Un autunno senza fine - indovinello siciliano -.
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Pubblicato il 09/11/2005
<b> Un autunno senza fine </b>

Un autunno senza fine


    "Bianca muntagna, niura simenza, l 'omu chi la fa sempri la penza"- indovinello siciliano -.
    Il parroco Sagona, che da teologo a Roma, aveva dedotto, eziandìo, l'esistenza del Creatore dalla bellezza dei tramonti contemplati dal Pincio, ormai anziano e affaticato, condotti al suo capezzale dall'amico Salvino, ci confidava di contentarsi, "nunc satis", di quanto la vista gli offriva dai piani di sopra della sua dimora aliese.
    Abu Al-Arab, Maupassant, Orsi, pellegrini per le vie sicule, sicuramente visitarono le nostre amene contrade, non diversamente da Garibaldi e garibaldini.
    Se si guarda, per esempio, la nostra regione da quella parte di "La montagna" che sovrasta la masseria di "lu zi' Binnardu", si può spaziare per 360° di paesaggio, dalla fucina dell'Etna, già innevata e risonante, a Gibilrossa, da dove l'Eroe sussurrò a Nino fatali parole; dal Mar Tirreno, oltre il cui tratto visibile s'indovinano le Eolie, all'Euraco, a Cammarata, sino ad Akragas, vicina a tuffarsi nell' Africo Mare.
    Una domenica.mattina di questo meraviglioso autunno senza fine, mentre, fermi, "na lu cuozzu di la chiazza", invano, cercavamo di spiccicarci dalla pania dei discorsi di "don Turiddu", invocando, magari, una liberatoria "tramuntana", me ne trasse, inopinatamente, il vecchio alunno Sergio, "arrivulatu" da Villa Ciambra, come accompagnatore di un gruppo, al Santuario, per il toties quoties, alle Grotte, per la tholos, e, a Villa Dafne, " per il fiero pasto".
    "Ma che ci fa, Lei, qua?!..." , mi apostrofò, gioiosamente sorpreso; "Che ci fai, tu, qua?!...", rimbeccai, abbracciandolo. Ammiccò, l'amico, ad una folla che da 2 pulman si riversava sulla piazza, assediando il minuscolo ufficio turistico. Un tale, vedendomi far festa alla loro guida, mi chiese dove potesse far toilette..., "A li cumuna", mi scappò detto, e poi, per rimediare, lo condussi a casa. A causa dell'alta pressione dell'aria, dell'improvviso accidente, della faccia sempre più stranita di Sergio, "a li deci di la magnana", contrariamente a quanto può accadere a un tardivo proselito del Pitagorismo, "di palu 'n frasca, mi 'ntisi" come straniero "ni la chiazza", che percepii come uno di quegli eterni topoi meridionali, anticamera di monumenti e di siti archeologici, e, congedatomi dall' accompagnatore, seguii il gruppo, a distanza, mentre saliva per via Regina Elena.
    Ricongiuntomi alla folla, nel territorio del Santuario, anch'io guardai, a bocca aperta; i mirabili dipinti sulle pareti e sulle volte, inducendo in tentazione un volatile, colomba, "nell' intenzion dell' artista", per noi uccellaccio nella immediatezza dell' Atto, e l'altra ambigua figura zoomorfa, tra canide e ovino, ispirata a dugentesco bestiario, nella quale, invano, cerchi la natura e i vezzi dell' Agnus.
    Li seguii sino alle Grotte. Fotografammo il "monumento rupestre" sin dalla 121 e dal Casello Rosso prima di raggiungerlo faticosamente, salendo per la primordiale via che, a quasi metà dell'ascesa, s'imbatte "ni la brivatura" di Santa Caterina.
    Desunsi dal rosa, ocra, ruggine della pietra arenaria, un "primus terminus post quem" di datazione del manufatto, il Miocene del Terziario, e dalla scoperta del ferro, donde l'uso di "scarpieddu e mazzuolu", l'altro... .
    Le grotte, a co di un'ampia vallata, apparivano "in perfect harmony" con la dolce campagna autunnale, maculata, qua e là, di arancione, rosso ramato, sanguinaccio e sanguigno -"Noi che tingemmo il mondo di sanguigno"- , propri di varie creature di Dio, animali, minerali e vegetali, indigene e non, tra cui, caki,dai frutti già trasuti, viti italiche e americane, "pieri di pira e cucuzzi di 'miernu". Gaietta maxitela, simigliante, seppur di fattura divina, a un virtuale dipinto a più mani, di artisti di tecniche e di età diverse; medievali miniaturisti, impressionisti "en plein air" e macchiaioli di 2° Ottocento.
    Giunto alle Grotte, sfinito, "caddi come corpo morto cade". Riavutomi, cercai subito le scritte fenicie sul prospetto e vi trovai solo i segni del Grande Chimico. Entrai nel vano rettangolare, dalla volta a tetto di tenda beduina e, di lì, attraverso un cunicolo, nella grotta a campana, dove l'improvvisa epifania del vegliardo custode, dalla megalignea e fumogena scopa "tradintedda", agitata a guisa di turibolo, "m'annigghià", scacciando, però, dalla mia caparbia testolina l'idea che la tholos avesse una funzione diversa da quella funeraria, che illustri archeologi, di casa a Micene e nella tomba di Atreo, le attribuiscono. Salimmo al pian soprano e scoprimmo che i vani sono 4 e non 3, come credevamo, spiando dalle feritoie della fronte "assulacchiata" siffatta vista che ci persuademmo che gli antichi non scavavano gurfe a caso.
    Quella domenica di mezzo ottobre faceva seguito a una serie di belle giornate, iniziate col far della luna di settembre, che comanda per 6 mesi. Mentre scriviamo, dì di San Martino, la bonaccia continua, e, in tutti i casi, l'annata sarà "leggia".
    di Didacus
    pubblicato in " La VOCE della Mamma " di Alia, nr.4/98, pag.3





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