Il cufinaro: un mestiere che va scomparendo

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 13/10/2014
Il cufinaro: un mestiere che va scomparendo

Il cufinaro: un mestiere che va scomparendo

Tutto dipende dall’abilità dell’artigiano che con attenzione intreccia ed annoda la canna.


 


Ci cono “antichi” mestieri che al giorno d’oggi vanno lentamente scomparendo, sono proprio quei mestieri che danno il sapore della campagna, di una vita modesta, fatta di sacrifici, vissuta di tante piccole ma semplici cose. Quello del “cufinaro” è uno di questi “antichi” mestieri. Un tempo l’uso dei cestini di canna intrecciata era giornaliero ed ogni “cufino” aveva un nome ed una forma diversa a secondo l’uso a cui era destinato: se doveva contenere gli attrezzi per innestare la pianta era il “panaro pi’nnesti”, se doveva contenere la ricotta fresca era “a cavagna” o, se serviva per dare la forma alla cagliata del formaggio era “a vascedda”. Oggi questi sono stati sostituiti da materiali di plastica, ed ecco che andando in giro per le campagne si vedono brutti ed antiestetici “cesti” di plastica gialla con stampato il disegno della canna intrecciata ed il manico nero, patetiche imitazioni del “panaru”. Così i “cufinari” vanno piano piano scomparendo e coloro che lavorano la canna con gesti attenti e precisi sono davvero pochi. Entrare nella bottega di un “cufinaro” porta veramente indietro nel tempo. Sul pavimento grezzo, a volte di cotto, alle pareti umide ma luminose, si trovano tantissimi “cufini” dalle forme svariate e negli angoli i fasci di canna che con il suo colore leggermente ambrato e il caratteristico odore dolciastro fanno pensare ai campi soleggiati delle calde estati siciliane.


 


Da una parte il piccolo banco di lavoro anch’esso fatto di canna, dove si trovano pochi attrezzi, in confronto alla grande quantità di “opere” realizzate, perchè tutto dipende dall’abilità dell’artigiano, che con la sua attenzione intreccia e annoda la canna, l’olivastro o il castagno. Ed infine la sua sedia bassa, di legno, dove il cufinaro siede per cominciare il suo lavoro. Don Saro è uno degli ultimi cufinari che nella zona di Catania ancora si dedica a quest’arte. Un vecchietto che, tutte le mattine si alza alle cinque per cominciare a lavorare. Dal suo viso segnato dal tempo e dai suoi occhi stanchi traspare tanta gioia e un velo, non poco evidente, di soddisfazione non appena gli chiedo di spiegarmi come nasce un “cufino”. Così si siede sulla sedia e incomincia a lavorare, mentre con voce fioca mi spiega che la”vria”, la canna è raccolta lungo le rive dei fiumi. Dopo viene misurata e messa a bagno per otto giorni. – “Cosi la posso lavorare come voglio” – continua Don Saro mentre con lo sguardo attento le sue mani continuano a maneggiare la canna con grande abilità e decisione. Il “cufino” viene iniziato mettendo due “vrie”, verghe di olivastro, castagno o melograno, più larghe a forma di croce, per formare la base. A questa si intrecciano le “vrie” più sottili fino a formare una ruota, i lati del “cufino” sono preparati facendo partire altre “vrie” dal centro come dei raggi ed infine vengono intrecciati per formare “a trizza” ed il manico. Vedere Don Saro che si dedica al suo lavoro trasmette tanta emozione. E’ un’artista mentre con passione realizza la sua opera. Il mestiere del cufinaro oggi sopravvive solo per finalità folkloristiche, ed ecco che molti dei suo prodotti fanno bella mostra nei moderni salotti o nei locali alla moda. Si ha però l’impressione di vedere sottovalutata e banalizzata una delle espressioni più belle del nostro artigianato di pregio.


Tutto dipende dall’abilità dell’artigiano che con attenzione intreccia ed annoda la canna.


Ci cono “antichi” mestieri che al giorno d’oggi vanno lentamente scomparendo, sono proprio quei mestieri che danno il sapore della campagna, di una vita modesta, fatta di sacrifici, vissuta di tante piccole ma semplici cose. Quello del “cufinaro” è uno di questi “antichi” mestieri. Un tempo l’uso dei cestini di canna intrecciata era giornaliero ed ogni “cufino” aveva un nome ed una forma diversa a secondo l’uso a cui era destinato: se doveva contenere gli attrezzi per innestare la pianta era il “panaro pi’nnesti”, se doveva contenere la ricotta fresca era “a cavagna” o, se serviva per dare la forma alla cagliata del formaggio era “a vascedda”. Oggi questi sono stati sostituiti da materiali di plastica, ed ecco che andando in giro per le campagne si vedono brutti ed antiestetici “cesti” di plastica gialla con stampato il disegno della canna intrecciata ed il manico nero, patetiche imitazioni del “panaru”. Così i “cufinari” vanno piano piano scomparendo e coloro che lavorano la canna con gesti attenti e precisi sono davvero pochi. Entrare nella bottega di un “cufinaro” porta veramente indietro nel tempo. Sul pavimento grezzo, a volte di cotto, alle pareti umide ma luminose, si trovano tantissimi “cufini” dalle forme svariate e negli angoli i fasci di canna che con il suo colore leggermente ambrato e il caratteristico odore dolciastro fanno pensare ai campi soleggiati delle calde estati siciliane.Da una parte il piccolo banco di lavoro anch’esso fatto di canna, dove si trovano pochi attrezzi, in confronto alla grande quantità di “opere” realizzate, perchè tutto dipende dall’abilità dell’artigiano, che con la sua attenzione intreccia e annoda la canna, l’olivastro o il castagno. Ed infine la sua sedia bassa, di legno, dove il cufinaro siede per cominciare il suo lavoro. Don Saro è uno degli ultimi cufinari che nella zona di Catania ancora si dedica a quest’arte. Un vecchietto che, tutte le mattine si alza alle cinque per cominciare a lavorare. Dal suo viso segnato dal tempo e dai suoi occhi stanchi traspare tanta gioia e un velo, non poco evidente, di soddisfazione non appena gli chiedo di spiegarmi come nasce un “cufino”. Così si siede sulla sedia e incomincia a lavorare, mentre con voce fioca mi spiega che la”vria”, la canna è raccolta lungo le rive dei fiumi. Dopo viene misurata e messa a bagno per otto giorni. – “Cosi la posso lavorare come voglio” – continua Don Saro mentre con lo sguardo attento le sue mani continuano a maneggiare la canna con grande abilità e decisione. Il “cufino” viene iniziato mettendo due “vrie”, verghe di olivastro, castagno o melograno, più larghe a forma di croce, per formare la base. A questa si intrecciano le “vrie” più sottili fino a formare una ruota, i lati del “cufino” sono preparati facendo partire altre “vrie” dal centro come dei raggi ed infine vengono intrecciati per formare “a trizza” ed il manico. Vedere Don Saro che si dedica al suo lavoro trasmette tanta emozione. E’ un’artista mentre con passione realizza la sua opera. Il mestiere del cufinaro oggi sopravvive solo per finalità folkloristiche, ed ecco che molti dei suo prodotti fanno bella mostra nei moderni salotti o nei locali alla moda. Si ha però l’impressione di vedere sottovalutata e banalizzata una delle espressioni più belle del nostro artigianato di pregio.


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