la vedova Ciaramìa

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Pubblicato il 06/12/2005
<b> la vedova Ciaramìa </b>

la vedova Ciaramìa


tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.


Così la Ciaramìa era sempre in nero e anche la sua casa (è questa l'immagine rimastami impressa nella mente) dentro era buia, vuota e nera. Quel buio era impenetrabile. Da grande ho cercato di immaginare quel corpo aggraziato della Ciaramìa vestito con abiti eleganti, pettinata da un bravo parrucchiere, calze di seta e tacchi alti: «quella donna sarebbe stata bella, quel che si dice una bella sposa!

Era rimasta vedova ch'era ancora giovane. Il marito, me lo ricordo, era un pover'uomo sempre malaticcio, d'inverno sempre a letto, d'estate seduto davanti alla porta di casa, su una sedia malconcia; sempre a tossire e sempre con le gambe accavallate che dondolavano come fossero staccate dal resto del corpo. Così, quella donna aveva da sempre assunto il ruolo di donna e di uomo, di guida assoluta della famiglia. Aveva non so - non sono mai riuscito a saperlo - quanti figli.

Di lei ricordo la bella voce squillante, chiara, limpida; ma non la sentii mai cantare: non ne aveva ragione, motivo. La sua voce la si sentiva echeggiare nell' aria del paese, in ogni angolo, e anche fuori dall'abbeveratoio al Calvario, alla Matrice a S. Rosalia, quando chiamava i figli. Quei nomi facevano eco, così che il figlio l'udiva e correva a casa. Ecco, i figli: ce n'erano di tutte le età, in ordine d'altezza formavano la scala musicale. Ed erano tutti bei bambini, visi tondi, rosei, vispi, nonostante le molte privazioni che li affliggevano.

Misteri della miseria! Se io fossi un pittore vorrei illustrare l'immagine dell'umanità, attraverso i volti di quella donna e dei suoi figli; così come li ho visti allora e mi appaiono ancor oggi nel ricordo. Non era certo la sola miseria presente nel paese in quegli anni, purtroppo!

Altri personaggi che affiorano,alla mia mente, mentre scrivo, e che in quel tempo tenevano desta l'attenzione della gente, erano Donna Jola e Francesco, due personaggi singolari che vivevano nel quartiere di S. Rosalia. Il nome del quartiere era dato dalla chiesetta dedicata alla Patrona di  Palermo che, pertanto, è la protettrice di tutta la Sicilia.
Lalia, dunque, oltre alle chiese della Matrice, S. Anna e S.Giuseppe, ne volle una dedicata a S. Rosalia. Fu eretta sul finire del XIX e il sorgere del XX secolo, su un appezzamento di terreno donato dal dott. Gioacchino Guccione e -come ci fa sapere lo storico Eugenio Guccione - con il contributo degli emigrati aliesi.

La chiesetta fu costruita nello stesso luogo dove già nel 1624 sorgeva una piccola cappella, andata distrutta a seguito di una delle tante scosse di terremoto. Qualche anno più tardi il Comune fece costruire, accanto alla chiesetta, la «Villa Comunale», anche questa col contributo degli emigrati aliesi.

Nella grande piazza, poco distante dalla chiesa, c'è una imponente costruzione dove, all'epoca di cui narro, c'era il mulino e, dirimpettaia, si affacciava e si affaccia ancor oggi, una fila di case che scende dall'alto del monte di Lalia, lungo una strada «sdirrubata»; case che sembrano precipitare l'una sull'altra ed invece hanno resistito a tutte le intemperie, alle frane, alle scosse telluriche. Resistono quelle case basse, dai muri variamente colorati, dentro le quali la vita ha continuato e continua a pulsare come nei secoli che le avevano viste sorgere.

Il quartiere è uno dei punti limiti dei confini di Lalia, da dove si dipanano due strade: una che porta a «li chianchiteddi», una ridente campagna, ma che conduce altresì dritti al cimitero; l'altra strada, al lato opposto, porta al «màrcatu», da dove la strada si biforca, a destra per  Roccapalumba , a sinistra per Marcatobianco e  Valledolmo . Un quartiere dunque, da dove tutti dovevano passare: o per andare alla città dei morti, percorso obbligatorio per tutti, prima o poi, o al mulino, simbolo di vita, perché finché si macina c'è vita!

Prima che il dottor Armando Guccione avesse fatto installare il mulino, la gente doveva necessariamente recarsi a Castronovo per macinare il grano; costretta così a percorrere molti chilometri in aperta campagna, a rischio di incappare fra i banditi che ti assalivano e ti spogliavano di tutto punto, di farina e di muli. Di solito non si partiva mai soli, ma in gruppo, e qualcuno magari si portava la «scupetta, avanticavaddu». Fu, dunque, una vera manna dal cielo quel mulino proprio in paese, che era, giorno e notte, sempre aperto, come un porto di mare. Davanti al lungo muro, sempre muli e giumente legati agli appositi anelli di ferro, e uomini che scaricavano bisacce piene di grano e caricavano bisacce gonfie di farina.

Il mulino funzionava a corrente elettrica, prodotta da un generatore, ed era diretto da un «tecnico», Ninu «lu Puordu», che, nonostante le sue gambe storte sgambettava e saltellava, riuscendo impeccabilmente a regolare il traffico, la vita del mulino che funzionava come un orologio.

A turno, ognuno saliva i tre o quattro scalini, con sulle spalle la bisaccia, per giungere alle macine dove poi scaricava il grano fra i cilindri che lo trasformavano in bianca e profumata farina. La farina scivolava dentro un cassonetto, sottostante la macina, e da un buco fuoriusciva andando a finire in un fusto che gli interessati pronti, di volta in volta, svuotavano dentro le capaci bisacce.

Quell' andare e venire di uomini era come una processione che non si fermava mai: finiva di macinare uno ed era pronto un altro. E ognuno, nell' attesa, vigilava, controllava che le sue bisacce non venissero confuse, scambiate con quelle degli altri. Una vigilanza non priva di una certa diffidenza prevenuta: ciascuno voleva essere certo che la farina che si portava a casa fosse proprio quella derivata dal suo grano. Perché tanta diffidenza?

Ma, intanto perché il grano non era tutto uguale e ognuno aveva la pretesa che il proprio fosse di miglior qualità, poi c'era il problema della pulizia. Prima di portarlo al mulino, il grano veniva nettato: le donne mettevano il grano su un tavolo e lo passavano sotto gli occhi e sotto le mani, chicco per chicco, eliminando ogni e qualsiasi residua impurità; poi veniva lavato più volte e, fatto asciugare al sole. Erano questi motivi validi per fare attenti e diffidenti gli uomini quando portavano il grano al mulino.

Allora, il pane e la pasta si facevano in casa (comprare il pane alla bottega era segno di povertà, di miseria, voleva dire che non possedevi grano). Ognuno aveva la propria arte per fare il pane: la sua bontà non dipendeva solo dalla buona qualità della farina, ma altresi dal modo di impastarlo, di preparare il forno, perfino dal tipo di legna usata per scaldarlo. Era un rito fare il pane e, quando passavi per le strade, la sua fragranza ti accarezzava la gola solo a sentirla aleggiare nell' aria.
Ecco, l'attività del mulino faceva del quartiere di S. Rosalia una zona che oggi chiameremmo «industriale».


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