La gita a Termini con lo zio Attilio - II^ parte -

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 20/10/2005
<b>La gita a Termini con lo zio Attilio</b>  -   II^  parte   -

La gita a Termini con lo zio Attilio - II^ parte -

    tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40 . Si ringraziano, per la gentile concessione, gli Eredi e l’Amministrazione comunale di Alia che nel 1997 ha curato la pubblicazione del libro.

    " Quel viaggio-omaggio al mio ottavo compleanno, offertomi da zio Attilio, aveva un antefatto, al quale allora non posi mente: qualche giorno prima mia Madre mi aveva proibito di partecipare ad una gita scolastica, organizzata dal Maestro La Quaglia, ufficiale della milizia del regime dell'epoca, proprio in quel di  Termini Imerese. Ma c'era l'obbligo di indossare la divisa di balilla; cosa questa che non era gradita dalla mia famiglia. Io però avrei voluto partecipare coi miei compagni alla gita, per cui il diniego della Mamma mi fece inghiottire qualche lacrima. A sostenere la mia partecipazione era intervenuto persino Gioacchino Martino - più noto ai paesani come Gioacchino Argano - che era un sarto, nella cui bottega, nelle ore libere e.nel tempo delle vacanze scolastiche, mi recavo spesso perchè a me piaceva quell' arte di tagliare e cucire, e a lui e a Stefano, l'altro sarto, piaceva la mia chiacchierina. La bottega era attigua all' abitazione di zio Eugenio e zia Rosina, genitori di Stefano, ai quali io ero particolarmente legato da affetto e loro a me. Il sarto aveva pregato ,mia Madre di farmi partecipare alla gita, come suo ospite personale, quindi senza obbligo di divisa: ma non ci fu niente da fare.
    Di tanto venne a conoscenza lo zio Attilio che, dopo pochi giorni e quando ormai io non ci pensavo più alla gita, senza fare accenno a quel diniego, con apparente noncuranza, ma con studiata maniera: -"Ti piacerebbe fare una gita con me ?" mi disse. Io a stento trattenni le lacrime per la gioia e la riconoscenza e, naturalmente, accettai l'invito con un abbraccio affettuoso allo zio e a mia madre che, sorridendomi mi guardava negli occhi, attenta a studiare tutte le mie emozioni. Ecco come nacque la realizzazione di un sogno intimo che da tanto tempo tenevo custodito in mente: e che per la prima volta mi avrebbe fatto uscire dal paese. Quello che più di tutto mi fece sognare in quei giorni di attesa, fu l'idea di vedere il mare da vicino.
    Prima ancora che lo zio Attilio sollevasse il battente dal portone di casa mia, io avevo già aperto. – " Eccomi, sono.pronto" – dissi con enfasi, come fossi un cavaliere delle Crociate, trepidante e pronto a sacrificarsi per liberare il Santo Sepolcro.-" Scommetto che non hai dormito tutta la notte " - disse lo zio, sorridendo; aggiungendo subito: - "Mizzica, .come siamo eleganti" osservando il mio vestito, con una espressione che mi parve un complimento e che mi fece tanto piacere. " Ora amuninni, ca faciemu tardi, sennò" - concluse accarezzandomi i capelli. Poi, guardandomi fisso negli occhi: - "Dimmi una cosa: non facciamo che poi ti stanchi di camminare... Mi prometti che ti comporterai come un uomo" ? -"Certo" - risposi io con sicurezza. Mia madre e mia sorella mi abbracciarono commosse, accompagnandomi fuori di casa con il rinnovamento delle ormai scolpite raccomandazioni, mentre io già tenevo la mia mano in quella dello zio, come per sollecitarlo a incamminarci.
    Ci sono immagini nella vita che non sbiadiscono mai, che il tempo non cancella; restano sempre scolpite nella mente e nel cuore con la stessa limpidezza, godendone sempre e ancora come nel tempo in cui le avevi vissute. Tutto ti è presente, avverti tutte le emozioni del tempo che fu e le rivivi come allora. . . E provi piacere a chiudere gli occhi per riappropriarti di quei ricordi; ti senti posseduto da quelle visioni, da quelle sensazioni che nel tempo le ritrovi incise nel percorso della vita. Chi non ricorda, per esempio, il primo bacio d'amore? Proprio il primo, quello che, ancora imberbe, ti provasti a posare timido sulle labbra della fanciulla innocente, con le trecce spioventi sulle esili spalle. Un bacio innocente che è tenerezza, che è purezza istintiva, che ti fa arrossire e ti esalta ad un tempo, ti dà la sensazione che stai crescendo. Oh, ci sono sensazioni nella vita che diventano segni incancellabili e non ti lasciano mai: restano racchiusi nello scrigno dell' animo.
    Ed è questo segno incancellabile, è questa sensazione semplice che io ho sempre avuto presente nella mente, come una pellicola, di quella prima volta che lasciai il mio paese per andare alla scoperta del "mondo" ! Perché per me il mondo era subito fuori del mio paese. E mi è rimasto sempre impresso quel mattino del mio primo viaggio: un mattino che a quell'ora non era ancora chiaro, ma già la luce si faceva stentatamente spazio. Il cielo era cinereo, appena accennato di sole che faceva diventare abbagliante quello strato di nebbia che leggera persisteva ancora. Dalla parte del Calvario apparivano, appena accennate, alcune piccole nuvole bianche, sparse qua e là come lenzuoli ad asciugare al venticello e al primo sole di quella incipiente primavera; la più gratificante di tutte le stagioni, la più tenera, la regina che ti rimane nell' animo tutto un anno! Ogni cosa pareva confortarci che la giornata sarebbe stata a noi favorevole. E via via, sempre più prepotente la luce si faceva avanti, e già il solicello illuminava timidamente i tetti con discrezione, penetrava con dolcezza dentro le case, e i riflessi sui vetri delle finestre irradiavano attorno luce scintillante. L'aria era frizzante: dava qualche brivido, quasi piacevole, carezzevole. E camminando per le chete strade aleggiava tutt' attorno il profumo di gelsomino che affollava terrazze e balconi, e i petali bianchi, immacolati, appena sfiorati dalla rugiada mattutina, pareva ci volessero piovere addosso. Le imposte delle case erano ancora chiuse, e le strade silenziose.
    Io fremente d'emozione, camminavo accanto allo zio, tenendo sempre la mia mano serrata nella sua. E nel silenzio che avvolgeva il paese, contemplavo le strade deserte, ravvivate ogni tanto dal rumore prodotto dagli zoccoli dei muli, cavalcati dai contadini che si recavano in campagna; ma si incontravano anche contadini che in campagna ci andavano a piedi portando sulle spalle la zappa, "iurnatara", braccianti, insomma. Quei contadini erano le sole persone che davano il segno che la vita stava per riprendere il cammino. Giungemmo all'abbeveratoio ai cui piedi scende precipitando quello che eufemisticamente veniva e viene chiamato "il parco" che va a coniugarsi con la strada "dritta" la quale, proveniente dalla piazza S. Giuseppe, scende e inguaina come un nastro la zona di S. Anna, percorrendola sino allo stradale che porta a Montemaggiore: una strada lastricata di "cuticchia" - sassi di fiume- che a lungo andare era divenuta scivolosa, perciò pericolosa per le persone e per gli animali. Poche decine di metri dopo l'abbeveratoio, la strada, prima di essere inghiottita da una curva strozzata, inclinata a destra, viene raggiunta sul lato sinistro da un innesto, una piccola arteria, che conduce in un vicolo cieco, dove si trovava la mia scuola, appiccicata proprio a ridosso del muro posteriore. della chiesa di S.Giuseppe. Io non potei fare a meno di lanciare uno sguardo, che volle essere un saluto alla mia scuola, chiusa tra il muro della chiesa e le case basse di quel vicolo cieco. Attraversammo la piazza S. Giuseppe e proseguimmo piuttosto speditamente, verso il quartiere di S. Rosalia da dove, appunto, ,passava l'autobus, più noto agli aliesi come "postale".
    Mastro Totò "u gnuri", gestiva il servizio pubblico da molti anni, da e per la stazione di  Roccapalumba , ma prima di modernizzare il servizio con l'invenzione di Matteucci e Barsanti, da cui poi l'automobile, divenuta col tempo delizia e croce degli odierni tempi, si era avvalso di un mezzo più modesto e meno roboante: una carrozza tirata da uno striminzito cavallo. Ecco perchè mastru Totò era chiamato "u gnuri", ossia cocchiere. È opportuno dire che a Lalia; ma direi in generale in tutta la Sicilia, il mezzo di trasporto più comune e più "agevole" , oltre ai muli e ai cavalli, era il carretto e, per i più raffinati, i possidenti, per esempio, la "carrozzella": il primo trainato da un mulo che con la testa dentro il sacco o la coffa con la "pruvenna"!, macinava chilometri e chilometri senza accorgersene; la carrozzella, tirata da un aitante cavallo impennacchiato e "'nciancianatu" sebbene meno vistosamente dei carretti. Ma il carretto era il mezzo più generalizzato, non solo per il trasporto delle merci, ma anche per il trasporto delle persone. Era un'attrazione in quei tempi, vedere donne e uomini seduti sulle sedie, sopra il carretto che si facevano trasportare tare da una località all'altra. C'erano anche i treni, e nelle città come  Palermo c'erano i tranvai e persino qualche automobile... Ma la Sicilia era popolata di muli, cavalli e carretti! Certo qualche danaroso possedeva l'automobile: a Lalia l'unico esemplare era, oltre all'autobus di mastru Totò, la Ferrari rossa di don Vincenzo Guccione che ogni tanto irrompeva per la strada dritta, diventando attrazione, soprattutto per il modo spericolato che aveva il giovane don Vincenzo di portare la macchina su quelle strade costruite per muli e asini. Poi gli aliesi avranno occasione di ammirare una motocicletta, acquistata dall'Ing. Leone che con quello schioppettante e rombante mezzo andava sicuro e tronfio lungo la strada che da Lalia porta nel vicino paese di Montemaggiore dove risiedeva la sua promessa e futura sposa. L'Ingegnere persuase il cognato avvocato Pietro Runfola ad acquistare pure lui la Moto-Guzzi. Ma Pietro potè godere per poco di quella macchina a due ruote ché, un giorno, nel corso di una gita a  Roccapalumba , dove abitava il padre, andò a finire contro un albero e per poco non si ammazzò. Fu scioccante quell'incidente, al punto che da quel giorno Pietro l'avvocato non montò più su una motocicletta! A Lalia c'erano due avvocati, ma Pietro era il più popolare, anche per la sua bonomìa, per quel suo spirito sempre allegro e amichevole. Quando in Pretura perorava una causa, la sua voce squillante, ma ferma ed eloquente, giungeva sino alla piazza. Egli accompagnava la sua oratoria con ampi gesti delle braccia e delle mani che parevano ali d'aquila in volo. Ma soprattutto era un gentiluomo, lo zio Pietro! Egli era cugino di mia madre.
    Quando giungemmo nella piazza S. Rosalia, mastru Totò e il suo autobus erano già pronti e c'erano anche tre passeggeri, ai quali ci unimmo.
    - "Che aspettiamo, Totò" - domandò uno di essi. "Aspettiamo la gnira Cuncetta..." - disse anche il cognome o il nomignolo, ma io non lo ricordo. Di lì a poco, infatti, giunse, un po' affannata, una donna, tenendo per mano una bimba, piuttosto smarrita e timida; la donna nell' altra mano teneva una cesta ben coperta con un tovagliolo. Ora eravamo al completo, e mentre tutti si davano daffare a sistemare ciascuno i propri bagagli sul tetto dell'autobus, assicurandosi che non potessero cadere lungo il tragitto, mastru Totò infilò una manovella dentro il muso della macchina, facendola girare con un forte strappo. Noi ci facemmo attenti, e sentimmo, infatti, uno sferragliare, seguito da uno sbuffare, dapprima debole, incerto, poi un ritmo sostenuto, a pieno regime: il motore si era avviato.
    Sentire quella ritmicità del motore infrangere il silenzio della piazza, fu quasi gioioso. Le abitazioni attorno erano ancora con usci e finestre sbarrati; solo davanti al mulino c'era movimento di gente e un certo brusio; voci sommesse come se temessero di svegliare gli abitanti: era tutta gente venuta all'alba per macinare il grano. Alcuni scaricavano dai muli bisacce piene di grano che frettolosamente andavano a portare dentro il mulino, disponendole in attesa del proprio turno, altri, invece, uscivano dal mulino con le bisacce piene di candida e calda farina. Era un andirivieni che si svolgeva con una frenesia che sapeva tanto di rituale: quegli uomini curvi sotto il peso delle bisacce, si muovevano come tante formiche. Da dentro il mulino giungeva un rumore di motori, un rumore sempre uguale, ritmato, monotono, ma nient'affatto nocivo all'ascoltazione: come un rullare assiduo, costante che però giungeva fuori ovattato, sottovoce. Era quel rumore, insiene a quel movimento di uomini che entravano e uscivano dal mulino, che scandiva il fremito della vita in quel quartiere ancora rannicchiato nel sonno.
    Finalmente Totò "u gnuri" , disse: -" Ci siemu tutti? Amuninni; ca è ura". Salimmo tutti in men che si dica, prendemmo posto sui sedili, e mastro Totò con un gesto che io non fui attento a recepire con gli occhi, fece partire il " postale" che si mosse lentamente, come annoiato e ancora anch'esso insonnolito. Da quel momento io stetti attento a tutto quanto accadeva, non mi lasciavo sfuggire i tanti messaggi che mi giungevano da quell'avventura, appena all'inizio e tutta aperta ad ogni sorpresa. Osservavo, per esempio, che dal motore pervenivano spesso ai nostri orecchi strani rumori, come se il motore affogasse, tossisse, facesse insomma fatica; e poi certi scossoni che facevano balzare dai sedili noi poveri viaggiatori per via della strada irregolare e piena di buche. Quei rumori, quegli scossoni non mi lasciavano del tutto tranquillo, ma osservavo che gli altri erano sereni e non badavano a quel che succedeva; lo zio Attilio, vedendomi un po' smarrito, sorrise per tranquillizzarmi. Avanti a noi era seduto un uomo e avanti a lui la donna e la bambina: la donna avvolta in uno scialle nero, la bambina aveva una mantellina che le copriva le spalle proteggendola da quel certo freschino che ancora dominava l'aria del giorno appena sbocciato. L'uomo si sporse in avanti e rivolto alla donna le domandò a bassa voce: - "Andate a trovare Michele" ? "Sissignore, mastro Diego. Che altro posso fare per quel mio figlio ? Ma ci giuro che innocente è, e me lo devono liberare, se è vero che c'è giustizia a " stu munnu!""Certo, certo, gnira Cuncetta" -la consolò quell'uomo. - "Vedrete che andrà tutto bene; ca Michele un bravu picciottu è." La donna a quelle parole si commosse e si asciugò le lacrime che le rigavano le gote.
    Dopo il "màrcato", che è un po' il confine di Lalia da quel lato, la corriera entrò nello stradale provinciale che a sinistra volge verso  Valledolmo , a destra scende verso  Roccapalumba : in questa direzione volse la prua quella nostra nave, che tale sembrava a sentirla sballottare da ogni parte come se solcasse il mare mosso. Fu poco più in là che lo zio mi toccò un braccio per richiamare la mia attenzione, mentre, volgendosi indietro mi indicava con un dito il nostro paese dal quale ci allontanavamo sempre più. Noi avevamo preso posto sull'ultimo sedile, in fondo all' autobus, così ora potevo vedere il paese che mi appariva rimpicciolito, raggomitolato: le case parevano appiccicate le une alle altre, come per sostenersi a vicenda. Quell' ammasso di case irregolari che dal basso salivano verso la cima del monte, il quartiere di "u rabatieddu" , sembravano in ginocchio davanti alla Chiesa Madre, la Matrice, che è il punto più alto di tutto l'abitato di Lalia.
    Guardando da quell' osservatorio in movimento stentavo a credere che quell'ammasso di case fosse il mio paese. Non l'avevo mai visto così tutto insieme, raccolto come un presepio. E mi fece tenerezza. Avevo osservato qualche volta il mio paese dall' alto del "cozzo" o dal Calvario, ma in una prospettiva parziale. Si vedeva da lì solo la zona di S. Anna e subito oltre si stagliava netto in tutto il suo aspetto severo, il pizzo di Raciura, il monte che brullo senza un filo d'erba, mostra il suo volto spoglio e rugoso, arcigno come se volesse scaricare la sua solitudine sul suo dirimpettaio, quel monte dell'antico feudo di Lalia, coperto di case e popolato di esseri viventi. Mentre lui era stato lasciato solo in compagnia soltanto del vento. Ora non vedevo invece Raciura, ma Lalia, il mio paese del quale distinguevo bene la Matrice col suo campanile e l'orologio che spiccavano vistosamente, e sulla cupola vedevo distinto il gioco delle luci del sole riflesso sui vetri. Continuai a guardare estasiato quel mucchio di case che ora mi apparivano arrampicarsi alla Matrice, e cercai di immaginare come potessero essere viste quelle case dalla Matrice. Dovevano sembrare, invece, come se scivolassero dall' alto verso il basso. Quelle case le vedevo come se si affollassero, come se l'una tentasse di sopravanzare le altre nel tentativo di conquistare quell' estrema cima del monte e aggrapparsi alla Chiesa onde assicurarsi la continuità nei secoli. Era fatto così il mio paese!
    Immaginando che quelle case, che io ora vedevo da così lontano, potessero staccarsi e dirupare come pietre staccate dal monte, mi colse un senso di paura, e mi venne spontanea una domanda che rivolsi allo zio, come se egli fosse partecipe dei miei timorosi pensieri."Perché" - gli domandai. – "Perché hanno costruito Lalia sopra una montagna?" -"Perché.." . - Vidi che esitò. – "Che vuoi che ti dica" - aggiunse - poi cercando la risposta più convincente dentro di sé. – "Forse perché si nostri nonni amavano molto la montagna." Egli non mi dette altre spiegazioni, nè io incalzai con altre domande che pure mi sentivo crescere sulle labbra. E mi venne in mente: chissà se la maestra saprebbe rispondere! lo avevo molta stima della mia maestra, la Signora Sesti Guccione.
    Intanto il paese si allontanava sempre più e man mano che l'autobus avanzava quasi a fatica, il paese diveniva ai miei occhi sempre più piccolo, come rannicchiato, piegato su sé stesso: sempre più lontano lo vedevo; sospeso nell'aria come se galleggiasse, ondulasse nello spazio. Più vicino al cielo che alla terra.
    La domanda che avevo avanzato allo zio Attilio, non poteva trovare una risposta più precisa, più esatta, perché nessuno si era mai preoccupato sino a quel momento - e ancora se ne preoccuperà sino ai giorni odierni - di scoprire, di conoscere le radici storiche di Lalia. Perché nelle scuole, allora non si insegnava - e credo ancora oggi non si insegni la storia dei propri paesi, delle proprie città, della Sicilia, di questa Regione tutta colore e fuoco, di questa terra dove si pretende di scorgere più vizi che virtù.
    Per la maggioranza dei siciliani la loro terra non ha storia. Ai ragazzi a scuola si insegnava la storia di Roma, dei suoi sette re, il Risorgimento, le guerre per l'unità di Italia, le cinque giornate di Milano, Trieste... e, in modo molto rabberciato, l'impresa di Garibaldi, senza poi molto approfondimento per quel che riguarda specialmente la Sicilia; nessuno, per esempio parlava - e parla - dei fatti di Bronte. Insomma la storia che si studiava riguardava soltanto Roma e l'Italia settentrionale: le altre Regioni, che so io, la Calabria, la Campania, storicamente nelle nostre scuole non esistevano... e non esistono tuttavia. Come si fa, dico io, a capire la storia degli altri se non si conosce la propria, quella dei luoghi dove si è nati, dove hanno vissuto i nostri avi? La nostra è sempre stata una cultura fatta con tanti buchi. Quanta gente abita per anni in una strada, in una piazza, legge i nomi scritti in cima alle strade, alle piazze: Via Leonardo da Vinci... Piazza Giuseppe Verdi... senza mai domandarsi ma chi erano costoro e perché sono citati?Io, al mio paese abitavo in Via Enrico Cosenz, ma finché vissi lì, nessuno mi disse mai chi egli fosse o fosse stato. Eppure la cultura si può acquisire anche attraverso la toponomastica. Se ognuno si piccasse di fare ricerche sui nomi che si leggono all'inizio delle strade o delle piazze, potrebbe con pochi sforzi sapere di storia e di letteratura, d'arte e di scienza. La ricchissima toponomastica della città di  Palermo, per esempio, offrirebbe conoscenze culturali inimmaginabili sulla storia della Sicilia.
    Ma voglio qui ricordare una scuola di cultura popolare: l'Opera dei Pupi, le marionette, i burattini. Che sono un intreccio di parole e di immagini che ci raccontano di antiche storie, di verità umane cresciute in tempi lontani; sono immagini che ci offrono valori umani, morali e storici dei popoli, delle società nel loro divenire. Le immagini dei burattini, delle marionette ci mostrano, attraverso un palcoscenico di vita, di movimenti, di animazioni che fanno apparire come vivi i pezzi di legno, una gamma infinita di autentiche testimonianze culturali, ci offrono una fonte di sapere, di conoscenze che spesso sfuggono alla didattica ufficiale e tradizionale della nostra scuola. Io devo confessare che ho imparato l'Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata, prima ancora che dai libri scolastici, nelle strade, ascoltando i cantastorie, ammirando i dipinti sui carretti siciliani dove primeggiavano i costumi, i colori, le figure dei grandi Paladini di Francia: Orlando e Rinaldo - non c'era ragazzo della mia epoca che non conoscesse l'epopea di questi due eroi della fantasia - che si scontravano per l'amore di Angelica e per l'onore delle loro bandiere. E queste storie hanno molto in comune, molti legami con la storia della Sicilia. Perché l'ardire di Rinaldo, il suo valore, la sua vocazione per la giustizia, rappresentavano, nelle immagini, nelle azioni e nelle parole, quella sete di giustizia che viveva - e vive - nell' animo del popolo siciliano. I draghi mostruosi che si osservavano quasi con raccapriccio dipinti sui carretti, nella fantasia popolare rappresentavano la miseria, per esempio, ma anche il sopruso, la prepotenza, la violenza.
    E chissà, mi vien da sospettare che forse Garibaldi, l'impresa dei Mille dovettero apparire ai Siciliani, in quel lontano 1860, come il novello Rinaldo che veniva a completare e a realizzare il sogno colto nell'Opera dei Pupi, nella quale intere generazioni avevano trovato il solo e unico solco della cultura, in una terra dove ignoranza e miseria si fondevano in una medesima dimensione, aggregate sempre al sogno, alla mai perduta speranza di una liberazione. Ma il lume dell'Opera dei Pupi si è ormai spento nelle piazze e nelle strade della Sicilia. Nessuno più corre a vedere i paladini; non ci sono più i cantastorie, né più quell'ingenuo pubblico di ragazzi, di uomini e di donne che si accalcavano attorno ai piccoli palchi dei Pupi, o attorno al cantastorie, silenziosi e ansiosi di appurare, di fantasticare, di sognare perfino! Ora la fantasia sta morendo, un' antica cultura agonizza per fare spazio a una cultura frettolosa e disarticolata, priva di fascino, fatta di tante cose: di niente! Ecco, zio Attilio non poteva darmi una risposta storica perché non l'aveva, e perciò tentò di darmi una risposta, diciamo poetica, sentimentale.
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