Testimonianze delle comunità aliesi (1860-1932) VIII^ parte

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Radici & Civiltà

Pubblicato il 10/09/2005
<b>Testimonianze delle comunità aliesi (1860-1932)</b> VIII^ parte

Testimonianze delle comunità aliesi (1860-1932) VIII^ parte

Emigrazione verso gli Usa
Testimonianze delle comunità aliesi (1860-1932)



Tesi di laurea della dott.ssa Cristina Guccione.


VIII^parte

CAPITOLO III

2. - A fianco dei connazionali bisognosi di istruzione e di assistenza

L'essenza della missione di Matteo Teresi in mezzo agli emigrati si trova in un saggio titolato L'Amore, che apre la raccolta Con la Patria nel cuore. Si tratta di 17 dense pagine che spiegano con tutta chiarezza il significato e l'importanza di una vita interamente e generosamente dedicata agli altri, agli emarginati, a coloro che erano stati costretti a lasciare la propria comunità d'origine nella speranza di guadagnarsi un pezzo di pane quotidiano.

L'autore, alla fine del saggio, annota : «queste pagine furono scritte in Italia, nella primavera del 1907, mentre mi apparecchiava ad espatriare, e pubblicate assai più tardi con opportune varianti, contengono l'idea madre di tutta la mia propaganda. Fra le amarezze della vita, nel cotidiano contatto con uomini odiosi, sentivo la necessità di educare me stesso, prima che gli altri, all'Amore». Questo saggio ha il valore di un manifesto, tramite il quale l'autore intende programmare la propria vita e, in pari tempo, vuole trasmettere un messaggio per indicare principi e metodi di applicazione capaci di introdurre l'umanità nella strada del progresso morale e civile. Il suo motto, posto a destra, all’inizio dello scritto, è semplice ed efficace: «Love lights the way».

«Non ci illudiamo - egli afferma - di veder sorgere una umanità nuova per virtù di miracolo; alla potenza taumaturgica di dottrine e di profeti non possono oramai credere che gli ingenui e i fanatici. Occorre prima di tutto rifare l'uomo intimo, dando alle nuove generazioni una educazione morale, che possa vincere i pregiudizi e gli interessi di classe, suscitando nel palazzo e nel tugurio un egual desiderio di giustizia e di pace, per cui, naturalmente, dagli estremi della ricchezza sfacciata e dalla miseria torbida di rancori, si passerà al termine medio di una esistenza umana, nel cui ritmo armonico l'anima si acqueta e la gioia fiorisce » . L’ homo novus, secondo Teresi, viene fuori attraverso un processo etico che parte dall’intimo di ognuno. È un’autoricostruzione, quella che gli umanisti, da Savonarola in poi, chiamarono renovatio singuli.

Su tali propositi e speranze si impernia la sua attività in favore degli emigrati che egli, innanzi tutto, vuole educare, scotendone le coscienze, a diventare ottimi e laboriosi cittadini della Patria adottiva e che, in pari tempo, sollecita a essere memori e orgogliosi della Patria di origine sia che essi pensino a un possibile ritorno, sia che decidano di stabilirsi definitivamente negli Stati Uniti d'America. Teresi, in tale contesto ideale, manifesta, tramite i suoi scritti e la sua attività pratica, la volontà di salvare l'italianità e di fare dell'emigrato un degno rappresentante della Patria all'estero. Egli è dichiaratamente contrario al processo forzato e accelerato di «americanizzazione», constatato e denunciato sin dai primi giorni della sua permanenza negli U.S.A.. Teme che tale processo possa annullare la personalità degli emigrati, possa cancellare la loro identità nazionale.

L'avvocato aliese si propone di inculcare nella coscienza degli emigrati che non esiste antitesi tra patriottismo e internazionalismo, tra l'essere italiano e il vivere e il lavorare in America. E fa di tutto per dimostrare che chi sostiene l'esistenza di un contrasto del genere è un esaltato e non fa altro che cospargere il più terribile dei veleni del fanatismo politico. Per lui «Famiglia, Patria e Umanità non sono che anelli di una medesima catena, gradi successivi di un medesimo amore» . Sicché egli cerca di tener viva e rafforzare negli emigrati la convinzione che il sentimento dell’italianità deve stare alla base del loro prestigio e della loro fortuna negli Stati Uniti.

Nel marcare tale sentimento di italianità Teresi parla anche di «razza», ma si guarda bene dal porre l’uno e l’altro termine in contrapposizione con la nazionalità e l’identità delle diverse etnie. Egli era ben lungi dal dare alla parola «razza» il significato e la valenza socio-politica che essa più tardi acquisirà, nel panorama europeo, tramite il linguaggio del tardo fascismo e, peggio, tramite la dottrina e la criminale condotta del nazismo. Anzi è certo che se da lui fosse stata prevista tale e tanta degenerazione, non avrebbe mai fatto uso di quel sostantivo. Eppure l’esule aliese, con tanta amarezza, lamentava che già «race prejudice, selfishly kept alive by those who arbitrarily consider themselves pure breed Americans, compels the Italian immigrant to overcome immense obstacles before he can gain the goal of his ambition in the civic life of this great nation» .

Da questo «race prejudice», secondo Teresi, debbono, ovviamente, difendersi i figli degli emigrati italiani, i giovani italo-americani, ma la loro reazione deve essere effettuata tanto con risoluta energia, quanto con calma riflessiva. E così va fatto per la tutela della propria dignità e del proprio interesse. Occorre, cioè, rifuggire dalla rassegnazione o dal ripiego di quanti tra i giovani decidono di sottrarsi alle conseguenze del deplorabile pregiudizio «by denying their origin, or by repudiating their nationality because they believe it a stigma of shame, is both unbercoming and cowardly» . A suo giudizio non sarebbe, fra l’altro, possibile rinunciare alla razza, che, di per se stessa, è un’eredità, una specie, che ci viene trasmessa dai nostri antenati e che, in particolare, per gli italiani si traduce, senza alcun disprezzo per gli altri popoli, in un titolo d’onore, in un segno di distinzione, di cui bisogna andare fieri.
«Those who – afferma Teresi – thought that by calling us Italians, they were placing upon us a cross of martyrdom and infamy, or a millstone around our necks in order to impede our free movements, will be very much surprised to learn that Italianism is for us the pedestal of an insuperable civic and moral dignity, the «ubi consistam », the source of our efforts, the glorious height from which to take up our flight toward more ennobling goals. The first and simplest form of reaction against race prejudice should emanate from our youths, who should affirm with serene courage : «we are the children of italians, and are proud of it »» . A questa espressione, tanto istintiva quanto vera, avrebbe dovuto seguire e corrispondere, secondo il desiderio dell’esule aliese, la razionale e documentata persuasione di appartenere a una razza che, attraverso la cultura, l’arte e la scienza, ha contribuito nel corso dei secoli ad accrescere la civiltà e il progresso dei popoli.

A tale scopo appariva meritoria agli occhi di Teresi l’opera costantemente svolta negli Stati Uniti dalle Logge Giovanili dell’Ordine Figli d’Italia in America, le quali si prodigavano in tutti i modi, tenendosi anche in collegamento con la Madre Patria, per insegnare agli emigrati e ai loro figli la lingua italiana e la storia dell’Italia. Parallelamente all’istruzione si impartiva un’educazione tendente a valutare e apprezzare il contributo dell’Italia al progresso morale e civile del mondo, senza, con ciò, disconoscere o disprezzare quello che era stato dato dagli altri Paesi. Teresi, per sua stessa formazione, si trovava sulla linea didattica e pedagogica delle Logge Giovanili. E ciò spiega perché egli collaborò assiduamente all’attività di queste e, in pari tempo, fu da queste collaborato nelle sue molteplici iniziative. Ma nella sua azione c’era qualcosa di più del civismo di una struttura organizzativa, pur tanto umanitaria come quelle Logge Giovanili. C’era un principio regolatore, scaturito dalla sua sensibilità di uomo e di socialista d’ispirazione cristiana, ossia quella predisposizione alla caritas che non si risolve nel fare l’elemosina ai pezzenti, bensì nel prendersi cura di quanti, ricchi o poveri, possono avere bisogno del nostro aiuto.

Teresi aveva stabilito la sua residenza in America per «amore » nei riguardi della sua gente e aspirava che questa, a sua volta, si educasse a tale sentimento e ne comprendesse la importanza sociale e politica». Questo – egli sosteneva - è il punto : e nella scelta dei mezzi per raggiungere il fine i lavoratori debbono passare le teorie più tentatrici al filtro dei principi morali, su cui realmente poggia la vita degli individui e dei popoli. E si accorgeranno, allora, che l'amore è più bello e più utile dell'odio; che lo schiavo di oggi, invece di diventare a sua volta tiranno, creando nuovi schiavi e, quindi, nuovi ribelli, deve preferire di essere libero fra i liberi; si accorgeranno che attuare gradatamente il diritto, avanzare continuamente verso la giustizia, è più concludente e più utile che non tentare salti acrobatici nel vuoto di aspirazioni irrealizzabili o estremamente lontane» .
Indubbiamente c'è molta utopia nel messaggio di Matteo Teresi. Ma si tratta di utopia positiva, nel senso che l'autore è cosciente delle difficoltà infrapposte, per la realizzazione del suo progetto ideale, dalla psicologia dell'uomo e dalle situazioni ambientali, ma egli, credendovi fermamente, lo propone come meta a cui l'uomo, se vuole migliorare in dignità e in benessere, deve necessariamente uniformarsi. La meta, in altri termini, può essere irraggiungibile, ma è opportuno che l'uomo faccia di tutto per avvicinarsi il più possibile a essa.

Da questo punto di vista Teresi può essere paragonato a quella generazione di socialisti utopisti di matrice varia, i quali, da Robert Owen a Pierre Proudhon, hanno esercitato, attraverso il sistema delle cooperative e delle associazioni mutualistiche in genere, un'azione di stimolo a vantaggio di una classe lavoratrice duramente sfruttata e umiliata dal vampirismo padronale del secolo XIX. Ma all’utopia del messaggio, in ogni modo, fa da contrappeso il senso realistico con cui Matteo Teresi conduce l’analisi della situazione dei primi emigrati italiani in terra americana. Egli riesce a individuare e a mettere a fuoco i loro veri problemi esistenziali e ambientali. E, da questo punto di vista, la sua produzione pubblicistica, oltre avere indubbio valore letterario, ha anche valore di autentica testimonianza storica.










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