Come e’ bella l’avventura!!!!!!
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DITTA ANNA DITTA ANNA Pubblicato il 12/06/2010
<b>Come e’ bella l’avventura!!!!!!</b>

Come e’ bella l’avventura!!!!!!

Come e’ bella l’avventura!!!!!!


Diario tragicomico delle avventure di viaggio del 1983 in Africa. “ Camerun”



Sia a me che a mio marito Achille, è sempre piaciuto viaggiare. Ma fino a quella data avevamo fatto viaggi dove il turista è viziato,coccolato. Dove non ci sono imprevisti e puoi goderti il viaggio pensando solo a riempirti gli occhi e a fare foto. Ma nonostante tutte queste comodità eravamo insoddisfatti. Ad entrambi mancava qualcosa che ci facesse assaporare veramente il viaggio e ci facesse sentire in sintonia con la terra visitata. Era la mancanza del contatto con i locali, con le loro vite, le loro gioie, Le loro aspirazioni, il contatto della loro pelle. Tutto questo ci era proibito con i viaggi asettici a 5 stelle che facevamo.

Così abbiamo dato una svolta ai nostri viaggi, scoprendo una agenzia di viaggi Romana che offriva viaggi fuori dal giro turistico classico. Viaggi duri, sofferti fin quasi al masochismo, ma che ti permettevano di vivere con i locali entrandone quasi in simbiosi.
Così si decide; ritorniamo in Africa e scegliamo il “Camerun”. Certo che come prima esperienza andiamo giù duri anche noi!

Si parte da Roma in piena notte per Duala, la capitale commerciale del Camerun. Durante il viaggio si solidarizza con il resto del gruppo tutto nordico (mai incontrato un Palermitano) .
I componenti siamo 4 uomini e 8 donne. A Duala ci sistemiamo in una Missione che ci mette a disposizione un grande camerone con tanti letti.

Il caldo umido era opprimente, per fortuna al soffitto c’erano grossi ventilatori che riuscivano a muovere un po’ l’aria... e poi avevamo la compagnia delle zanzare .Mentre noi ci sistemavamo, due uomini del gruppo si recavano al mercato per cercare una guida. Era sera e mentre si contrattava il prezzo e l’itinerario, la guida veniva accoltellata. Ovviamente confusione, parapiglia, polizia,mentre noi alla missione eravamo preoccupatissimi perché i 2 uomini non tornavano.

Questo il primo giorno.
L’indomani era previsto un lungo spostamento in treno di circa 10 ore per Yaoundè, la capitale amministrativa, per poi continuare all’interno dello stato.

Con la mattinata ci recavamo alla stazione accolti da un brulicare di persone sudate e vocianti. Altri, tenendo la merce sulla testa, vendevano di tutto ai passeggeri.

Il treno era con la locomotiva a carbone e i vagoni erano fatiscenti: senza porte né vetri ai finestrini, con i sedili in legno. Si trasportava di tutto: dalle galline ai maiali, alle fascine di legna ai sacchi di carbone; il tutto lungo il passaggio tra le file dei sedili, che se decidevi di muoverti dovevi preventivare vari salti ad ostacolo.

Il caldo era opprimente e i vestiti erano diventati una seconda pelle. Qualcuno diceva che si vendeva della birra fresca “là in fondo alla stazione”. L’idea di una bottiglia di birra fredda, appannata con la goccia che scivola giù formando un rivoletto sul vetro scuro, era quasi una immagine sensuale in quella calura opprimente. Così dissi ad Achille di cercare di prenderne una,... tanto eravamo fermi! Lui si era appena allontanato che il treno, senza nessun preavviso, si rimise in moto. Sporgendomi dal finestrino urlavo il suo nome presa dal panico. Achille, sentendo il rumore del treno in movimento, si girò e lo vide andare via insieme a me. Si mise a correre verso il treno, mentre io urlavo e non sapevo che fare. Intanto i locali si rendono conto della situazione e dato che lui correva verso il treno in corsa, fanno il tifo, incitandolo con la voce e con le mani. Io,intanto, non sapevo proprio cosa fare, immaginandolo solo a Duala senza documenti e senza saper parlare la lingua. Disperata mi sono attaccata al maniglione dell’allarme. Ma il treno continuava ad andare: ci impiegava molto prima di fermarsi per l’abbrivio.

Così Achille riesce a salire sul treno come un divo, acclamato dagli applausi di tutti i locali. Lascio a voi immaginare i commenti di Achille verso la mia birra.

Il viaggio era lungo e molto disagiato, di fronte a me c’era una donna con un bambino piccolo; lo presi in braccio, ci giocai un po’ e me l’ho ritrovai che dormiva tra le mie braccia. Che bella sensazione! Gli altri del gruppo parlavano e scherzavano. Un locale che parlava un po’ d’italiano si intrattenne con noi: parlava, raccontava,.. soprattutto ad una donna del gruppo. Era quasi all’imbrunire ed egli con una mossa felina afferrò la borsa della sua interlocutrice e saltò giù dal treno. Pianti, disperazione, ma non c’era più niente da fare: la borsa con tutti i documenti, i soldi e la macchina fotografica erano andati. Per i soldi, pazienza, abbiamo fatto la colletta, ma il furto dei documenti costituiva davvero un grosso problema.

Arrivammo ad Yaoundè quando già era buio, ci sistemammo in un angolo e due uomini e la donna derubata andarono a cercare un posto di polizia per fare la denuncia. Non pensate alle nostre stazioni di polizia; i nostri amici poi ci hanno raccontato che i poliziotti sembravano o erano ubriachi e che li avevano trattati come se i ladri fossero loro.

Forse per loro il furto era una cosa di routine, perciò non prendevano seriamente il caso. Ma forse il fatto di indossare una divisa dava loro il piacere gratificante di bistrattare degli stupidi bianchi.

Il gruppo infine si poté riunire, a notte fonda, così ci mettemmo alla ricerca di una missione per la notte. Ma quando bussammo ad una missione anglicana e sentirono che eravamo italiani, ci sbatterono la porta in faccia. Evidentemente dovevamo ringraziare qualche altro gruppo di conterranei che non deve essersi comportato troppo bene. Il problema a questo punto era: dove dormire? Il nostro capo riuscì a far aprire un “albergo” che era chiuso e a farsi dare delle stanze. L’albergo non era male, aveva grandi stanze e un buon bagno, cosa rarissima! In bagno ho visto che c’era una grossa blatta, così sperando di dormire tranquilla, ho spruzzato del DDT.

Dopo tutte quelle vicissitudini tutti noi avevamo il morale a terra, eravamo stanchi e affamati, così per tirarci su ,il nostro capo ci costrinse a cucinare e a cenare. Eravamo attrezzati con cucina da campo e un po’ di viveri. Dopo aver cenato e riordinato ci dirigemmo nelle nostre camere.

Ma appena aperta la porta, ci trovammo di fronte a una battaglia contro gli scarafaggi . Il DDT, invece di ucciderli, li aveva stanati ed enormi scarafaggi impazziti volavano sbattendo da una parete all’altra.

La stanchezza e le emozioni erano troppe, così, cercando di non incrociarne uno in volo, ci tuffammo a letto. Io mi cacciai subito tutta sotto le lenzuola, fortunatamente pulite. Achille non potè resistere ed uscì la testa. Ed io gli suggerii subito: ”ti raccomando, attento a non dormire a bocca aperta”.

Ed eravamo appena al 2° giorno.
L’indomani affittammo un piccolo bus Saviem con sedili in legno e senza vetri ai finestrini, con un autista simpaticissimo e un fratellino per aiutante.
Così cominciammo a viaggiare, lasciandoci la delinquenza alle spalle. Visitavamo villaggi, fraternizzavamo con i locali, entravamo nelle loro capanne. Io ero sempre circondata da bambini con cui giocavo: questo sì che era viaggiare.

Ogni villaggio ha un capo che si chiama Lamidò, con tantissime mogli, perché oltre le sue, eredita anche quelle del padre, e tantissimi figli. Vivono in grandi palazzi costruiti con il fango e la paglia simile a fortezze,circondati da tanti ministri e notabili. Detengono tutti i poteri, temporali e spirituali. Nel Lamidò si incarnavano gli antenati, fondatori della tribù.

La notte di Capodanno arrivammo in una piccola cittadina; non avevamo viveri e speravamo di poter mangiare qualcosa, ma era tutto buio e le strade sterrate ogni tanto erano illuminate da una piccola lampada. Io e una ragazza vedemmo in lontananza una casa dalla cui porta veniva della luce, e ci dirigemmo verso di essa.

Era una casetta decorosa, aveva ai lati due lumini verdi accesi e due belle ragazze erano appoggiate allo stipite della porta. Salutammo spiegando il nostro problema: chiedemmo se erano in grado di sfamarci. Le due ragazze si guardarono stranite, parlarono tra di loro e poi ci dissero di si. Ci fecero accomodare tutti in un salottino vicino alla porta e ci offrirono da bere. Il mobile bar era fornito; Cinar, Martini, Fernet, Sambuca, marche a noi note e ci sentivamo quasi a casa. Mentre ci intrattenevamo parlando tra noi, notammo un po’ di movimento maschile sulla scala che portava al piano superiore. C’era uno strano andirivieni e gli uomini quando scendevano erano allegri e un po’ bevuti. Ma gentilissimi... e, dato che era la notte di Capodanno, tutti prima di andar via ci augurarono “Buon Annè”. Ci siamo resi conto così che eravamo in un “ Bordello”. Ecco spiegato lo stupore delle ragazze all’inizio e la curiosità degli uomini, poi. Per cenare abbiamo dovuto aspettare tantissimo, perché le ragazze avranno fatto il giro del villaggio per reperire i polli casa per casa, dopo spennarli, cucinarli, e poi i loro tempi sono molto diversi dai nostri. Per loro fortuna non vivono la nostra vita nevrotica!

Comunque, non so a che ora siamo riusciti a cenare e siamo andati via ringraziando quelle brave ragazze che ci hanno sfamato ad un modico prezzo.
Intanto più ci allontanavamo dai grossi centri, più il viaggio si trasformava. Non c’era più delinquenza, i locali erano gentili. Timidi, ospitali, i bambini, come solo loro riescono ad essere, ci accolsero subito con simpatia , con grossi sorrisi e mettendosi a disposizione.

Arrivare dopo un piccolo trekking in un gruppo di capanne era una gioia per le manifestazioni di ospitalità e affetto che si riceveva. Tra le tante mi è rimasta impressa una scena : Dopo ore di marcia avvistammo un gruppo di capanne, un vecchio si fece avanti per vedere questa novità. Era vestito con una pelle di capra vecchia e spelacchiata, ma per ricevere gli ospiti scappò nella sua capanna, indossò la sua bella pelle di capra nuova ed, essendo il capo, uscì fuori per riceverci, lisciando con la mano il suo vestito nuovo, come a metterlo in evidenza. Che tenerezza che mi ha fatto quel vecchio, e come voleva per forza ricambiare i nostri regali dandoci una gallina. Abbiamo dovuto usare molte astuzie per rifiutare senza offenderlo. Per loro una gallina è importantissima e noi ci siamo contentati dei frutti del Baobab, facendogli capire che li avremmo graditi di più.

Un giorno siamo arrivati a Pus, un grosso villaggio con un importante Lamido’. Ci ha accolto nel suo palazzo fortezza con tutti i dignitari in fila. Scambiandoci i soliti convenevoli, gli abbiamo fatto un regalo. Era abbastanza giovane e molto istruito, avendo studiato in Europa; parlava inoltre diverse lingue. Si innamorò immediatamente della moglie del nostro capo, una bella ragazza bionda con occhi azzurri. Varie le profferte di matrimonio, ovviamente declinate dalla ragazza.
Congedandoci, il Lamidò si assicurò che la ragazza sapesse che le porte del suo palazzo quella notte sarebbero rimaste aperte per Lei.

In quella zona è come fare un salto ne Medioevo. I Lamidò hanno guardie corazzate a cavallo armate di lance e spade, e i loro cavalli sono riccamente bardati. Se non si ha niente da temere, è tutto un bel vedere, ma in quel caso non fu così. Vedere un po’ troppo movimento di queste guardie vicino al nostro Saviem preoccupò non poco il marito della ragazza, che fece accendere il motore e in un attimo, tutti a bordo, scappammo via di corsa.

Un altro Lamidò, invece, ci regalò una capretta, che dovemmo caricare sul Saviem con le conseguenze igieniche immaginabili. Si aveva parecchia fame e gli uomini pensavano di farle la “festa” e mangiarla, non così noi donne che ormai la chiamavamo per nome e non volevamo ucciderla, nonostante la fame.

Si arrivò ad un compromesso, al primo villaggio si sarebbe scambiata con delle galline. Così dopo dura contrattazione con un capo villaggio si raggiunse l’accordo di 4 galline per la capretta. Ma c’era un ma, le galline non erano d’accordo a farsi uccidere, per cui quando si diffuse la notizia tra loro ci fu un fuggi fuggi generale, con due fazioni all’inseguimento: gli uomini del villaggio inseguivano le galline più piccole e più magre, mentre gli uomini del gruppo inseguivano, ovviamente le galline più grandi. Dire “grandi” in realtà è un eufemismo, perché anche le loro galline più grandi sembravano galletti amburghesi. Comunque, è “andata”, quella sera abbiamo mangiato della carne!
Non è che io allora sapessi molto delle etnie africane: è una cultura che mi sono fatta negli anni, anche grazie a mio marito che è un vero esperto nel settore. Non sapevo per esempio che nella etnia chiamata Fulbe o Wodabe, i ragazzi hanno dei lineamenti femminei, si vestono con tuniche tessute e ricamate con tanti colori e inoltre si truccano il viso in modo da mettere in risalto occhi e denti e tra i capelli mettono piume, perline, quello che capita per acconciarli, insomma a vederli sembrano donne. Per cui vedendone un gruppo ad un mercato, mi avvicino e chiamandole “Madame” chiedo se posso fare la foto. Per fortuna non mi hanno capita, la foto l’ho fatta e in seguito mi sono documentata meglio per evitare altre gaffes.

Intanto si continuava a viaggiare, si dormiva nelle Missioni, che erano le uniche grandi costruzioni in muratura che incontravamo, dove potevamo fare una doccia e un po’ di bucato. Altre volte dormivamo in qualche scuola lungo il tragitto. Un piccolo quadrato in muratura, dentro terra battuta, alla parete una piccola lavagna sbrecciata e a terra in file ordinate tante pietre,”i banchi dei bambini”. Noi, per sistemarci, spostavamo i “banchi”, ma la mattina dopo rimettevamo tutto a posto. Poi la sera si cucinava e dai villaggi vicini, vedendo il fuoco, venivano a trovarci tanti bambini incuriositi, allora si mangiava tutti insieme e fino a che c'era minestra nel pentolone si divideva tra tutti, ed era bellissimo. Le serate poi continuavano perché ai bimbi bastano due coperchi e qualche bastone per organizzare un’orchestra, e così si andava avanti con canti e danze per buona parte della notte. Sembrava proprio di vivere nell'Africa dei racconti di avventure. Si è vero, abbiamo affrontato disagi, fame, sporcizia, ma siamo stati ripagati da tanto tanto calore umano che ci ha riempito il cuore.
Il Lamidò di Rai Buba, il più importante del Camerun, ci mise a disposizione la capanna per gli ospiti e le sue mogli ci portarono una cena luculliana. Il suo palazzo era grande con mura fortificate e decorate e aveva le solite guardie armate.

La capanna per gli ospiti messaci a disposizione consisteva in una capanna con una piccola entrata senza porta, con la base in pietra e poi ricoperta di paglia a forma conica molto alta, adiacente c’era un’altra “stanza” e poi un cortile attrezzato per la doccia all’aperto con un piccolo separè. La capanna da tempo non ospitava nessuno perché c’era un forte odore di pipistrelli che evidentemente ne avevano preso possesso. Topi e pipistrelli sono il mio terrore, così alla proposta di montare la tenda sulla riva del fiume insieme ad altre due coppie, accettammo immediatamente. Ma non fu possibile, perché il Lamido’ ci mandò a richiamare preoccupatissimo. Il fiume era pieno di ippopotami che uscivano di notte dall’acqua, prendendo di petto tutto quello che incontravano sulla loro strada , ed Egli sentendosi responsabile delle nostre vite preferiva che dormissimo nella “casa degli ospiti”

Così, per forza maggiore abbiamo dovuto mettere i sacchi a pelo nella capanna. Io ho chiuso tutte le cerniere possibili e fattami piccola occupavo solo mezzo sacco a pelo, il resto lo rimboccavo per sigillarmi. L’entrata della capanna era bassa per cui i pipistrelli (la capanna ne era piena) per uscire la notte facevano una picchiata verso il basso, ed Achille l’indomani diceva che gli avevano spazzolato i capelli tutta la notte. Io non ho chiuso occhio.

In questo viaggio la cosa che mi mancava maggiormente era la mia privacy mattutina. Mi era difficile abituarmi a quelle toilette in comune(quando c’erano) senza porte, o con una semplice tendina, o all’aperto. Una mattina prestissimo mentre tutti erano nelle loro tende, mi allontanai camminando parecchio. Ogni tanto mi giravo e mi sembrava di essere ancora troppo vicino al campo, così continuavo a camminare fino a che non decisi:”Lì va bene, così mi metto in “meditazione”. Ma all’improvviso il silenzio totale venne interrotto da delle voci; mi voltai e “o Dio” mi ero messa proprio sul bordo di un sentiero battuto dai locali. Cosa fare in quella situazione? I locali continuavano indifferenti a parlare e a camminare come se non mi avessero vista, ed io rimasi bloccata non sapendo cosa fare. Ma poi penso che il Buon Dio ci ha fatti tutti uguali, la differenza sta solo nel colore della pelle.
E così fatta questa considerazione mi spoglio da ogni pregiudizio, e da allora vivo questo problema in modo diverso.

Verso la fine del viaggio, per chiudere in bellezza, ci accampammo presso le cascate di Kribi. bellissime cascate che dal fiume si gettano a mare.
Sembrava di essere nel giardino dell'Eden: tenda sulla spiaggia, il fondo di una canoa che funge da tavolo, gamberoni a non finire, il rumore della natura che ci assorda e ci culla e il cielo che ci copre con un manto stellato.

Per un'ultima escursione si decise di risalire il fiume per andare a vedere un villaggio di Pigmei. Così ci affidammo ai “locali” e si partì..I mezzi di trasporto due canoe; un tronco di legno scavato, un piccolo motore fuoribordo a poppa, niente pagaie, e si partì.

Il fiume è largo e la terraferma non si vedeva, perché le rive per parecchi metri sono ricoperte da mangrovie, che intrecciando le radici sull’acqua dando l’illusione della terraferma.
Nel bel mezzo del fiume ci accorgemmo che una canoa aveva una falla a prua. Invece di ritornare, una ragazza con forza si mise a tamponare la falla con la pianta del piede. La canoa era troppo carica e con il bordo si lambiva l’acqua. Dato che già la situazione era pericolosa, si guastò pure il motore. Panico! in mezzo al fiume, con la falla a prua, con l’acqua che entrava dal bordo, con il motore in panne e con i……. coccodrilli!

Beh, siamo stati proprio incoscienti, ma ormai eravamo nei pasticci e dovevamo aiutarci. Non avendo pagaie usavamo le mani. Così come Dio volle, arrivammo al villaggio. Ma la paura avuta era stata tale e tanta che nessuno apprezzò la danza che i Pigmei ci fecero. Il nostro “marinaio” riuscì ad aggiustare il motore; i pigmei ci dettero dei vecchi piatti di latta per svuotare la canoa ogni tanto. Dato che non c’erano altri mezzi di trasporto siamo dovuti ritornare in canoa. Neanche a dirlo, quel motore tornò a guastarsi di nuovo e quando toccammo terra io come il Papa mi sarei inginocchiata per baciare la terra.

In viaggio capitava che quando c’erano dei problemi Io e Achille ci guardavamo e ci dicevamo “Ma chi c’è l’ha fatto fare!!!! Stavamo così bene prima!”. Ma tornando a casa e superate le paure, riempita la pancia, dicevamo che questo era uno dei viaggi che ricordiamo più volentieri, perché ci ha svezzati ai viaggi duri e oggi i problemi incontrati e superati li vediamo nel loro aspetto comico, così finisce che ci ridiamo sempre sopra, e provochiamo ilarità anche nostri amici, quando li raccontiamo.
Abbiamo fatto tanti altri viaggi, abbiamo vissuto tante altre avventure, collezionato ricordi stupendi, superato altri problemi, anche gravi, ma il Camerun ci ha offerto una full immersion nell’avventura e non ne rinnego niente, neanche i pipistrelli!


Anna Ditta


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