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Voci Siciliane

ALBERGAMO FRANCESCA ALBERGAMO FRANCESCA Pubblicato il 16/06/2011
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La contraddizione che definisce

La contraddizione che definisce la Sicilia

"La contraddizione definisce la Sicilia, ma i fatti sono fatti, non contengono il diverso e il contrario" scriveva Leonardo Sciascia.

E i fatti sono chiari, lapalissiani, per chi li vuole vedere. Ma la sensazione forte che ho è che, nell’era della manipolazione delle parole e della mistificazione, non solo è difficile vederli, ma neppure si è posti nella condizione di reagire, qualora si abbia la consapevolezza di essi. Ragione per cui ogni tentativo di riappropriarsi della dignità perduta di un popolo (di cui proprio sulle pagine di questo sito ci si auspica la libertà) appare davvero un’impresa teutonica.

Stretti nella morsa del "male", che affonda le proprie radici già dai tempi dell’Unità d’Italia che vide nel Duca Gaspare di Francalanza e nel Principe Consalvo dei Vicerè i più degni rappresentanti della "stirpe" di politici del nascente imperio, che oggi più che mai vengono degnamente rappresentati dall’odierna stirpe siciliana di politici, nella perpetuazione della contraddizione affinché tutto cambi perché nulla cambi, abbiamo visto svanire anche la speranza.

Infatti i moderni Vicerè della politica isolana, "prodi guerrieri di assoluta purezza d’intenti e di provata moralità pubblica", difensori del palazzo dell’imperatore del basso impero, appaiono ancora più avidi, spregiudicati e trasformisti degli illustri predecessori. Essi, partiti dalla Sicilia, lancia in resta, con un carico di voti provenienti da tutti i cittadini di questa terra che già il principe Consalvo, con disprezzo, definiva "gregge", mascherati con le vesti degli antichi guerrieri rappresentati dalla nobile arte dei pupari, sono andati dritti alla meta:"difendere le mura del palazzo dall’attacco dei nemici: marxsisti, magistrati, traditori dell’impero, giornalisti, intellettuali e cittadini liberi e pensanti.

Essi, i nostri prodi eroi, che in realtà sono soltanto dei " pupari d’arte", si ergono a tutori degli interessi dell’imperatore che a sua volta tutela i loro interessi e, attingendo alla neo-lingua regale, si dichiarano: "eroi di responsabilità" coraggiosi e puri, pronti ad immolarsi per il bene della terra di Sicilia, la quale vive la propria ancestrale dualità tra il bene e il male con estremo fatalismo.

E, nella consapevolezza della ancestrale contraddizione, essi, assurgono a benefattori di uno sviluppo visionario fatto di promesse di ricchezze, di strade, ponti e una marea di precariato, atto ad offuscare anche le menti più illuminate e a sopire le coscienze più etiche.

Nell’era della mistificazione tutto questo produce quel movimento, che in realtà è solo apparente, che da l’idea dell’avanzamento, ma in realtà è solo illusorio, panaceico e che produce soltanto una stagnante condizione che porta verso quell’inesorabile, lento decadimento culturale, etico e morale della stessa storia umana sociale e civile di questa terra; ma al contempo, porta dritto alla morte della speranza di un autentico sviluppo egualitario, scevro da strategie di potere privato e criminogino, che rappresenta la cifra della democrazia e che segna la strada della libertà.

Ma è proprio questo il punto, anzi i fatti, che non contengono il diverso e il contrario, di cui ci avvertiva Sciascia.

E i fatti dicono che per il raggiungimento del progetto che i nostri eroi hanno chiaro in mente si stringono patti e compromessi che fanno emergere le contraddizioni che ci definiscono.

Ma si sa, così vanno le cose, fra potenti non esistono barriere e sicuramente la terra di Sicilia si è sempre dimostrata terreno fertilissimo per procacciare potenti, compiacenti e spregiudicati, pronti a svendere la propria terra con tutto il suo gregge. Del resto la madre della contraddizione sta proprio e soprattutto nel tradimento perpetrato e reiterato da parte dei politici siciliani di turno nei confronti dei propri cittadini. Essi infatti rappresentano i veri colonizzatori della propria terra.

Questi sono i fatti e, seppure nel corso del tempo, la nostra storia ha saputo scrivere pagine di eroiche gesta di uomini per bene, dall’alto valore umano e dal libero pensiero, il cui lungo elenco è impossibile citare senza fare torno a qualcuno, caduti nel tentativo di liberare questa terra dalla morsa del male… il "male" ha vinto ancora.

Oggi esso invade quasi tutte le istituzioni e lo stesso pensiero, le sue connivenze pervadono quasi tutto l’ordito del tessuto sociale ed economico e ai cittadini per bene non rimane che assistere impotenti a quello che oramai considerano un’ineluttabile destino. Questa è un’idea oramai diffusa supportata anche dall’anomalia tutta siciliana che vede l’omologazione radicale e oscena delle diverse appartenenze politiche che hanno assunto il medesimo concetto dell’impegno pubblico: quello clientelare, individualista, spregiudicato, affarista e corrotto. Alcuni con ruoli di viceré, altri da dignitari di corte, comprimari o comparse, da lacchè e giullari, ma tutti perfettamente comparati e incastrati nel medesimo meccanismo.

L’omologazione però non deve scoraggiare la gente perbene, tutta quella gente che pure è la maggioranza in questa nostra martoriata terra, quella che non ha mandato il cervello all’ammasso e che non vuole piegarsi. Quella che saprà andare oltre la stessa omologazione che crea confusione, oltre il qualunquismo che vuole tutti uguali e che diventa pericolosamente eversivo. Quella che saprà indignarsi e raccogliere nuove energie.

Magari saprà farsi anche memoria e ricordare uomini come Falcone e Borsellino e, tornando indietro tutti i magistrati e gli uomini delle istituzioni, e ancora Pio La torre e Mattarella, Peppino Impastato, Placido Rizzotto Salvatore Carnevale e, ancora indietro i picciotti di Garibaldi e quelli dei Vespri Siciliani.

Magari saprà attingere a tutta quella letteratura siciliana di cui sentirsi fieri e onorati, da Pirandello, Verga, Capuana, De Roberto ecc., e, in tempi più recenti, Bufalino, Consolo e il grande maestro Leonardo Sciascia, che ci ha indicato la via affinchè la rassegnazione e la contraddizione non ci definisca più.

Follia? Si certo, ma abbiamo il dovere della follia e della demenza, quella che possa farci sentire ancora figli di questa terra e non vivere su essa come clandestini. Abbiamo il dovere di essere artefici della nostra rinascita, ma soprattutto non dobbiamo delegare più alla stirpe di politici sempre nuovi e sempre vecchi e alle sue innumerevoli declinazioni, espresse e occultate, il futuro dei nostri figli, dopo avergli consentito la gestione del nostro passato, più e meno recente.

Il dovere della follia deve andare oltre l’ammaliante richiamo di novelli pifferai magici:abili manieristi, esperti nell’arte dell’illusionismo e del trasformismo.

A noi la libertà di potere esprimere ogni opinione nel pieno rispetto gli uni degli altri senza l’arroganza e la presunzione di sentirci migliori ma semplicemente diversi, ma anche la libertà di non considerci tutti uguali e quindi anche collusi e conniventi.

A noi la scelta:o gregge o cittadini!

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