ECCE HOMO

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LO BLUNDO CLAUDIA LO BLUNDO CLAUDIA Pubblicato il 04/04/2012
<b>ECCE HOMO</b>

ECCE HOMO

L'uomo iniziò a salire!

Trascinava i suoi passi uno dietro l'altro e la stanchezza che si era impadronita della sua persona gli faceva desiderare la morte.

Avrebbe voluto farla finita lì, ai piedi di quel monte dove tre croci svettavano in una sofferenza che, adesso, gli appariva tanto disumana quanto inutile.

Una piccola folla, allontanata dalle croci, piangeva:
“Perchè sei lì, o Nazareno, a che cosa è servito seguirti, ascoltare le tue parole che per troppo poco tempo hanno riempito di speranza i nostri animi? A cosa ti ha portato l'applauso della folla vociante quando ti seguiva, agitava le palme al vento e buttava i suoi cenci a terra perché il tuo asino li calpestasse? A cosa è servito, o Nazareno? Le nostre speranze stanno morendo con te!”.

L'uomo continuava a salire; il dolore delle pietre feriva i suoi piedi divenuti pesanti come macigni e li rendeva più doloranti dell'inutile tormento che sentiva spuntare da qualche parte nel suo cuore.

Poi l'uomo si coprì il capo con il mantello, non perchè avesse freddo né per la pioggia che iniziava a scrosciare in un turbine di vento, di pietre e saette che laceravano la terra con una furia pari alla disperazione che solo un grande dolore può dare.

L'uomo si coprì quasi che quel gesto fosse sufficiente a nascondere, non solo agli altri ma principalmente a se stesso, la propria colpa per l’enormità del folle gesto che, ora lo capiva, aveva compiuto solo per soddisfare la propria cupidigia: lui, che in quel momento si sentiva la più miserevole parte di umanità, sapeva di essere responsabile di quella morte!

Allora lo colse il folle bisogno di poter espiare la colpa se ciò fosse stato sufficiente a far tornare tutto come prima, quando, orgoglioso tra i prescelti, si compiaceva della folla osannante che seguiva il Nazareno, fiduciosa dei suoi miracoli e dell'avverarsi di un sogno: quello dell'avvento di un regno il cui capo non fosse più Erode, che godeva gozzovigliare con pochi intimi lasciando la maggior parte del popolo nella miseria, ma un regno guidato da un capo giovane, altruista, sempre disposto a banchettare con prostitute e peccatori, sempre disposto a dare una mano ai sofferenti pidocchiosi che, sollevati dalle loro miserie, per tutta la vita avrebbero steso volentieri i loro cenci, ormai divenuti mantelli, perchè Lui, il Capo, li calpestasse con i suoi piedi

Aveva tradito il suo Maestro!

Solo allora comprese di essere stato una sciocca pedina che aveva assecondato il timore degli ‘altri’.

“Che folle!” si disse “Che cosa hanno ‘temuto‘ gli altri? Come mai non hanno capito che ‘Lui’ non sarebbe mai divenuto capo di una nazione? Non ne aveva la stoffa! Lui era troppo buono, Lui era come il raggio di sole che solo quando é alto allo zenit riesce a rischiarare le miserevoli catapecchie del nostro popolo, Lui era tutto questo ma non aveva la stoffa del capo: hanno avuto paura di Lui ed hanno potuto prenderLo perché io ho tradito!”

L'uomo saliva: sentiva un peso greve sul proprio cuore!

La morte gli stava dinanzi e lui si sentiva responsabile impotente di quell'inutile sfacelo. Oltrepassò la piccola folla, si spinse più avanti che poté verso i piedi della croce, e allora scorse Maria!

La madre piangeva e in un dondolio ossessivo cullava le braccia che stringevano il nulla; piangeva e nessuno osava toccarla, parlarle: cosa poter dire dinanzi ad un dolore così grande!

Poi la madre alzò gli occhi verso il figlio: come glielo avevano ridotto!
Il figlio piangeva e soffriva; sapeva di dover offrire al Padre quella sofferenza per la quale era venuto, ma la sua umanità non vi riusciva!

Allora il figlio guardò la madre, la madre guardò il figlio e nel profondo dei suoi occhi lo rivide bambino, piccino tra le proprie braccia quando lo cullava, lo abbracciava e sognava per lui un futuro, non sapeva quale, le madri non lo sanno: per lui sognava il futuro migliore. E il Figlio negli occhi della madre si vide cullato, baciato, abbracciato, sentì che il bene della madre cancellava la cattiveria di tutti gli uomini, e allora dimenticò la croce, dimenticò le piaghe, chiuse gli occhi in un sorriso e morì!

L'uomo si sorprese a provare un acuto dolore al cuore, insopportabile, come se la lama di un pugnale glielo stesse dividendo in due e capì che una ferita come quella, più forte di quella, stava lacerando il cuore della madre e pensò che lei ormai non avrebbe più voluto vivere perché non le serviva più a nulla: la sua creatura, la sua vita, era andata via.

L’uomo vide che la madre si raggomitolava in se stessa; non udiva alcun lamento ma nel proprio animo percepì un grido di dolore e, mentre i suoi pugni chiusi martellavano l’agitato pulsare delle tempie colte dall’improvvisa consapevolezza del suo inutile rimorso, temette che anche lei potesse morire.

Non immaginava quanto quel pensiero fosse vicino alla realtà.

La madre, senza un lamento ma con un grande intimo grido disperato era stata sul punto di morire poi, in quel momento di immenso strazio, in cerca di aiuto aveva alzato lo sguardo sulla piccola folla e allora aveva ricordato quando in una notte stellata, in una misera stalla, felice e giovane mamma aveva offerto il proprio neonato bambino alla folla accorsa per vedere il prodigio di quella nascita. Era una scena ben diversa da quella che si svolgeva in quel momento: ora non c’erano stelle brillanti né cielo sereno, non c’era gente curiosa e festante, c’erano soltanto lei, suo figlio e pochi fedeli impauriti. A quel ricordo, aveva compreso che una Madre non può morire per la morte di un figlio e lasciarne orfani altri, e così, mentre mani pietose glielo deponevano tra le braccia, aveva trovato la forza per offrire il Figlio tanto amato alla folla rimasta su quel monte nonostante la pioggia, nonostante le angosce della terra: offrì quel corpo senza vita e offrì se stessa ubbidiente alle parole di Gesù: “Ecco i tuoi figli!”

Un bagliore illuminò il monte; la madre alzò la testa, lentamente volse gli occhi e vide l’uomo; l'uomo, allibito, guardò lei!

Allora la madre protese verso di lui le braccia che reggevano il Figlio e lui vide dinanzi ai propri occhi una scena che aveva sentito narrare tante volte: una giovane madre, felice, offriva il figlio alla folla che fiduciosa si era recata alla misera capanna per salutare il neonato Gesù!

La madre, adesso, offriva il Figlio a lui ma lui non seppe capirla, temette un rimprovero: guarda come Lo hai ridotto!

Si allontanò con lo sguardo fisso a terra mentre il suo passo si faceva più pesante e strascicato sotto il rimpianto per una colpa che non avrebbe potuto mai dimenticare: tutto questo fu troppo per lui!

Si allontanò nella sera tempestosa, sciolse la veste, fece un cappio: il suo cuore vedeva dinanzi a sé il baratro dell'inferno, lo vedeva e lo accettava perché pensava di meritarlo.
“Perché piango? Perché ho tradito!”

Troppo tardi si amareggiava per la propria stupidità che gli aveva impedito di capire per tempo a cosa lo avrebbe condotto quel tradimento!

Era preferibile morire piuttosto che convivere con la sua tragica colpa! ”Perdonami Nazareno!”

Mentre la corda, nel suo abbraccio mortale, stava per stringere il collo dell’uomo, gli occhi buoni della Madre si presentarono al suo sguardo: sorrisero come avevano sorriso la notte di trentatrè anni prima nella misera capanna di Betlemme e l'uomo capì!


Claudia Lo Blundo Giarletta
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PRIMO PREMIO al Concorso Letterario Accademia di Paestum - Anno 2002


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