Testimonianze delle comunità aliesi (1860-1932) XII^ parte

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 11/09/2005
<b>Testimonianze delle comunità aliesi (1860-1932)</b> XII^ parte

Testimonianze delle comunità aliesi (1860-1932) XII^ parte

Emigrazione verso gli Usa
Testimonianze delle comunità aliesi (1860-1932)



Tesi di laurea della dott.ssa Cristina Guccione.

XII^parte

CAPITOLO IV


Queste belle storie di emigrati aliesi, le quali non debbono fare dimenticare quelle meno fortunate, servono per meglio comprendere i risvolti sociologici del fenomeno emigratorio, che non deve essere giudicato - come in un primo tempo aveva fatto certa storiografia - in maniera totalmente negativa. Certo, non è uno spettacolo gradevole assistere allo spopolamento e al depauperamento di un centro abitato e vedere, soprattutto, partire i più giovani, ma, fino a quando non c’è altra alternativa e fino a quando proprio alle nuove leve non si offrono adeguate possibilità di lavoro e di affermazione, l’emigrazione, a mio parere, non deve essere vista come una piaga, bensì come la migliore soluzione possibile al problema della disoccupazione, che spesso è anche problema di miseria e di fame.


2. – Alla ricerca delle radici attraverso le tradizioni

Il rispetto delle tradizioni del luogo di provenienza è uno degli aspetti di maggiore rilievo nella vita delle comunità italiane negli Stati Uniti d’America. Da una ricerca effettuata personalmente a New Orleans, a Baton Rouge e in qualche altro centro della Louisina, e da notizie raccolte, per vie diverse, ho potuto constatare che gli emigrati aliesi si sono distinti e si distinguono nel tenersi collegati al comune d’origine anche attraverso la celebrazione di particolari ricorrenze e di riti.

Si tratta, in prevalenza, di tradizioni religiose, ma non mancano quelle laiche di tipo folcloristico. Occorre rilevare che tali manifestazioni si svolgono in maniera molto fedele a quelle alle quali gli emigrati erano soliti assistere o partecipare quando ancora vivevano nel loro paese natio, laddove magari le stesse manifestazioni, a causa di una certa modernizzazione dei costumi, hanno subito modifiche o addirittura sono state ridotte o si sono vanificate. Ciò significa che, se si volesse fare un serio studio sociologico o storico sulle tradizioni locali in Italia, non si potrebbe prescindere dal condurre un’indagine sull’attuale svolgimento delle tradizioni presso le comunità italo-americane in modo da coglierne lo spirito e l’originalità.

Identica argomentazione si può fare in merito al linguaggio, che, relativamente al dialetto siciliano, mi è stato possibile constatare di persona quanto sia diverso da quello che adesso si parla in Sicilia. Molte parole sono incomprensibili ai giovani, come me, nati e vissuti in un’epoca in cui i muovi mezzi di comunicazione, cinema e televisione, hanno fatto strage in Italia (ma anche altrove) dei dialetti e, tra questi, dello stesso siciliano. In occasione di un mio recente viaggio negli Stati Uniti d’America, ho visitato alcune famiglie italo-americane di antiche origini aliesi, residenti negli Stati di Louisiana, di New York e New Jersye, con le quali era più facile capirci in inglese che in siciliano, cioè con il mio monco e italianizzato siciliano.

Torniamo, intanto, alle tradizioni, rifacendoci a precise manifestazioni delle quali siamo venuti a conoscenza e sulle quali è stato possibile raccogliere la relativa raccomandazione. Un valore altamente significativo riveste nelle comunità italo-americane di origine aliese la festività della Madonna delle Grazie, patrona di Alia, ricorrente in questo luogo il 2 luglio. La data della celebrazione non è, per lo più, osservata, in quanto motivi di lavoro costringono gli emigrati a scegliere la giornata di domenica, ma, per il resto, i festeggiamenti sono uguali a quelli che si svolgevano e, per certi aspetti, continuano a svolgersi in paese. Si pensi che ogni comunità dispone di una statua identica a quella che si venera nel Santuario della Madonna delle Grazie di Alia. Sono simulacri realizzati da scultori italiani su commissione di comitati promotori, appositamente eletti o nominati all’interno delle comunità e impegnati anche nella raccolta dei dollari necessari.

Attualmente i centri di maggiore richiamo per la festività della Patrona sono Tickfaw in Louisiana e Hackensack nel New Jersey. Suggestivo un articolo, apparso il 17 luglio 1985, a firma di Laura Deavers, sul «Catholic Commentator», il giornale della Diocesi di Baton Rouge. La giornalista racconta che, con molta devozione, partecipavano al sacro rito oriundi aliesi provenienti da tutte le parti dell’America e, in particolare, da Chicago. Numerosi fedeli, proprio come avviene ad Alia, erano a piedi scalzi per ringraziare la Madonna di qualche beneficio ottenuto o per supplicarla per la concessione di qualche grazia. Gli uomini, per la loro parte, facevano a gara per avere l’onore di portare la statua .

Laura Deavers riferisce anche che, durante la processione, si raccoglievano molti dollari e gioielli che venivano appesi con uno spillo su un nastro pendente dal simulacro e che tali somme sarebbero servite in parte per i bisogni della parrocchia e in parte per i preparativi della festa dell’anno successivo. La giornalista ricorda che questa festa, riallacciandosi a un’antica tradizione di Alia, ebbe origine a Tickfaw nel 1927 a opera della signora Maria La Spica, una donna aliese molto devota alla Madonna, in onore della quale essa si prodigò affinché venisse costruita una cappella .

I festeggiamenti ad Hackensack si svolgono alla stessa maniera. Ma quivi, da qualche decennio, esiste un Comitato permanente addetto al culto mariano. Negli ultimi anni si è anche creato un collegamento diretto con Alia. Si tratta di un vero e proprio gemellaggio che è servito a creare un rapporto con le nuove generazioni e a impegnare le rispettive parrocchie e le amministrazioni comunali. Quella di Alia, durante questi anni, ha inviato ad Hackensack, in segno di solidarietà, una propria rappresentanza in occasione delle solenni celebrazioni. Il gesto è stato particolarmente gradito, tanto che gruppi di emigrati, accompagnati da figli e nipoti nati negli Stati Uniti, hanno ricambiato, a loro volta, la visita. E ciò, ovviamente, per dimostrare la perenne validità di un legame che unisce i «padri pellegrini» aliesi e i loro discendenti, ovunque essi si trovino, con il paese d’origine. Il fatto, oltre all’aspetto religioso, ha una rilevanza culturale e sociale di grande importanza, poiché crea proficue occasioni di incontro e di conoscenze.

Ad Hackensack la statua della Madonna è costantemente esposta nel grande salone delle assemblee della sede sociale della comunità aliese. I soci considerano questo centro come la loro casa. Ecco perché hanno ritenuto opportuno metterlo sotto la protezione della Madonna delle Grazie e collocarne la sacra immagine nel luogo più bello e più frequentato. È qui che essi festeggiano le ricorrenze più importanti dell’anno e, talvolta, si riuniscono anche per i ricevimenti nuziali. Sono circostanze in cui si crea spontaneamente un clima tipicamente familiare e consente l’incontro degli anziani e dei giovani, di coloro i quali partecipano con la nostalgia del paese natio e di coloro che vorrebbero saperne di più sulle loro origini.

Nella sede sociale, attorno alla Madonna, si organizzano spesso serate ricreative e culturali. In una di queste il poeta dialettale Nino Marchiafava, oriundo da Alia e residente a Chicago, ha intrattenuto i compaesani con la recita di alcune delle sue poesie che si richiamano al paese d’origine. La manifestazione, che è stato un successo, ha avuto un’eco nelle altre comunità aliesi degli Stati Uniti, alcune delle quali hanno invitato Marchiafava a tenere un identico recital presso le loro sedi. La notizia, diffusasi ad Alia nella passata estate tramite alcuni emigrati in vacanza, è giunta anche a noi e riteniamo che sia una testimonianza da tenere in conto poiché informa sulla vita sociale di quelle comunità.

Nella serata tenuta ad Hackensack Nino Marchiafava ha esordito con i seguenti versi:

Chi gioia chista sira chi pruvaiu
a vidirvi tutti quanti ni sta sala.
Gente ca nun vidia da trentanni,
lu me cori s’allarga e si fa granni,
e l’uocchi mi sfavillanu comu du’ stiddi;
abbrazzarvi vi vurria tutti quanti
pi’ fari lu me cori cuntenti [...] .


Oltre al valore artistico dell’intero componimento, molto espressiva e
commovente è la finale che il poeta, a mo’ di preghiera, rivolge alla Madonna:
[...]
Madunnuzza mia
bedda e amurusa,
Tu pi nuatri alisi si’ ogni cosa,
si’ lu suli, la luna e la stidda
e si’ priziusa.
Ora Ti prigamu Madunnuzza
pi’ chiddi ca cu nuatri nun su chiù,
ca sutta lu To mantu
sànnu addummisciutu,
portali cu Tia a lu paradisu
e Ti prigamu pi’ nui
e pi’ li figghi ca ci ài datu .



Festa religiosa, ricca di folclore e di sapori gastronomici, è la ricorrenza del 19 marzo, dedicata a San Giuseppe. Ad Alia e negli altri paesi siciliani non ha più la solennità e la partecipazione di una volta. Sembra essere tramontata, tanto che per la Chiesa non è festa di precetto e da qualche decennio è stata declassata a un comune giorno feriale. È questo uno dei casi, come si diceva più avanti, che, per una ricostruzione in senso sociologico o storico, occorrerebbe effettuare un’apposita ricerca in America per cogliere i valori e gli aspetti originali della tradizione.

Per gli italo-americani aliesi, in ogni modo, la festa di San Giuseppe non ha perduto niente dell’antico fascino ed è solennemente celebrata nello spirito dei padri e nel rispetto di ogni particolare religioso e mondano. Ogni anno, nelle e tra le loro comunità, si fa a gara per onorare San Giuseppe e per sottolinearne il titolo di «Padre della Provvidenza», ossia di protettore dei poveri. È d’obbligo. infatti, l’usanza di brandire grandi tavolate di vitto d’ogni genere, con diverse e varie portate, per il pranzo dei poveri, affinché anche costoro, almeno in quella santa giornata, possano essere sottratti alla fame. Si tratta della «tavolata di li virgineddi», ossia della mensa delle ragazze e dei ragazzi appartenenti a famiglie bisognose. Ovviamente, al pranzo, per non lasciare soli i «virgineddi», prendono normalmente parte anche gli organizzatori e i benefattori .

«Celebrated on March 19, St. Joseph’s Feast Day - si legge nel quotidiano The Advocate di Baton Rouge del 13 marzo 1997 - honors St. Jospeh, the patron saint of Sicily. The day is celebrated by preparing an immense St. Joseph’s Altar laden with foods to distribute to everyone in a community, rich and poor alike, in gratitude for blessings». Il giornale, ricordando che la festa fu istituita in Sicilia molti secoli addietro durante un periodo di carestia, sottolinea la devozione dei siciliani a San Giuseppe per averli salvati dalla fame .

«In his honor, - continua - they erected an altar with three levels to present the Holy Trinity. The altar with three levels to represent the Holy Trinity. The altar was draped in white and adorned with flowers. Foods were prepared for the altar, and donations of grain, fruits, vegetables, seafood and wine were added. When erected, everyone from the community was invited to share in prayer and festivity. The costum and devotion continues to this day. Each year, St. Joseph’s Altars are erected throughout South Louisiana [...]» .

La giornalista, Anne Nola, si sofferma, quindi, a descrivere con quale e quanto amore, da un anno all’altro e per parecchi giorni, viene preparata la festività di San Giuseppe, e osserva che i «participants joyously accept this work as a form of sacrifice and a labor of love» . E, poi, con evidente piacere, si diletta a illustrare i piatti che addobbano l’altare in attesa di essere messi a disposizione dei conviviali e che, tuttora, conservano un loro specifico valore simbolico. Ci troviamo dinanzi a un ricco campionario gastronomico della cucina siciliana, nella quale anche i cibi aliesi hanno un posto d’onore .

«The wreath-shaped Cuchidati, - prosegue - large golden brown bread loaves finished with eggwash and topped with sesame seeds, symbolize the Crown of Thorns. Other breads and cookies are shaped like hearts for the Sacred Heart of Jesus and Mary; crosses for the crucifixion; a chalice for the water and wine; palmes; doves; fish; and many more. The usual cookies include biscotti, fig cakes, pignolati (pine coneshaped pastries which represent the pine cones Jesus played with as a child), coconut bars, cannoli, Bibleshaped layer cakes and sfingi (Italian-style beignets)». Una lieve differenza, rispetto alle tavolate siciliane, è data dalla presenza del pesce, che, come è noto, in Louisiana abbonda e, in questa occasione, prevale sulla carne. Ma, in compenso, «Pasta Milanese is the major entree on the altar. The pasta is topped with fried seasoned bread crumbs in place of cheese. The bread crumbs represent the sawdust of St. Joseph, the carpenter. The vegetables are often served in omelets or frittatas, and stuffed artichokes are usually featured. Green fava beans are also served in frittatas or a garlic sauce [...] » .

La «pasta milanese » , denominata ad Alia anche «pasta incasciata» , - cui accenna Nola - non ha niente a che vedere con la cucina ambrosiana. Era un piatto tipicamente siciliano, sostituito in seguito dalla comune «pasta a forno». Solo che, in tempi antichi, non essendoci l’odierna facile disponibilità del forno, si provvedeva a cucinarla sui fornelli e in tegami sui cui coperchi veniva posta la brace viva, proprio per ottenere l’effetto forno.

Ma ecco, nello scenario della festa, un particolare, che non sfugge alla cronista e che ad Alia aveva una rilevante importanza: «Most churches who continue the St. Joseph’s Feast Day tradition will also re-enact the Holy Family coming to dine at the St. Joseph’s Altar. Children often play the roles of Jesus, Mary and Joseph. Sometimes angels or favorite saints will accompany them» .

Ampio resoconto sulla festività di San Giuseppe in Louisiana è fatto anche su «The Cattolic Commentator» del 12 marzo 1997 a firma di Laura B. Duhe che, fra l’altro, rileva che «the faithful also fashion altars laden with traditional foods and dedicated to a saint who according to costum has been kind to Italians » e aggiunge che «in Baton Rouge Diocese and other parts of South Louisiana the tradition of St. Joseph Altars is alive and well, having arrived with immigrants from Sicily and other parts of Italy. Several parishes and organizations continue the tradition by building the elaborate displays of foods» .













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