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Pubblicato il 10/10/2005
<b> a li pumetta</b>

a li pumetta

    Ricordate quando per giocare, tante primavere fa, si parlava di "calamita, chiummittina e funneddi"?
    Molti di voi avranno già riconosciuto, da questi termini dialettali, le espressioni tipiche del "gioco dei bottoni" ovvero, per capirci meglio, "li pumetta". .
    Sembra incredibile, soprattutto per chi scrive, come la generazione che ci ha preceduto riuscisse ad ideare e a organizzare con attrezzi " naturali" e quotidiani, un’ intera serie di giochi e passatempi impegnativi più di quanto si immagini.
    Non si può iniziare a parlarne senza, innanzitutto, sottolineare che, essendo il "bottone" l'arma principale e unica del contendere, a fame le spese erano, inevitabilmente, i pantaloni indossati dagli stessi giocatori, se non addirittura, quelli manomessi a nonni, zii e papà .

    E' questo, infatti, il primo ricordo "comune" che ho riscontrato in tutti quelli, attempati o meno, ai quali ho chiesto di ritornare indietro con la mente e, quasi, di rivivere quelle giornate: "tornavamo a casa la sera, con i pantaloni penzolanti, a tenuti sù con lo spillone, l'acchittèra senza neanche un bottone. . .e li cuorpi chi scippàvamo" !
    Nonostante alcune diverse versioni, il gioco, comunque, tecnicamente si svolgeva, un pò per tutti, allo stesso modo: ad una certa distanza dal muro o da una porta prescelta, si tracciava per terra un piccolo cerchio, fondamentale al gioco, servendosi di "craunieddu o di gessu" , per chi ne disponeva; ma a detta di molti, si preferiva; giocare su una strada direttamente interrata, dove più facilmente si poteva tracciare il cerchio con un pezzetto di legno o fil di ferro.
    A quel punto, ciascun giocatore, procedendo con ordine, sbatteva la "sua" preziosa e personale "chiummittina" al muro e la sua abilità consisteva proprio nel cercar di far rientrare il bottone all' interno del cerchio tracciato: il che non era facile, se si considera la piccola circonferenza appositamente tracciata.
    Per intenderci, la "chiummittina" era un bottone di metallo, stimato come il più pregiato delle serie e dalle dimensioni più piccole della sua altrettanto illustre parente "calamita" rimediata dai jeans all'americana.
    Il giocatore abile e vincente avrebbe dovuto racimolare, quindi, tutti gli altri bottoni che i compagni puntavano a inizio partita, come delle moderne "fishes" da poker. E fin qui, nulla di strano, se non fosse per le inevitabili complicazioni e , tortuosità che via via si presentavano quando, malauguratamente, le calamite di due . diversi giocatori si trovassero vicine o, andassero a finire proprio sul bordo del cerchio.
    Arbitro della controversia, allora, sebbene il giudizio fosse spesso di comodo, risultava la "musca": era un piccolo filo di paglia o di frasca, scelto dai giocatori come unità di misura per risolvere il dubbio. Con occhi attenti e mano ferma, se la "musca" toccava il bottone del compagno, il primo lanciatore si aggiudicava il bottino, ovvero si "mangiava" la calamita altrui; ed era sempre la "musca" a decidere se il bottone rientrava nel bordo del cerchio oppure no.
    Non doveva però trattarsi di un arbitro molto accreditabile se è vero, ed è facile immaginarlo data l'età fanciullesca dei giocatori, che il più delle volte si finiva a botte da orbi per aggiudicarsi la vittoria.
    Così, fino agli anni cinquanta, era ancora possibile incontrare, per il paese, i giocatori di "li pumetta" che portavano al collo o ai pantaloni, fieri ed orgogliosi, la cruna piena di bottoni di ogni forma e materia: "funneddi, cappidduzzi o cantaredda, chiummittine e calamite".
    Insomma, la caccia al bottone era una cosa seria, nonostante tutto, e quando il compagno, più bravo e capace, si aggiudicava la vittoria, piuttosto che lodarlo, si rispondeva a tono: "Ah. . . tu ci sai 'u licchittìu". A buon intenditor….
    di Georgia BOVA
    pubblicato in " La VOCE della Mamma " di Alia, nr.3/95, pag.6


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