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IT ALIA REDAZIONE IT ALIA REDAZIONE Pubblicato il 11/06/2017

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IT ALIA REDAZIONE IT ALIA REDAZIONE Pubblicato il 22/04/2017





Cenni storici su VALLEDOLMO

Valledolmo sorge nella vallata che da Pizzo Sampieri (m.1081) e dal Monte Campanaro si spiega a ventaglio sino alla montagna di Cammarata (m.1576). L`inizio dei lavori di fondazione del nuovo villaggio si deve al Cav. Antonio Cicala "nobile di origine genovese", i cui antenati nel sec. XV, si erano trasferiti in Sicilia, anche se egli non avesse neppure pensato a chiedere la prescritta Licentia populandi e non si fosse ufficialmente investito della baronia di Valle dell`Ulmo. Al Cav. Cicala si deve la costruzione di una chiesetta della quale ancora oggi rimane la campana di bronzo sull`orlo della quale sta chiaramente scolpito: "D. ANTONIO CICALA. BARONE DI VALLE DELL`ULMO. 1645" Fondatore ufficiale di Castel Normanno, in seguito Valle dell’Ulmo, (per la presenza nella vallata di un gigantesco olmo) e dalla seconda metà del secolo scorso Valledolmo, fu il nipote del Cav. Cicala, il Conte Giuseppe Mario Cutelli che ottenne la licentia populandi il 17 agosto 1650. Il territorio di Castel Normanno in origine era formato dal feudo di “Valli di l’ulmu, dagli ex feudi di Chifiliana, Mezzamandranuova e di Castelluzzi, appartenenti tutti, tranne l’ultimo, alla baronia di don Giuseppe Cutelli nel 1650. Nel 1655 all’età di diciannove anni muore la Contessa Anna Summaniata moglie di don Giuseppe (il mausoleo innalzatole dal Conte ancora oggi si può ammirare nella Chiesa della Madonna del Buon Pensiero oggi Chiesa delle Anime Sante). Dopo qualche anno di lutto don Giuseppe convolò a seconde nozze con Donna Maria Abatellis, figlia del Conte Ferdinando Cutelli Grimaldi e di Anna Abatellis Tornabene. Il conte muore il 24 novembre del 1673 e contrariamente al suo desiderio di essere sepolto a Castel Normanno venne tumulato nella Chiesa di San Francesco di Paola fuori porta Carini, a Palermo. FRA STORIA E LEGGENDA: Della Baronia e della Terra di Castelnormanno s’investì il figlio di lui, don Antonio Cutelli. Questi aveva un carattere piuttosto egocentrico, altero e modi bruschi. La forte discrepanza tra il suo comportamento e quello del defunto genitore gli alienò l’animo dei suoi coloni; anzi un giorno che era lì per lì per abusare d’un più ampio jus prime noctis, ci lasciò le penne. Si registrò così, in Castel Normanno, il primo fatto di sangue. Aveva il Sig. Antonio Cutelli alle sue dipendenze un campiere di nome Pietro Corvo, la cui avvenente figliola, prossima ad andare a nozze, aveva catturato l’attenzione del suo signorotto, generoso fruitore del cennato jus, trovando però un muro nella possanza fisica e morale del Corvo. Ma il Conte, che non era uomo da cedere facilmente le armi, una sera dell’agosto 1711 fece venire a casa sua il Corvo conferendogli l’incarico di recarsi a Palermo per consegnare della selvaggina ad un suo autorevole amico. Mentre ad altri due suoi fidi ribaldi diede l’incarico di sbarazzarsi di quel Corvo. Ma uno di essi, compare e amico della vittima predestinata, non sentendosi il coraggio di perpetrare il delitto, andò a trovare il compare rivelandogli l’ordine ricevuto dal Conte. Il Corvo raccomandò all’amico di far finta di niente e di portarsi col suo compagno al luogo dell’agguato che al resto avrebbe pensato lui. Sul far del giorno il Conte certo che “l’operazione Corvo” era stata compiuta, uscì a cavallo dal suo baglio e al rientro strusciando quasi all’uscio della vittima, con tono di persona angosciata scoppiò in gemiti: “Poviru Pietru Corvu! Poviru figghiu Corvu!” volendo far capire così ai familiari di lui di essere stato informato dell’assassinio del suo caro Pietro. La finzione, però, fu stroncata quasi subito: un fragoroso colpo di archibugio sparatogli dalle mani del Corvo colpendolo alla testa lo fece stramazzare giù dalla sella in un lago di sangue. Il conte fu tumulato sontuoso mausoleo erettogli dal figlio avv. Giovanni nella Chiesa della Madonna del Buon Pensiero (chiesa delle Anime Sante). Racconta ancora il Granata che amici stretti del Conte posero una grossa taglia sulla testa del Corvo. Il fascino del denaro allettò un palermitano di nome Sulivestru il quale si mise alla caccia del latitante Corvo. Nella sua ricerca s’imbattè in un boscaiolo che lo mise sulla buona strada, giunti nei pressi di una fontana il boscaiolo si chinò per bere, imitato dal cacciatore che depose l’archibugio. Il boscaiolo, con mossa felina, afferrò l’arma e in un baleno assestò col calcio della stessa un gran colpo tra capo e collo freddandolo all’istante. Dopo alcuni giorni i contadini scoprirono il corpo del Sulivestru. Ancora oggi il passo dove egli fu rinvenuto viene chiamato “Passu du poviru Sulivestru”. A dargli la “ricca taglia” era stato il latitante Pietro Corvo che da vero corvo, non si fece acciuffare né vivo né morto. Giovanni Mario Cutelli prese l’investitura feudale con diploma del 1712 e fin dall’inizio alle buone doti d’animo e alla dolcezza del carattere congiunse la generosità e l’esercizio pacifico dei diritti feudali. Aveva piena conoscenza delle discipline legali da rivaleggiare col suo bisavolo l’egregio giureconsulto catanese Mario Cutelli, del cui nome “Mario” era orgogliosa l’illustre nobile famiglia. Esercitava a Catania la professione di avvocato. I suoi vassallaggi passarono a sua sorella Cristina, moglie di Giovanni Ioppolo, barone di San Filippo. Anch’essi non lasciarono figli maschi e alla loro morte nelle baronie di Valledolmo e di Aliminusa, successe la loro figlia Girolama Ioppolo, che sposò Matteo Lucchesi-Palli, duca della Fabbrica, i quali con diploma vicereggio del 16 luglio 1746 ebbero l’investitura feudale e lasciarono in Valledolmo la grandiosa cisterna d’acqua denominata Stagnone (1746-1774). Tratto dal sito http://www.comune.valledolmo.pa.it