Sull`antica stagione del grano

Radici & Civiltà

Nuovo Regolamento Europeo per la protezione dei dati personali: aggiornamento informativa. Leggi Regolamento Utilizzando il nostro sito Web, si acconsente all`impiego di cookie in conformità alla nostra Politica sui cookie  Accetta i cookie da questo sito
TODARO GIOACCHINO TODARO GIOACCHINO Pubblicato il 19/03/2018
Sull`antica stagione del grano

Sull`antica stagione del grano

L’ aratura  

Solchi su terra  tracciati,
su campi già noti  poco bagnati,
d’aratro tirato da bestie pazienti,
adorni d’arredi  di mani sapienti;
guidato  con lento, sincrono passo,
con  braccio fermo sospinto nel basso.

Nell’aere silente, comandi imperiosi
si levan in alto ad orecchi ormai usi,
seguiti  dal tiro deciso  del morso,
da lievi  tocchi di frusta sul dorso,
incitanti ad un  maggiore vigore
ai passi stanchi che vanno  a morire.

Una sosta, su una pietra, a riparo,
la biada alla mula e per loro ristoro
da quel pane sin  dall’alba sfornato,
d’olive, formaggio e vino rosato
riposto in un legno, ricordo dell’avo,
succhiato come dolce miele dal favo.


La semina


Grano buttato nel solco fumante,
piccole dosi, con fare costante,
da gelide mani di bimbo, tremanti,
avviato così per fame agli stenti;
strappato dai banchi intento a sognare
su quei libri, ora in un canto a marcire. 

Quel grano sottratto  alle dolci fragranze
or seme a cui  tutti affidan speranze,
coperto da soffice coltre, con cura e fatiche,
sottratto alla brama di uccelli, topini  e formiche,
affidato ad un grembo di terra assai generoso,
con l’acqua, la neve, il vento ed il sole soffuso,
germoglia  e la vita vien fuori
con spighe  ai primi tepori.

Mani amorose le prendono in cura
per renderle forti, la vita sicura;
speme di tutti  nel cuore pregnante
che diano quest’anno frutto abbondante.
Col sole di giugno, mature e tèmprate,
eccole  pronte ad esser falciate

La mietitura

Distese ondeggianti di campi dorati,
di giovani e vecchi con dorsi nudati;
schiene dolenti ad estreme fatiche,
in quel  deserto formato di spiche.
Vagare costante di ragazzo provato
per dare ristoro con vino annacquato,
con acqua di pozzo in “quartare” di cotto,
con pane indurito e di qualche biscotto,
alla ciurma per il caldo assetata
ed alla fatica, dall’alba, provata.

Sguardi assoldati sul campo a mirare
su quanti curvati intenti a falciare,
per dare a tutti una voce d’intesa
se la fatica rallenta la resa
Volti grinzosi coperti da ispido pelo,
di braccia, di petto sotto ruvido telo;
alla testa berretti o cappelli di paglia
protèsi allo sforzo per la loro famiglia.

Falange disposta  sul campo a tenàglia,
con falci, forconi, or danno battaglia,
lasciando per terra, con cura allineati,
covoni già pronti ad esser trebbiati.

Donne in gramaglie, di stanza alle case,
lontane da sguardi e brame vogliose,
vere fattrici di pane e di pasta,
di bimbi a dormire in culle di cesta,
che degli “ uomini “  è data  la cura         
d’ un pasto caldo frugale alla sera.

Giovane e vecchio, in luogo appartato,
su letto di fieno, appena accennato,
giacciono inerti, con occhi di fuoco,
presi da febbri di insalubre loco.

La spigolatura

Carretti addobbati, disposti su campi mietuti,
con uomini e donne, da luoghi lontani venuti,
curvati su stoppie, pel sole roventi,
a guisa di frotte di bipedi armenti,
raccolgono spighe, tra stenti ed affanno,
per “fare  la mancia” che occorre per l’anno.

Erranti pei campi, vestiti addobbati
protetti negli arti con cenci usati,
con sacchi alla schiena fissati per l’uso,
la mente, le forze e lo sguardo profuso
in cerca di spighe disperse, con cura,
che mani veloci fan presa sicura.

Volti di genti con altro dialetto
ma dello stesso sentire e nel petto
l’amore alla terra, madre di tutti,
che dà vita e sostiene gli afflitti
e accomunati d’un uguale legame:
lottare allo spasmo a non fare la fame.

Prole lattante, ancor priva di denti,
all’alba lasciata a mani innocenti
di bimba cresciuta prima del tempo
perché la mamma è fuori nel campo.

Pensieri di vecchi rimasti in paese,
adusi, ai tempi, a simili imprese,
sono presenti con loro nel  petto,
ormai numi di casa e d’affetto.

Carretti stracolmi, all’alba su strade sterrate,
riportano  a casa, lontano, persone ora note.
In  tutti si vede  un triste  rimpianto:
dei fuochi di legna accesi al tramonto,
per dare sollievo al corpo e alle membra,
tra canti locali dispersi nell’ombra,
al suono sgraziato di un vile organetto,
piacevole nenia per chi  già  a letto;
di quanti, toccati da intese cristiane,
aveano lor dato dell’acqua e del pane.

La trebbiatura

Ancor pria che tutte le stelle sian spente
ed esploda  nel cielo il sole rovente,
s’avvia, con moto incrociato, del tipo formiche,
con fare veloce, il trasporto nell’aia di spiche.

Porzione di terra, scelta e tracciata,
da mesi all’oblio ed all’incuria tenuta,
abbraccia silente le spiche che lì sono nate,
tenendole  al sole cocente, per esser trebbiate.

 A guisa  “ d’armali “ al circo addestrati e fatti sapienti,
 entrano in pista col  “ massaru “  asini,muli e giumenti
 che saldi tenuti, pel morso, al braccio serrato, percorrono al trotto,
 legati,  il piano tracciato, rubando, ogni tanto dei morsi di spiche
per dare sollievo alle strenue fatiche.

Un tiro di morso, uno schiocco di frusta nel vuoto,
 ed al sincrono cambiano tosto senso di moto.

Braccia forzute attizzano l’aia senza posa;
mamma con bimbo nella tenda canta e riposa.

 Il sole, in alto guardando, di molto è calato;
uomini e bestie or stanchi non hanno più fiato.

Rallenta la corsa, si alza un grido e in alto  una mano:
“ La paglia è già fatta, assieme alla pula c’è il grano! “
 Or si leva, del massaru, la lode a li Santi
a cui fan coro alla prece tutti gli astanti:

- Ringraziamu Cristu Signuri,
ca “n’ ha datu  di putiri finiri;
- e la Madonna Addulurata,
ca  ‘n’ha datu la bon’ annata;
- e San Giuseppi sia puru ludatu,
p’ avirni datu ‘na manu d’aiutu;
- e ringraziamu Santu Pasquali,
lu  protitturi di l’armali;
- e pi San Vincianzu Ferreri,
ca ‘ni guardi di piadi d’arreri;
- Sant’Antuninu ca nni vidi e nni senti,
ca nni guardi di li mala genti;
- di lu paisi la Santa Patruna,
ca nni scansi di lampi e di trona;
- invocamu  di lu cialu tutti li Santi,
ca nni mannanu acqua e nivi abbunnanti;
- e pregamu  Santa Teresa,
ca nni guardi li figghi e la casa;
- a lu Santu di lu cummiantu,
`ca nni manni un buanu viantu;
- e ringraziamu Diu cu tuttu lu sciatu
 pi la saluti e tuttu quantu cci ha datu.


La fatica del giorno è cessata,
or della notte riprende la vita.

Nell’Agorà, opera di  Mano Sapiente,
per scena le stelle e la luna nascente,
latrar di mastini si senton lontani
e d’ armenti all’ovile s’odono i suoni;
di rospi e di rane si leva il gracchiare;
battere d’ali di gufo intento a cacciare.

Baccano di gatti esplode a sorpresa
ad una   preda venuti a contesa.
Batter d’ali nella stia si sente:
una volpe, nella  notte silente,
entra a forza nel chiuso riposto
e si appropria, furtiva, del pasto.

Un rumore  di froge s’ode nel vento,
di bestie dormienti che han preso spavento,
che mette  ansia e paura  nel cuore,
a quanti nell’aia  stesi a dormire.

Sono conigli fuggiti da  tane
e rincorrer  di famelico cane.
Pianto di bimbo  per fame palese,
un lume a petrolio a casa s’accese;
la mamma solerte lo colma d’affetto,
stringendolo forte donandogli il petto.

Or che alla notte vien meno il governo
e la vita è sul fare del giorno,
solenne il fattore sull’uscio di casa,
alla mano chi è  speme sua e di  sposa,
prova a mirare la gravida aia  silente
ed a scrutare il cielo da nord a levante.

Si muove a ritroso e, con poche parole,
consegna alla nonna la piccola prole.

Or siede, con altri, a desinare a  dovizia,
ancor pria che l’opra del giorno  s’inizia.

Attorno a una tavola all’uopo addobbata
con  pane  ed olive e ricotta salata,
con vino, formaggio, uova a frittelle,
fave bollite e cipolle novelle.

Che  grazia di Dio, il  sì tanto vedere!
Per molti, è  dato solo sognare
di sfamarsi anche con pane e saliva
finchè la  speme per ora sia viva.

Il padre,  seduto in un canto,
ha nel cuore il triste rimpianto,
che per il  capo da tempo canuto
non può essere all’aia d’aiuto.

Il sole già alto,  l’aurora lontana,
si leva, gagliarda, la tramontana.
  
Vento che  d’estate si ha  voglia,
per  cacciare  la pula e la paglia,
per dare ristoro dal sole cocente
a tutto il creato e la povera gente.

Fantocci viventi al capo coperti,
col collo fasciato e visi protetti,
al vento che spira loro di fianco
mutando la mano al polso già stanco.

Come  legno nel mare , al levarsi del  vento
in costanza dell’onda  a riva è sospinto;
come in un gioco di squadra si lotta  con grinta,
uno per tutti, perché la partita sia vinta;
così  nell’aia ci sono molti  fermenti,
con forconi, ventilabri, stacci  e tridenti.

Manciate di paglia prese al tridente,
lanciate in alto, pel vento costante,
planano in aria, indi nel basso,
si posan nell’aia a ridosso.

Ventilabri, levati da solida mano,
separan con cura la pula dal grano,
mentre stacci di ineguale misura,
in mani di donne, mossi con cura,
nettano il grano per le macine ad acqua
per fare farina e sfamare ogni bocca.

Irrompe inatteso un tuono lontano,
raggela la schiena, le gambe e la mano
di quanti curvati, tesi a spagliare,
che portano al cielo gli occhi a mirare.

Quel suono, per il mutare del vento,
ora è  vicino e molto distinto.

Starnazzi alla stia, belare di gregge,
s’odono cani e rumori di froge.

Segni ancestrali, pur  privi di bocca,
annuncian così l’arrivo dell’acqua.

Richiami di bimbi a tornare alle case,
accorrer solerte  nell’aia di spose
portando ogni sorta e forma di telo:
strappare il grano alla furia del cielo.

Nei volti traspare un’ansia diffusa
per la minaccia dell’acqua inattesa.

Da vera sfortuna il pensiero vien colto
che vada  perduto l’intero  raccolto.
  
Ma come rotto si fosse un incanto,
l’ancora tosto mutare del vento
sospinge le gravide  nubi  nel mare
ed il sole,  che ritorna a scaldare,
riporta la gioia a tutti gli astanti
che lodano Dio e ringraziano i Santi.

Or che l’opra è ormai al passato
ed il grano nell’aia ammassato,
dopo stenti, ansie, sospiri e fatiche,
congreghe, ciarlatani e formiche,
reclaman, a diritto, ad averne una parte,
loro, che in tutto, sono stati in disparte.

Il sole tramonta in un orizzonte infuocato,
accudite le bestie,  accennando un saluto,
il massaru si pone nell’aia  addobbato
di come negli anni quand’era soldato:
deciso, se occorre, di fare la guerra
per quanto, con grinta,  ha preso alla terra.
_________________                      
Gioacchino Todaro


Viste 515 - Commenti 0
Iscriviti
ed inizia a pubblicare i tuoi contributi culturali