima che tu lo percepissi, un sibilo sottilissimo, che, per simpatia, o “Come augel per suo richiamo…”, attirava scursuna e serpentelli…

E, quando si ritornava, manu manuzzi cu la zz’Annuzza o cu la zza Calidda, attraverso i ghirigoranti viottoli, battuti, a quell’ora, dagli zoccoli delle bestie da soma, riportanti a casa i lor padroni, e si giungeva sul terrazzo di La vasca o a La serra di lu zzi Tufaniu, si vedeva il paese di diecimila anime, ancora fumante pegli innumerevoli comignoli che sovrastavano focolari dove le donne aggiungevano paglia, in attesa dei loro congiunti, ed altre già scodellavano, e l’odor di minestra, misto a fumo, giungeva fin là…

Erano gli anni del secondo dopoguerra, prima della grande emigrazione nel Nord Italia e nel Nord Europa e prima della seconda emigrazione in America.


Didacus


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