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VICARI LUCIO VICARI LUCIO Pubblicato il 25/11/2011
Migranti e cittadinanza: facciamoli uscire dal limbo
In termini insol

Migranti e cittadinanza: facciamoli uscire dal limbo In termini insol

Migranti e cittadinanza: facciamoli uscire dal limbo In termini insolitamente netti, per chi conosce il suo stile, il Presidente Napolitano ha sollevato un problema di civiltà: senza troppo preoccuparsi se questo esponeva il nuovo governo ai prevedibili attacchi della Lega e alle minacce neppure troppo velate delle frange di destra della vecchia maggioranza. I commentatori politici potranno discutere l’opportunità dell’iniziativa. Ma chiunque sia meno interessato alla politica politicante, e più alla sostanza dei problemi, non potrà che concordare con il Capo dello Stato. E’ stata Hannah Arendt, grande testimone dei drammi del Novecento, a definire la cittadinanza il diritto di avere diritti: in effetti, benché molti diritti siano attribuiti dalle costituzioni a tutti gli uomini in quanto tali, altri, e in particolare i diritti sociali, sono attribuiti ai soli cittadini. In teoria, vi sono due criteri “puri” per l’acquisto della cittadinanza: lo ius sanguinis, il più antico diritto del sangue, che lo lega alla sola filiazione da (altri) cittadini, e lo ius soli, il diritto del suolo, che invece lo fa dipendere dalla mera nascita nel territorio nazionale. Nei paesi sviluppati si adottano diversi e complessi mix dei due criteri puri; in Italia, invece, la legge 91 del 1992 segue ancora, temperandola appena, la tradizione dello ius sanguinis. La ragione è facile da spiegare: siamo un popolo di migranti, e adottare il criterio dello ius sanguinis permette di estendere la cittadinanza italiana ai figli dei nostri emigrati. Il guaio è che, applicato ai figli degli emigrati altrui, lo stesso criterio ha l’effetto di collocarli in un limbo giuridico. Benché nati e residenti regolarmente in Italia dalla nascita, infatti, questi ottengono la cittadinanza, sempre iure sanguinis, quando la acquistano i loro genitori, ossia dopo dieci anni di residenza, oppure possono farne richiesta, ma solo dopo il compimento del diciottesimo anno d’età e sino al diciannovesimo: beninteso a patto di esserne informati, di superare tutti gli ostacoli burocratici e di dimostrare che la residenza è stata ininterrotta. Basta che la residenza sia stata sospesa per una settimana, anche solo per andare a conoscere i nonni nel paese d’origine, e si rischia di restare nel limbo per sempre. Pare che in questo recinto legale siano rinchiusi, secondo stime diverse, da mezzo milione a ottocentomila fra bambini e ragazzi. Da anni la Comunità di S. Egidio, oggi rappresentata nel nuovo governo dal suo fondatore, il neoministro della cooperazione e dell’integrazione Andrea Riccardi, si batte per sanare questa ingiustizia. Dal 2009 giace in Parlamento una proposta di legge in tal senso, sempre insabbiata dalla Lega. Eppure, non si tratta né di aprire le porte ai barbari né, meno che mai, di togliere nulla ai cittadini italiani: parliamo di minori che vivono e studiano e talvolta lavorano fra noi, della cui presenza neppure ci accorgiamo, tanto sono indistinguibili dai nostri figli. Sanare questa ingiustizia non ci costa nulla e ci riconcilia con la nostra coscienza: cos’altro c’è ancora da discutere?

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