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Radici & Civiltà

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Pubblicato il 12/10/2005
<b>Don Totò lu viulinaru</b>
L’eventuale pubblicazione di parziali brani musicali allegati a testi scritti è fatta a titolo di Demo, essendo essa finalizzata a documentare la relativa ricerca della rubrica “Radici & civiltà” non avente scopo di lucro, ma, piuttosto, finalità di libera divulgazione culturale.

Don Totò lu viulinaru


    E’con immenso piacere che vi parlerò di don Totò "lu viulinaru", un soggetto così atipico che è impossibile inquadrare in una categoria ben definita. Un uomo a metà tra il musicista e il cantore girovago, il venditore ambulante e il sonatore d'occasione, una figura dai contorni pressocché sfumati, ma forse è meglio dire più semplicemente che don Totò era solo don Totò.
    Aliese d'adozione, era vissuto per molto tempo in un orfanotrofio palermitano, poi si trasferì ad Alia dove sposò una fanciulla, figlia del calzolaio mastro Michelino Dioguardi. Don Totò non viveva certo tra le ricchezze, il suo unico patrimonio era il suo violino e la sua voce; neanche sulla propria vista poteva contare; infatti, dicono fosse cieco.

    Camminava dalla mattina alla sera per il paese, "giru giru li 'mura", le strade le conosceva benissimo, "l'avia 'n pratica", suonava, con il talento dei "musicisti ad orecchio", quel meraviglioso strumento che è il violino.
    Suonava per le feste, per i matrimoni, per carnevale, e per tutte le occasioni nelle quali si ritenesse opportuna la sua presenza, ma la sua specialità era suonare per le "novene" dei Santi. "Quannu.Cesari ittau ddu gran bannu rigurusu, San Giuseppi si truvau 'nna la piazza rispittusu... tirullilleru tirullillà - "tirullillà" è la musica..- . Così faceva una delle strofe della novena di "lu bamminu" che si cantava durante il periodo natalizio, mentre per Santa Lucia intonava il canto: "Oh Lucia che decoro sei del cielo e della terra".
    Don Totò, su richiesta, poteva suonare e cantare una novena per una famiglia in particolare, così, per nove giorni, avrebbe suonato sempre sotto la stessa porta e si sarebbe quindi guadagnato la sua lira o al massimo le sue due lire. Altra fonte di guadagno era la vendita di giornaletti e calendari di Santi.
    Quando passava don Totò "cu lu viulinu", la gente gli offriva da bere e lui, a quanto pare, non disdegnava affatto, anzi si dice fosse sempre un po' brillo, da qui il suo colorito paonazzo. Qualche buon "putiaro" gli faceva anche la carità di un po' di formaggio a "cridenza", ma formaggio buono, quello che don Totò chiamava "lu sfutti bicchieri " perché era un cacio così piccante che dopo averlo mangiato non potevi non bere un goccetto di buon vino.
    Era bassino don Totò, tarchiato, con una voce di "zuccheriana" memoria, panciuto, usava un laccio come cintura per i pantaloni, la faccia tonda e gli occhi non vedenti rivolti al cielo. Aveva dietro di se una schiera di fanciulli che lo seguivano divertiti, in un tempo in cui un povero vecchio con un violino poteva già essere uno spettacolo.
    Ebbe tre o quattro figli, che sfamò a via di stenti, era così povero che usava "scippare li pila di la cura di na jmenta" e, legandoli ad arte a mò di corda, li usava come arco per il violino - non potendo permettersi di comprarne uno nuovo -.
    Gli capitò di tutto, persino di suonare, lui cieco, ad un matrimonio di ciechi, quello cioè di "lu zu’Tanu l 'uorvu cu la gnira Turidda l 'orva".
    Dopo di lui nessuno prese il suo posto, così le nuove generazioni - me compresa - non potranno mai sapere cosa significasse vedere per le strade un personaggio così particolare come don Totò "cu’ lu viulinu": un vero peccato!
    di Laura Seragusa
    pubblicato in " La VOCE della Mamma " di Alia, nr.4/98, pag.4


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